Esauriti dal lavoro: la sindrome del burnout

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Nell’ultimo articolo del nostro blog, abbiamo visto, con la Dott.ssa Federica Giacinti, come il fenomeno del mobbing possa contribuire all’insorgenza di alcuni disturbi che hanno effetti negativi sulla salute psicofisica.

In ambito lavorativo, tuttavia, non c’è solo il mobbing correlato allo stress ma anche il fenomeno del burnout.

Il termine burnout significa letteralmente esaurito, fuso, bruciato ed è stato introdotto nel 1975 dalla psicologa americana C. Maslach e con questo termine si indica “una condizione di esaurimento emotivo, causato dallo stress dovuto alle condizioni di lavoro, ma anche ad aspetti della vita personale, ed è tipico di tutte quelle professioni ad elevato coinvolgimento relazionale”.

Inizialmente, infatti, era associato maggiormente alle professioni sanitarie, agli insegnanti, alle forze dell’ordine, a chi svolge una professione ad alto coinvolgimento emotivo, oggi, anche a tutti coloro che hanno un contatto frequente con le richieste del pubblico o con mansioni di elevata responsabilità.

I sintomi del burnout sono complessi e possono riguardare più di un ambito:

Cognitivoemozionale:  come disaffezione al proprio lavoro, delusione, intolleranza, indifferenza, spesso associate anche a sensi di colpa, crollo della motivazione lavorativa, perdita dell’autostima oltre che la tendenza a mettere in discussione la propria identità professionale, perdita della capacità empatica, senso di inadeguatezza, preoccupazioni o paure, demoralizzazione;

Psicosomatico: sintomi gastrointestinali, cefalea, apatia, eczema, acne e dermatite, oppure asma e allergie, disturbi del sonno e dell’appetito.

A livello del comportamento, inoltre, possiamo arrivare a mettere in atto svariate strategie disfunzionali quali:

  • Brevi periodi di assenteismo
  • “Fuga dalla relazione”: ovvero trascorrere più tempo del necessario al telefono, cercare scuse per uscire o svolgere attività che non richiedono interazioni con utenti o colleghi;
  • Progressivo ritiro dalla realtà lavorativa (“disinvestimento”): presenziare alle riunioni senza intervenire, senza alcuna partecipazione emotiva e solo per lo stretto necessario;
  • Perdita dell’autocontrollo: reazioni emotive violente, impulsive verso gli altri;
  • Abbandono volontario del posto di lavoro;
  • Richiesta di trasferimento o di cambiamento ruolo lavorativo prediligendo mansioni con più bassi livelli di responsabilità e di coinvolgimento emotivo;
  • Tabagismo e assunzione di sostanze psicoattive: alcol, psicofarmaci e stupefacenti.

Tutte queste emozioni, quindi, i nostri pensieri, il modo in cui valutiamo ciò che ci succede sul posto di lavoro, i comportamenti che mettiamo in atto, innescano un circolo vizioso che mantiene il problema e possiamo attraversare quattro fasi che sono state individuate da J. Edelwich e A. Brodsky (1980)

  • Stadio dell’entusiasmo: è lo stadio della motivazione e della soddisfazione, ci sentiamo felici di svolgere proprio quel lavoro e ne cogliamo, soprattutto, gli aspetti positivi. Le motivazioni che ci hanno spinto a scegliere la nostra professione sono, spesso, accompagnate da aspettative di “onnipotenza”, di soluzioni semplici, di successo generalizzato e immediato, di apprezzamento, di miglioramento del proprio status e altre ancora;
  • Stadio della stagnazione: iniziamo a sentire il peso dell’impegno lavorativo, l’entusiasmo scende e aumentano la noia e la preoccupazione. Il lavoro non soddisfa più i propri bisogni e prendono piede sentimenti di delusione e disimpegno;
  • Stadio della frustrazione: sorge la rabbia per l’eccessiva differenza tra le aspettative del lavoratore e la realtà, sentimenti di inutilità e impotenza sono frequenti. Il soggetto frustrato può assumere atteggiamenti aggressivi sia verso se stesso che verso gli altri e mettere in atto comportamenti di fuga e assenze ingiustificate;
  • Stadio dell’apatia: siamo arrivati alla fase del disimpegno verso la propria situazione lavorativa, l’entusiasmo e il desiderio di aiutare l’altro scompaiono, si passa dall’empatia all’apatia. I compiti vengono visti come un obbligo e portati avanti per necessità; durante questa fase si ha una vera e propria morte professionale.

La prevenzione è sicuramente importante per contrastare questo fenomeno in crescente aumento, sia a livello istituzionale che aziendale, ma possiamo già fare qualcosa a livello individuale, ad esempio, ponendosi obiettivi realistici, variando la routine, limitando l’eccessivo coinvolgimento nei problemi del cliente e separando lavoro e vita privata.

Lo stress collegato al lavoro non va demonizzato, ha, infatti, anche aspetti positivi, lo stress è vitale, è nomale, è la reazione del nostro organismo alle situazioni della vita e ci aiuta a rispondere in modo adeguato alle varie richieste dell’ambiente. Tuttavia, se lo stress diventa intensivo e cronico e non aiuta più a fronteggiare le difficoltà, allora si possono avere ripercussioni sulla propria salute psicofisica

Quando però il burnout è già insorto, come possiamo fronteggiarlo?

 

Il primo passo è, senza dubbio, la consapevolezza di stare affrontando un periodo difficile e rivolgersi, quindi, ad un professionista competente che possa fornire i giusti strumenti per favorire una maggiore comprensione del proprio vissuto, del proprio mondo interno, dei

propri pensieri ed emozioni, del proprio comportamento e di come si leghino al contesto di vita e lavorativo; solo così possiamo agire in modo concreto per moderare lo stress da logoramento.

Accanto, quindi, a strumenti più cognitivi o tecniche che mirano a migliorare la comunicazione sul posto di lavoro, ci possono essere anche tecniche di rilassamento per alleviare la tensione psicofisica o l’uso della mindfulness, una pratica meditativa che si fonda sulla consapevolezza dei propri sentimenti e sensazioni, sia positivi che negativi, con lo scopo di accettarli, senza giudizio e senza valutazioni, le frustrazioni e le tensioni diventano, così, più sopportabili.

Nel caso in cui vogliate suggerirci un argomento da affrontare o esporci una vostra problematica o preoccupazione scriveteci a studiopsicologicoilcammino@gmail.com, e noi vi risponderemo o pubblicando la lettera in forma anonima o affrontando la tematica da voi richiesta.

 

Elena Nencini


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