
La festa della donna, con la sua gloriosa storia (il primo Woman's Day è del 1908 negli Stati Uniti), è l'occasione per una breve riflessione sull'attuale condizione femminile. Oggi alcune domande sembrano aver ottenuto da parte dei popoli dei paesi occidentali delle risposte definitive, almeno in teoria: a nessuno viene in mente di mettere in dubbio il fatto che uomo e donna abbiano gli stessi diritti e gli stessi doveri, e che uomo e donna dovrebbero partire dalle stesse condizioni e opportunità. Ripeto, almeno in teoria. Altra cosa è l'applicazione di questi principi. Tuttavia una domanda rimane, a ben vedere, ancora aperta anche solo in teoria e si tratta di una domanda delicata, la cui risposta in un senso o in altro può far infuriare opposte fazioni, a volte guidate da sentimenti comprensibili e sacrosanti (la domanda può infatti essere facilmente oggetto di strumentalizzazione e quando ciò accade è utile e giusto reagire con forza) ma con il rischio di perdere il punto di vista scientifico. La domanda in questione è: uomo e donna sono uguali? E, corollario, se non lo sono in cosa sono distinti? Il dibattito appassiona studiosi di varie discipline, dalla sociologia alla biologia passando per la psicologia e l'antropologia. Anche all'interno di queste discipline scientifiche, al pari della società civile, c'è un forte disaccordo, spesso motivato più da ragioni ideologiche che da ragioni scientifiche.
Partiamo dicendo che il sesso di un individuo è cosa diversa dal genere. Il primo è definito da un lato dal patrimonio genetico (l'uomo ha la coppia di cromosomi XY, la donna la coppia XX) e dall'altro da processi ormonali che coinvolgono il feto prima della nascita; il secondo da altre variabili sia di natura biologica sia di natura culturale. La cosa che sembra accomunare tutte le culture è la distinzione tra due generi, due ruoli e due identità distinte (e il fatto, ad esempio, che i transgender sentano di appartenere al genere opposto e non ad un terzo genere e in linea con questa considerazione). Come i due generi siano definiti, però, è ancora oggetto di accanito dibattito tra gli scienziati sociali. Due sono le posizioni agli antipodi, con tutta una serie di posizioni intermedie. Secondo la prospettiva innatista donna e uomo, a causa di necessità di adattamento diverse (per la prima legate soprattutto alla maternità e per il secondo legate soprattutto alla protezione del nucleo familiare), hanno sviluppato caratteristiche innate diverse, innate perché inscritte nei geni.
Ecco alcune delle caratteristiche indicate dalla prospettiva innatista:
- la donna avrebbe un'intelligenza più intuitiva e più adatta a problemi globali, l'uomo avrebbe un'intelligenza più riflessiva e adatta a problemi analitici;
- l'uomo avrebbe capacità di orientamento spaziale migliori della donna; il primo avendo una visione più sistematica (rappresentando lo spazio dall'alto, come su una cartina) la seconda avendo una visione più particolare (rappresentando lo spazio solo dalla propria prospettiva);
- la donna avrebbe capacità linguistiche migliori dell'uomo;
- la donna avrebbe maggiore empatia, ovvero capacità di provare le emozioni dell'altro;
Le differenze più significative si riscontrerebbero poi in ambito sentimentale e sessuale:
- la donna sarebbe attratta maggiormente da un uomo conosciuto rispetto ad uno sconosciuto più di quanto lo sia l'uomo;
- la donna, nella coppia, rimarrebbe tendenzialmente attratta soltanto dal partner, mentre l'uomo, passata la fase dell'innamoramento (circa 9 mesi), proverebbe tendenzialmente anche attrazione per altre donne;
- la donna sarebbe più gelosa di tradimenti sentimentali da parte del partner, l'uomo di tradimenti sessuali;
- uomo e donna avrebbero fantasie sessuali diverse: il primo più esplicite e spesso con più partner mentre la donna invece più astratte e con un solo partner.
Le ipotesi della prospettiva innatista, corroborate da dati di ricerca, sono molto forti. Ma è davvero tutto così semplice? La prospettiva culturale si contrappone alla prospettiva innatista sostenendo che i dati appena esposti sono dovuti non a differenze genetiche bensì a come la nostra cultura e la nostra società concepiscono i ruoli del maschile e del femminile, ruoli che vanno poi a condizionare l'identità degli individui ad essa appartenenti. Per cui non esisterebbero tendenze innate, anzi i ruoli di maschile e femminile sarebbero estremamente flessibili. Ne è prova il fatto che le tendenze riscontrate dalla prospettiva innatista sono basate su medie mentre emerge una grande variabilità all'interno della popolazione (è, vero ad esempio, che mediamente l'uomo è più bravo ad orientarsi nello spazio, ma tuttavia esistono moltissime donne più brave di altrettanti uomini nel farlo!). Chi ha ragione, dunque? Probabilmente, almeno stando allo stato attuale della ricerca, la ragione sta nel mezzo. Esistono dei vincoli e delle potenzialità dovuti alle differenze di sesso e di genere, ma tuttavia è difficile definirle in modo inequivocabile, perché allo stesso tempo il nostro cervello ha una flessibilità tale da rendere queste differenze qualcosa di duttile. Davvero occorre attenzione quando diamo delle definizioni troppo stringenti: il rischio e di chiudere noi ciò che invece per sua natura sarebbe aperto.
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