"Sostanziale convergenza", "negoziati su tematiche consolari", "appoggio alle politiche di controllo della immigrazione contro una clandestinità che nuoce sia al Paese ospitante che al Paese di origine". Si stempera in progetti e parole che hanno contraddistinto l'incontro tra l'ambasciatore della Repubblica popolare cinese Sun Yuxi e il sindaco di Prato Roberto Cenni la tensione nata dopo le esternazioni del console cinese che aveva definito "degni delle SS" i controlli di polizia in alcune aziende di Prato dove lavoravano clandestini. Il console cinese, pensionato ad horas, non partecipa all'incontro in Palazzo comunale a Prato.
Ma dopo un'ora di riunione a porte chiuse i volti di Sun Yuxi e del sindaco, oltre che dell'ambasciatore Iannucci, sono distesi. Anche le parole: é proprio Sun Yuxi a descrivere le finalità dell'incontro che non ha partorito un accordo scritto ma aperture da entrambe le parti e sostanziali convergenze. Il problema maggiore, portato al tavolo di discussione è quello di una possibile convivenza e della lotta alla clandestinità e a chi viola le leggi. Cifre alla mano, i cinesi clandestini a Prato sono circa 30 mila contro 10500 cittadini cinesi perfettamente integrati.
L'ambasciatore parte proprio da qui, con un appello ai suoi concittadini a rispettare le regole "e le leggi italiane" e confessa che il problema della clandestinità "assilla anche Pechino". Per questo annuncia l'avvio di un negoziato tra il ministero degli esteri cinese e la Farnesina "che affronti il problema in tutti i suoi aspetti". Resta la promessa della Repubbliuca cinese di esser pronta "a riaccogliere in patria i clandestini".
L'azione di contrasto del governo locale, dice ancora Sun Yuxi, "ha tutto il nostro appoggio, ed è essenziale" ma il modo in cui si svolgono questi controlli "riguardano solo le autorità locali. D'altra parte anche noi in Cina adottiamo analoghi controlli". Ma, dice, "auspico che oltre ai controlli si mettano in atto specifiche misure di integrazione" e soprattutto "che l'esito di questi controlli tenga conto dei diritti legali dei cittadini cinesi".
A chi gli chiede se per 'legali' si intendesse 'umani', risponde "diritti legali. Non faccio riferimenti a nessun'altra parola". Clandestinità ma non solo: l'ambasciatore dichiara che il governo di Pechino "spinge e auspica investimenti di propri cittadini all'estero" e si profila una volontà anche di portare aziende e capitali in Italia. Nega, l'ambasciatore, che la nuova severità delle dogane cinesi siano una ritorsione contro i controlli alle aziende cinesi in Italia e afferma di pensare ad un'ipotetica joint venture tra tessile e manifatturiero che possa far diventare Prato la capitale del "made in".
Per arrivare a questo però è necessaria l'integrazione e se questo obiettivo è difficile da raggiungere per intanto si prensi a civile convivenza. Quindi la parola d'ordine è "cooperazione", "negoziato", "intese specifiche" e, parola magica, "investimenti". Adesso, che la Cina sta conoscendo un periodo di grande floridezza economica e finanziaria (pur in presenza di un'inflazione crescente), o mai più.