
Di seguito il primo articolo della rubrica PSICONEWS scritto dallo psicologo Francesco Rigoli (rigoli2@unisi.it). I lettori sono invitati a lasciare il proprio punto di vista sul tema oppure a proporre altri argomenti di discussione.
Di fronte alla notizia di circa due settimane fa, in cui un gruppo di quattro adolescenti (quindici e sedici anni) i quali, durante le vacanze di natale, ha fatto irruzione in tre scuole (una materna e due nido) e, una volta entrati, ha compiuto atti vandalici con conseguenti danni di una certa gravità, la prima reazione del lettore è di spaesamento. Viene subito voglia di saperne di più: troppi pezzi mancano al puzzle. Alcune informazioni ci arrivano nei giorni seguenti. I quattro provengono da buone famiglie, hanno un buon rendimento a scuola; prima di compiere le spedizioni distruttive si colorano la faccia con creme alla Rambo, come per una spedizione di guerra. E hanno lasciato sui muri degli edifici presi d'assalto delle scritte, alcuni inneggianti al nazismo altri alle brigate rosse. Una volta apprese queste informazioni, tuttavia accade una cosa strana: lo spaesamento del lettore invece di diminuire aumenta. Molte cose non tornano.
Cosa si può pensare osservando un quadro di questo tipo? L'impressione è che, in linea con i sempre più frequenti accadimenti di cronaca che lasciano a bocca aperta, anche in questo caso siamo di fronte alla mancanza di un movente. In passato era raro imbattersi in crimini i quali, indipendentemente dalla loro gravità, indipendentemente dal fatto che si fosse rubata una mela o si fosse ucciso qualcuno, non fossero mossi in ultima analisi da uno tra due moventi: strumentale e passionale. L'atto era compiuto o per gelosia, per rabbia, per invidia, per fame; oppure per ottenere un bene futuro percepito come desiderabile, come i soldi, una posizione di potere, un ideale. E il lettore di giornale vedeva, ad ogni rigo della descrizione del misfatto, confermato il movente che l'aveva provocato. Oggi spesso tutto questo è invece sovvertito. Moventi strumentali e passionali sembrano chiavi di lettura improprie per interpretare molti dei crimini, come quello appena descritto ma non solo (basti pensare, per citarne uno tra i più clamorosi, all'omicidio di Meredith a Perugia).
E allora cosa sta succedendo? Penso che la riflessione pubblica su questo punto sia tutt'altro che esaustiva. Penso che, come ha scritto ad esempio Galimberti di recente in un bel libro sul nichilismo e i giovani (U. Galimberti, L'ospite inquietante-il nichilismo e i giovani, Feltrinelli 2007), questi siano episodi sicuramente rari e estremi, ma che tuttavia rappresentino un sintomo di quella che è oggi una malattia più sociale che individuale, malattia che contagia in particolare le nuove generazioni. C'è molta retorica sul concetto di nichilismo e sul concetto di mancanza di valori, retorica che rischia di confondere le idee. Cosa sarebbero questi valori? Dobbiamo sperare di tornare ad un'ideale età aurea del passato in cui i valori esistevano ed erano un faro per l'uomo? Non voglio occuparmi della ricetta del problema. Dico soltanto che l'imposizione e la proposta coercitiva di valori vecchi temo non sia la soluzione, ma anzi rischi di esacerbare ulteriormente il problema.
Piuttosto preferisco soffermarmi sull'analisi di quello che sembra essere lo stato psicologico associato alla mancanza di valori. In psicologia la mancanza di valori è descritta attraverso il concetto di stato di vuoto. Siamo in un stato di vuoto quando valutiamo le cose del mondo come se fossero tutte uguali. Non ci piace niente ma allo stesso tempo niente ci provoca dolore. Non vogliamo niente e allo stesso tempo niente ci impaurisce. Mangiare, scrivere, fare sport, stare insieme agli amici, avere una relazione sentimentale, fare un lavoro che sappiamo far bene, sono la stessa cosa di non riuscire in un lavoro, essere rimproverati, non avere relazioni amicali e sentimentali, non essere amati e apprezzati. Niente è bianco o nero, ma tutto è grigio. Quando si è in una siffatta disposizione d'animo è possibile ritrovarsi in situazioni che altre persone giudicherebbero come immorali e spiacevoli; noi invece le consideriamo come tutte le altre, né buone né cattive. Anzi, se c'è del rischio, se c'è una promessa di un'emozione, che sia bella o che sia brutta, quasi ne siamo attratti. Ed eccoci quindi a compiere azioni che agli altri sembrano inconcepibili e addirittura contro ogni logica umana.
Per chi non lo vive, è difficile mettersi nei panni di chi vive perennemente un radicale stato di vuoto. Ma esso non è uno stato che hanno i mostri ma gli esseri umani, ed è uno stato oggi proprio di molte persone, anche vicine a noi.
Tornando al fatto di cronaca della distruzione delle due scuole da parte di quattro minorenni, sebbene molte informazioni manchino, l'ipotesi che anche questi ragazzi siano prigionieri di un radicale stato di vuoto sembra verosimile; hanno fatto tutto per noia, raccontano alla polizia . La croce celtica e le frasi inneggianti alle brigate rosse, simboli così antitetici se non per il fatto di essere estremi e violenti, è un ulteriore segnale di come probabilmente ai loro occhi prendere un gelato al bar e distruggere una scuola siano quasi la stessa cosa.
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