Scrivo alcune considerazioni sull'interessante iniziativa che ha avuto luogo presso il liceo scientifico il Pontormo, in cui la transessuale Regina Satariano ha parlato agli studenti. Penso che l'assemblea sia stata un'occasione formativa importante, in cui, chi vi ha assistito, ha avuto l'occasione di entrare in contatto con una realtà complessa e contraddittoria che solitamente, fatta eccezione per il recente polverone mediatico suscitato dal caso Marrazzo, è tenuta sotto il tappeto. Entrare in contatto con la realtà legata ai transgender non solo è un modo per conoscere quella precisa realtà. Ma è un esercizio importante, che permette di allenare una capacità psicologica, soprattutto oggi, fondamentale: quella di spostare il proprio punto di vista e tentare di mettersi nei panni dell'altro. Sempre più spesso ci troviamo di fronte a storie, idee e scelte radicalmente diverse dalle nostre; a volte esse ci sembrano strane, bizzarre e addirittura inquietanti; e tuttavia legittime. Poter ascoltare queste storie, idee e scelte e tentare di osservare le cose dall'ottica dei protagonisti penso sia un'opportunità. E questo vale anche per questa storia.
Quella di un transessuale, comunque la si voglia mettere, non è una vita facile. Dobbiamo immaginare che alla base di tutta l'esperienza di queste persone vi è un dato che provoca un dolore fortissimo: la percezione di avere una certa identità di genere e tuttavia essere imprigionati nel corpo del genere opposto. La sensazione, a partire dalla pubertà, quando le caratteristiche che definiscono i due sessi cominciano a emergere in maniera forte, di non essere ciò che il nostro corpo sembra invece dire che siamo. Immaginiamo come una sensazione di frattura rispetto ad un elemento così centrale della nostra identità, quello dell'identità sessuale, possa influire su ogni esperienza, su ogni relazione interpersonale, su ogni pensiero sul sé e sugli altri. Immaginiamo, nel mostrare il nostro corpo che percepiamo come radicalmente inadeguato, come possiamo sentirci sbagliati, mostruosi, come possiamo vergognarci verso noi stessi e verso gli altri. E poi il rapporto con questi ultimi. Spesso, nella nostra società, chi ha problemi legati all'orientamento sessuale e ancor più chi li ha legati all'identità sessuale è stigmatizzato e oggetto di discriminazione più o meno esplicita. Ma anche nelle relazioni intime, con la propria famiglia, le cose a volte non vanno meglio. Difficile comprendere il problema: se hai un corpo da maschio come è possibile che non ti senta maschio? Se hai un corpo da femmina come è possibile che non ti senta femmina? Le incomprensioni, gli scontri, la vergogna e il senso di colpa rimbalzano tra le parti e si autoalimentano in un ciclo senza soluzione di continuità. La distanza spesso diventa insormontabile.
La psichiatria statunitense, che rappresenta lo standard internazionale, nell'attuale manuale dei disturbi DSM IV (Disorder Statistic Manual), indica il disturbo dell'identità di genere come una sindrome psicopatologica, intesa come la discrepanza percepita con dolore tra identità di genere e sesso biologico. Non per stigmatizzare tale condizione, ma per sottolineare quanto essa sia sicuramente una condizione di disagio emotivo profondo che richiede una trattazione a parte delle cause e delle soluzioni per affrontarla.
Quasi sempre lo scopo di chi ha un problema di identità di genere è di essere sottoposto ad operazioni di riattribuzione chirurgica di sesso (il cambiamento di sesso attraverso l'intervento chirurgico sugli organi genitali). In Italia la richiesta deve essere sottoposta al giudice il quale, dopo aver effettuato perizie di valutazione dello stato psico-sessuale del richiedente, può disporne l'attuazione insieme, eventualmente, al cambiamento del nome e del sesso anagrafico. E' in seguito alla riattribuzione chirurgica che una persona diventa transessuale. Sembra che questa operazione spesso migliori la qualità della vita di queste persone, soprattutto se accompagnata, nelle fasi iniziali, da un supporto giuridico e psicologico. Molti riescono a condurre un'esistenza soddisfacente dal punto di vista affettivo e lavorativo e si integrano in maniera positiva nel contesto sociale. Se molti sono i transessuali che raggiungono una condizione soddisfacente, tuttavia molti sono anche quelli che non raggiungono questa condizione, in quanto il percorso che vi porta è particolarmente accidentato. Soprattutto perché essi sono soli di fronte a problemi pratici e psicologici enormi. Inoltre ancora non pochi passi rimangono da fare a livello culturale. Il transessuale è spesso visto come qualcosa di mostruoso, associato al mondo della prostituzione, del crimine, dell'illegalità e della droga. Non che questi ultimi non siano problemi che spesso riguardano anche transessuali; quello che non è accettabile è che tutti i transessuali, tutti, senza distinzione, vengano visti come legati alla prostituzione, al crimine, all'illegalità e alla droga. Come se avessero queste caratteristiche scritte nel loro DNA.
4° puntata - Tragedia nel municipio di Montecatini. L'ossessione e la mancanza di alternative
3° puntata - Genitore e adolescente: due mestieri difficili
2° puntata - Immigrazione e cambiamento. Cosa c'è dietro il cartello anticinesi di Empoli