
Continuiamo a parlare di lavoro. Nell'articolo precedente abbiamo cercato di delineare il problema della perdita e del cambiamento di esso; ma questo non è l'unico aspetto critico che emerge in questi anni, e in particolare nell'ultimo, con la crisi economica. Anche per chi riesce a mantenere il posto di lavoro, spesso le cose non vanno come si spera: uno dei fenomeni che stanno prendendo sempre più piede nell'ambiente di lavoro è infatti quello del mobbing. La parola mobbing è stata utilizzata inizialmente dall'etologo Konrad Lorenz per descrivere il comportamento di alcune specie animali i cui membri assalgono con violenza un membro della stessa specie per allontanarlo dal gruppo. Tale immagine è una buona metafora di quello che spesso accade all'interno del posto di lavoro. La vittima del mobbing è oggetto di comportamenti aggressivi da parte di uno o più colleghi. Le violenze possono essere sia esplicite (minacce verbali, diffusione di maldicenze, derisione, continue critiche) sia più sottili, ma non meno intense (emarginazione, assegnazione di compiti dequalificanti).
Una caratteristica del mobbing, rispetto ad altre condizioni di disagio e di conflitto sul lavoro, è che il danno che viene inflitto dagli aggressori è intenzionale; ovvero il comportamento di questi ultimi ha il preciso scopo di danneggiare la vittima. In alcuni casi l'obiettivo dell'aggressore è relazionale. Con questa parola intendo dire che l'obiettivo dell'aggressore dipende dalla relazione che egli ha con la vittima: a volte è una relazione di invidia, a volte di gelosia; altre volte la vittima è l'anello considerato come più debole, verso il quale rivolgere la rabbia accumulata in altri contesti; oppure aggredire la vittima può significare sentire di avere una forza e un potere tale da permettersi di farlo. In tutti questi casi l'aggressione ha uno scopo relazionale. In altri casi invece l'aggressione ha uno scopo strumentale. Questo scopo può essere di natura economica -ad esempio sfruttare maggiormente il lavoro della vittima- oppure organizzativa –ad esempio ottenendone il licenziamento oppure il trasferimento. Mentre, quando lo scopo dell'aggressione è relazionale, esso rimane spesso ignoto persino all'aggressore stesso e i comportamenti di mobbing da lui perpetrati sono impulsivi, nel caso in cui l'aggressione abbia invece uno scopo strumentale, è possibile che essa venga condotta secondo delle vere e proprie strategie aziendali, pensate e decise deliberatamente dai “bulli”, a mente lucida.
Detto che, come ad esempio mostrano psicologi come Harald Ege e Paul McCarthy, le cause della diffusione di un fenomeno come quello del mobbing sono da cercare all'interno della cultura e dell'organizzazione proprie del mondo del lavoro attuale (elementi indicati dai suddetti autori come correlati a tale fenomeno sono: l'estrema competitività, la crisi degli ammortizzatori sociali, l'elevato livello di aggressività giudicato tollerabile, la frequente riorganizzazione del personale a cui vanno incontro le aziende, la flessibilità del posto di lavoro, la necessità di acquisire sempre nuove abilità e competenze nel corso della carriera lavorativa) mi soffermerò su quelle che sono le problematiche psicologiche a cui possono andare incontro le vittime. Come spesso accade a chi è vittima di violenza, soprattutto quando questa non è esplicita e quindi facilmente riconoscibile, ma subdola e ambigua, un primo aspetto del disagio che si ha riguarda la vergogna e il senso di colpa.
Inizialmente, soprattutto se la vittima non ha una rete di relazioni dalla quale ricevere ascolto e conforto, ella vedrà la propria autostima crollare, si sentirà impotente, umiliata e inetta di fronte alle angherie subite e proverà un forte senso di colpa per non riuscire a reagire. Se il mobbing perdura è possibile arrivare a veri e propri problemi psicologici da affrontare in sede clinica, come disturbi d'ansia, depressione, disturbi psicosomatici.
Come affrontare una situazione di mobbing? Il primo passo, anche se sembra banale, è in realtà il più difficile. Ma è indispensabile per reagire in maniera efficace. Il primo passo consiste nel dare alle cose il proprio nome: nel riconoscere che ci troviamo in una situazione di mobbing. Che siamo vittime di un'aggressione e che questa nostra posizione non dipende da difetti e debolezze nostre -noi, anzi, stiamo facendo tutto quello che è possibile fare- ma dipende dall'oggettiva violenza che i nostri colleghi, siano di pari ruolo o di ruolo superiore, ci stanno facendo. Una volta che, spesso anche grazie alla possibilità di un orecchio capace di ascoltarci, siamo in grado di dare un significato corretto alla nostra esperienza di dolore, allora è possibile pensare di mobilitare le risorse -sindacati, azienda stessa, avvocati, altri colleghi eccetera- per affrontare il problema in modo fruttuoso e strategico.
6° puntata - La perdita del lavoro in Toscana. Le conseguenze psicologiche della crisi
4° puntata - Tragedia nel municipio di Montecatini. L'ossessione e la mancanza di alternative
3° puntata - Genitore e adolescente: due mestieri difficili
2° puntata - Immigrazione e cambiamento. Cosa c'è dietro il cartello anticinesi di Empoli