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Psiconews
Un presidio di lavoratori a Certaldo

La perdita del lavoro in Toscana. Le conseguenze psicologiche della crisi

Una tematica che ormai è entrata purtoppo nelle case di molte famiglie. L'identità personale se ne può andare dopo una lettera di licenziamento?
03/02/2010 - 18:59

Partiamo dai fatti: nel terzo trimestre del 2009, dati Istat più recenti, l'occupazione è calata di 2 punti percentuali rispetto all'anno precedente (31000 posti di lavoro in meno). Andando poi a vedere nello specifico quali sono i flussi occupazionali nei vari settori, si osserva come l'industria, in cui si è registrata la perdita del 10,6% dei posti (-53000 unità), sia quello responsabile del calo assoluto, mentre i servizi e l'agricoltura, rispettivamente +1,8% e +6,2%, hanno invece un trend positivo. Questi dati ci indicano come anche nella nostra regione il mercato del lavoro stia subendo, come conseguenza della crisi finanziaria, degli stravolgimenti epocali e li stia subendo con una rapidità che crea non pochi problemi all'interno del tessuto sociale. Molte persone hanno vissuto oppure vivranno presto dei cambiamenti radicali alla propria condizione occupazionale: cambieranno lavoro nella migliore delle ipotesi, oppure lo perderanno nella peggiore. E, ahimé, per la maggior parte di loro, la condizione nuova sarà peggiore della precedente. Non a caso il cambiamento è quasi sempre subito, non scelto.



Penso sia utile fare alcune considerazioni sul significato di questo processo. Come ha ben documentato Dorothea Braginsky, uno degli psicologi più autorevoli su questi temi, il lavoro è uno dei principali elementi costituenti dell'identità. E' vero, ci sono delle differenze tra le generazioni. Per chi ha più di quaranta anni spesso il rapporto tra identità e lavoro è più lineare. Perché questo legame è durato più a lungo (cambiare lavoro era più difficile in passato), è cresciuto all'interno di una cornice di sicurezza (il contratto a tempo indeterminato), e ha spesso ancora un connotato “romantico” (il lavoro era, almeno nei settori che oggi sono in crisi, più professionalizzante, retribuito meglio e legato più a logiche produttive che finanziarie). Per la generazione di venti-trentenni il rapporto tra lavoro e identità è più complesso, ma non meno stretto. La prospettiva è sì quella di un lavoro temporaneo, flessibile, in continua evoluzione; tuttavia spesso le aspettative sono elevate: rimane sempre la speranza recondita che finalmente un giorno, dopo il calvario dei tirocini, dei contratti a progetto, della partita IVA imposta per lavorare come dipendente, sia raggiunto il traguardo di fare il lavoro che si è sempre sognato.



Date le premesse, è chiaro come un aspetto fondamentale delle conseguenze psicologiche  a cui va incontro chi perde il lavoro riguardi la minaccia alla propria identità. Non siamo più quello che siamo abituati a credere di essere: non siamo più impiegati, operai, tecnici, professionisti ecc. L'immagine che abbiamo di noi stessi non è più la stessa, ai nostri occhi e a quelli degli altri. E senza averlo scelto. Quest'ultimo punto è fondamentale: quando i cambiamenti non sono cercati ma subiti, essi provocano in chi li subisce un senso di impotenza e di incapacità. Spesso combattiamo per mantenere il posto di lavoro; e, se la battaglia non va a buona fine, più sono le energie impiegate in essa più sarà, dopo la sconfitta, il senso di impotenza e il sentimento di aver perso un'immagine di sé positiva.



Inoltre il lavoro, quando è un buon lavoro, quotidianamente fornisce un contesto in cui le cose che facciamo hanno un senso, in cui ogni azione ha un obiettivo. Quando ci troviamo disoccupati, invece, questo contesto evapora e ci troviamo depressi, in una dimensione confusa, privi di energie e di voglia di fare. Il senso di avere un posto nella società, di avere un ruolo, di meritarsi il rispetto degli altri; tutti questi elementi vengono minati da una perdita del posto di lavoro. Dice una signora da poco reduce da questa esperienza: “Quando si lavora si è attivi, mentre quando si è disoccupati non si fa niente. Io mi accascio in una poltrona e mi trascino tutto il giorno per casa; ho una mancanza di volontà incredibile e non riesco a spiegarmelo. Sono già stanca alla mattina quando mi alzo dal letto!“. 


Eisenberg e Lazarsfeld, due psicologi che hanno ampiamente studiato il fenomeno, indicano tre fasi per descrivere la disoccupazione:
1. Un primo periodo di rifiuto della nuova realtà, immediatamente successivo alla perdita del posto di lavoro. Il pensiero è: ”In un modo o nell’altro ne verrò fuori“.
2. Un periodo di pessimismo, quando non si presenta all’orizzonte un nuovo lavoro  nonostante i numerosi tentativi. Il pensiero è: ”Credo che non ne verrò mai fuori“.
3. La rassegnazione e il ripiegamento su se stessi quando si diventa “un disoccupato cronico”. Il pensiero è: “Sono spacciato, non ne verrò mai fuori“ .
La fase 3 subentra molto spesso quando si supera la soglia fatidica di nove mesi di ricerche infruttuose. Per l’esattezza, si constata che, nella maggioranza dei casi, in meno di un anno l’equilibrio emotivo del disoccupato viene spezzato.

 

5° puntata - Nei panni di un transessuale. Considerazioni sull'incontro con gli studenti del 'Pontormo'

 

4° puntata - Tragedia nel municipio di Montecatini. L'ossessione e la mancanza di alternative

 

 

3° puntata - Genitore e adolescente: due mestieri difficili

 

2° puntata - Immigrazione e cambiamento. Cosa c'è dietro il cartello anticinesi di Empoli


 

1° puntata - Violenza giovanile e vuoto. Riflessione partendo dalla distruzione delle scuole di Prato

 

Leggi la presentazione della rubrica Psiconews

Francesco Rigoli
 
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è brutto da vecchi - vera (03/02/2010 21:06)
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