Il cappello nel terzo centenario della Fondazione dell'industria della paglia

Museo della Paglia (foto gonews.it)
Museo della Paglia (foto gonews.it)

La presenza del Museo della Paglia alla mostra assume una particolarissima importanza in quanto si celebra il terzo centenario della fondazione dell’industria moderna della paglia avviata da Domenico Michelacci tra il 1714 ed il 1718. Fu allora infatti che, messa a punto una tecnica particolare della coltivazione del grano, si cominciò a produrre paglia da destinare alla fabbricazione dei cappelli.

Coltivare cereali a fini non alimentari costituì la premessa indispensabile per realizzare i cappelli che, venduti specialmente in Inghilterra, conquistarono il mercato prima europeo e poi mondiale per diventare gli antesignani del made in Italy. I cappelli di paglia fatti a Signa e venduti come manufatto fiorentino di grande prestigio, si dissero infatti chapeaux de paille d’Italie addirittura prima dell’unità d’Italia.

Esportati via mare da Livorno, nel mondo anglosassone furono detti leghorn che, nome inglese della città labronica, diventò sinonimo di straw hat – cappello di paglia, proprio così come i pantaloni di fustagno genovese azzurro diventarono jeans dal nome inglese del capoluogo ligure. Alla metà dell’Ottocento l’industria della paglia giunse a contare intorno a 150.000 addetti, specialmente donne che intrecciavano la paglia a domicilio. L’altissima qualità dei prodotti, garantita dalla materia prima coltivata appositamente e di primissima scelta, fece sì che la manifattura dei cappelli impiantata nei vasti territori dei bacini dell’Arno, del Bisenzio e dell’Ombrone pistoiese ed estesasi su tutte le colline circostanti, diventasse la prima attività economica del granducato. Tale importanza fu mantenuta per almeno due secoli come risulta anche dalle certificazioni del gettito fiscale fornito alle finanze statali.

La grande impresa fu messa in crisi alla fine dell’Ottocento dai bassissimi prezzi delle trecce provenienti dalla Cina e si riprese solo in virtù della meccanizzazione della produzione e dalla costituzione di grandi imprese che, utilizzando i semilavorati importati, impiegarono numerosissimi dipendenti. Durante il periodo dell’autarchia, specialmente dopo le sanzioni internazionali comminate all’Italia per la guerra d’Etiopia, si reintrodusse la coltivazione del grano protrattasi fino ai primi anni Cinquanta del Novecento.

Attualmente si utilizzano prodotti vegetali importati e, eredi di tanta fama, le ditte che operano ancora costituiscono il distretto del cappello pregiato più importante al mondo ed i cappelli prodotti vengono esportati ovunque come capi di abbigliamento di moda di altissimo prestigio.

Niccolò Matellini

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