E' riconosciuto da tutti gli osservatori attenti dell'attualità: la relazione tra la comunità nazionale e quella degli immigrati è una delle questioni fondamentali per tutti i paesi occidentali, costantemente sotto l'attenzione dei cittadini e capace di influenzare le loro scelte private e politiche. Questa relazione dinamica e complessa genera conflitti cruenti sotto vari aspetti, da quello economico a quello dei diritti sociali, e il tentativo di gestire questi conflitti risulta spesso inefficace sia perché essi sono difficili da interpretare, sia perché gli strumenti per intervenire non sono sufficienti.
Psiconews oggi tenta di tracciare un profilo dei meccanismi psicologici che stanno alla base di questi conflitti, osservando il punto di vista della popolazione autoctona. Il motivo per cui questo tema è ancora una volta al centro del dibattito pubblico locale è la notizia recente di un negoziante di Empoli il quale ha appeso all'entrata del suo negozio la scritta: 'vietato l'ingresso ai cinesi che non parlano italiano'. Un fatto del genere, insieme a molti altri piccoli e grandi episodi di cronaca, è indice di un certo modo di interpretare il rapporto con l'immigrazione che a volte la nostra comunità ha la tentazione di avere. Giustamente condannato da molti commentatori, esso merita alcune considerazioni a riguardo.
Primo: la reazione aggressiva verso lo straniero è motivata dalla percezione di essere minacciati. La forte paura di perdere qualcosa provoca delle reazioni di chiusura aggressiva. Ma qual è l'oggetto di questa paura? Cosa si teme di perdere con l'apertura allo straniero? In molti casi la rappresentazione della perdita che si teme di avere è molto concreta: il lavoro, i propri averi (la paura di essere derubati), la scuola (la paura di non avere più scuole di qualità se queste vengono frequentate da alunni extracomunitari), la tradizione, lo spazio pubblico (si pensi al dibattito sulla costruzione delle moschee). Tuttavia spesso la rappresentazione del pericolo è invece tutt'altro che concreta, è confusa e labile. La sola percezione dell'immigrato come elemento perturbante, come promessa di cambiamento, è sufficiente a generare ansia. E l'ansia, una volta generata, è un terreno su cui facilmente la percezione dei fatti può essere trasformata: si registrano solo le informazioni congruenti con l'ansia stessa e si cancellano invece quelle incongruenti. E' così che, anche con l'utilizzo da parte dei media di tecniche persuasive molto raffinate, il pericolo reale connesso all'immigrazione viene distorto quando viene rappresentato all'interno del dibattito pubblico e privato. Vengono utilizzati stereotipi razziali che generalizzano ad una intera etnia i comportamenti e gli atteggiamenti di singoli gruppi; vengono sovrastimati i crimini commessi dagli immigrati; vengono descritti minuziosamente crimini efferati in cui i protagonisti sono immigrati; si tacciono i crimini perpetrati non dagli ma verso gli immigrati; vengono ridicolizzati e criminalizzati comportamenti propri di una certa etnia, i quali però, sebbene diversi dai nostri, sono assolutamente legittimi.
All'interno della nostra comunità nazionale, sotto molti aspetti, viviamo in una condizioni di benessere. Possediamo dei diritti e delle risorse il cui valore oggi è per noi sempre più evidente, proprio perché possiamo confrontarlo con chi invece non lo possiede. Penso che la paura degli extracomunitari sia in ultima analisi paura del cambiamento, non accettazione del rischio di perdere il benessere che abbiamo.
Detto questo, compresa l'origine dell'emozione di paura provata di fronte allo straniero, è indispensabile fare il passo successivo. Cioè utilizzare la ragione. Se la paura è comprensibile, la soluzione a questa paura non può essere, come spesso accade, di chiusura rabbiosa verso l'immigrazione. Due sono gli argomenti che utilizzerò per giustificare questa affermazione, uno utilitaristico e l'altro etico.
Il primo: veramente abbiamo la pretesa di interrompere i rapidi e radicali cambiamenti che coinvolgono tutto il mondo e che vanno sotto il nome di globalizzazione? Veramente pretendiamo che sia possibile accogliere gli stranieri per quello che ci fa comodo (quando ci pagano gli affitti, quando ci comprano le merci, quando lavorano per noi bene e a prezzi competitivi) e allo stesso tempo di respingerli per quello che non ci fa comodo (in soldoni, estendere anche a loro i diritti e i doveri nostri)? Forse è più utile aprirsi al cambiamento (che può essere visto non solo come rischio ma anche come opportunità) e intraprendere il faticoso percorso della convivenza e della generalizzazione di diritti e doveri.
Se poi facciamo un semplice ragionamento etico (ed è il secondo argomento) la conclusione è la stessa ma il percorso è più breve: se è vero che in uno stato di diritto tutti gli uomini hanno gli stessi diritti e gli stessi doveri, quando questo non è dato è vero anche che occorre agire per cambiare le cose in tal senso.
Tornando a considerare un fatto di cronaca come quello sopra descritto, sembra che in questi casi ci si fermi alla paura senza compiere i passi successivi, passando direttamente dall'emozione al gesto.