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Psiconews
Il municipio di Montecatini

Tragedia nel municipio di Montecatini. L'ossessione e la mancanza di alternative

La perdita del lavoro e un lungo periodo meditativo prima del folle omicidio di una funzionaria. Viaggio nei motivi che hanno spinto l'estremo gesto
22/01/2010 - 17:33

Sembra la storia di un romanzo noir. La lenta caduta nel vortice dell'ossessione fino alle sue estreme conseguenze, descritta ad esempio in modo magistrale da Martin Scorsese nel film “Taxi driver”. Mi riferisco alla notizia che giovedì 21 gennaio ha gelato il sangue a tutta la Toscana: quella dell'omicidio dell'impiegata del comune di Montecatini, omicidio perpetrato da un ex dipendente del comune stesso, il quale poi, si è tolto la vita.


La storia è questa: Silvano Condotti, 55 anni, dal 2000 lavora come autista del pulmino scolastico. Nel 2002 l'episodio che fa precipitare la situazione: l'uomo è denunciato da un genitore per aver dato uno schiaffo al figlio; da qui la sospensione cautelativa dal lavoro fino, una volta emessa la sentenza di condanna nel 2004, al licenziamento. Ma Silvano Condotti non si arrende. Espone una denuncia contro l'amministrazione comunale e chiede un risarcimento di 45000 euro per danni morali, tuttavia, prima in primo poi in secondo grado, perde la causa. Va spesso in municipio per protestare. Ormai i funzionari lo conoscono e non ci fanno neppure più caso, quando un giorno, il 21 gennaio, si reca come al solito in municipio ma stavolta estrae una pistola e fredda l'impiegata Giovanna Piattelli, 60 anni. Poi scappa e si rifugia in casa, finché, viste dalla finestra sopraggiungere le forze dell'ordine avvertite da una testimone dell'omicidio, l'uomo prende la pistola, la punta alla propria testa e fa partire un colpo mortale. Dai documenti trovati nella sua abitazione emerge poi come questi gesti estremi fossero pianificati: sia l'omicidio, al quale avrebbero dovuto seguirne altri come quello dell'ex sindaco di Montecatini, sia il suicidio, come rivela la scritta: "Questa è la prima, poi verrà la parte più difficile".


A volte viene da credere che storie come questa, da romanzo noir appunto, accadano solo nei libri o nei film.  Possibile che una persona arrivi veramente a compiere delle azioni tanto estreme? Per tentare di rispondere a questa domanda un aiuto ci è fornito, oltre che da romanzi e film come il succitato “Taxi driver”, anche dalla psicologia moderna.


Siamo di fronte ad una ossessione quando la nostra mente è prigioniera di un unico pensiero, quando la nostra esistenza ho un unico scopo, per cui l'importanza che esso assume è assoluta. Tutte le energie sono convogliate per il suo raggiungimento. Non si considerano possibilità alternative. Ciò che non è ad esso inerente non solo non è valorizzato, ma non è neppure visto. Ogni avvicinamento è vissuto con una gioia enorme così come ogni allontanamento è vissuto con altrettanto dolore. Date queste premesse è chiaro come vedere che lo scopo è perso per sempre provoca un dolore inconsolabile accompagnato, spesso, da una rabbia altrettanto inconsolabile verso i responsabili della perdita. Tornando all'episodio di cronaca, Silvano Condotti era probabilmente mosso dall'ossessione patologica di tornare a lavorare come autista per il comune. Per lui, come hanno poi mostrato i macabri fatti, questa era una questione di vita o di morte. 


Ma da cosa può scaturire una rigidità così patologica della mente umana? Un primo elemento che spesso si trova è la solitudine. “La solitudine m'ha perseguitato per tutta la vita. Dappertutto: nei bar, in macchina, per la strada, nei negozi, dappertutto. Non c'è scampo: sono nato per essere solo” afferma Robert De Niro, sempre in “Taxi driver”. La solitudine non solo fisica, ma come mancanza di un altro punto di vista che influenzi il nostro, di un'altra mente che ci aiuti ad avere alternative al nostro modo di vedere le cose.


Altro elemento chiave è la povertà dell'esistenza. Quando la nostra vita è ricca, piena di attività che ci piacciono, quando ci sentiamo amati e valorizzati, in questa condizione una delusione o una perdita, per quanto dolorose, dopo un certo periodo di tempo vengono elaborate e noi siamo capaci di voltar pagina e di spendere le nostre energie per altri obiettivi. Basti pensare ai piccoli-grandi dolori che ognuno di noi ha attraversato nella propria storia: dalla bocciatura ad un esame alla perdita della fidanzata, dalla morte di un proprio caro alla perdita del lavoro, e così via. Il dolore, dipende dai casi, è più o meno forte ma, dopo un po' di tempo, se la nostra è un'esistenza ricca, torniamo a vivere occupandoci delle cose che sono rimaste e andiamo avanti con serenità (“ancora una volta la vita ti chiama per nome”, canta Leonard Cohen). Se, invece, non possediamo queste risorse, allora non sono date alternative alla nostra ossessione. Essa ci divora ogni attimo di più e ci imprigiona in un vortice dal quale diventa sempre più difficile uscire. Quando, poi, vediamo che non raggiungeremo mai lo scopo ossessivo, allora la disperazione è totale e l'elaborazione della perdita impossibile. Non sono date alternative. 

 

3° puntata - Genitore e adolescente: due mestieri difficili

 

2° puntata - Immigrazione e cambiamento. Cosa c'è dietro il cartello anticinesi di Empoli


 

1° puntata - Violenza giovanile e vuoto. Riflessione partendo dalla distruzione delle scuole di Prato

 

Leggi la presentazione della rubrica Psiconews

Francesco Rigoli
 
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dolore... - creativa (22/01/2010 19:13)
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