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Giorno della Memoria, 7000 giovani al Mandela ascoltano le parole dei testimoni

Sessantacinque milioni di persone morirono nella Seconda guerra mondiale, quanti gli abitanti oggi di tutta Italia. Di questi 13 milioni finirono la loro vita nei lager, metà ebrei e il resto oppositori politici e ‘diversi’ di vario tipo, omosessuali o rom e sinti, un milione e 200 mila solo i bambini. Sterminati dai nazisti, arrestati spesso da fascisti italiani. Finirono nei campi, sfruttati dai tedeschi, anche 650 mila soldati italiani che dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 dissero ‘no’ alla Repubblica di Salò. E tutti loro sono stati ricordati oggi al Mandela Forum di Firenze, gremito per quattro ore da settemila studenti da tutta la Toscana, silenti, orecchie dritte e gli occhi fissi al palco ad ascoltare i sopravvissuti e testimoni di que llo sterminio.

Le storie sono quelle di Elio Materassi, Marcello Martini e Vera Michelin Salomon, che non ci sono più, presenti con le parole dei loro diari e alcune immagini delle tante volte che hanno incontrato gli studenti. Le storie sono quelle di Tatiana Bucci, Kitty Braun e Vera Vigevani Jarach.

Elio Materassi, di Pontassieve, aveva venti anni quando fu chiamato alle armi e ventuno quando venne arrestato a Milano dai tedeschi dopo l’armistizio. Fu caricato su un convoglio con destinazione Bassa Sassonia, vicino a Stettino e al confine attuale con la Polonia. Elio oggi non c’è più: è venuto meno nel 2011. Il suo racconto, simile a quello del fiorentino Antonio Ceseri (scomparso anche lui qualche anno fa), arriva ai ragazzi attraverso le pagine di un diario, scritto durante l’anno ed otto mesi di prigionia, pubblicato la prima volta nel 1992. Ricorda la fame, il lavoro duro, le violenze fisiche spesso gratuite, le sofferenze per il freddo e i pidocchi. Pesava appena trentacinque chili quando il 9 maggio 1945 fu liberato.

Vera Michelin Salomon, venuta a mancare lo scorso 27 ototbre, rivive sul grande schermo del Mandela attraverso interviste passate. E lo stesso il pratese Marcello Martini.

Vera, valdese, visse l’arresto a Roma. Non aveva ancora ventuno anni. Ci era arrivata da Milano, dove si era trasferita giovanissima dal Piemonte che l’aveva cresciuta. Una ribelle mai pentita. “Guidati dall’incoscienza” si schernisce durante un’intervista con Gad Lerner. Ma invece era pienamente cosciente. Aveva semplicemente fatto una scelta, contro quell’indifferenza che è una trappola che distrugge società e persone. Distribuiva nelle scuole volantini contro gli occupanti tedeschi e per questo il 14 febbraio 1944 fu arrestata: condotta con altri compagni nella temibnile via Tasso dove gli interrogatori non andavano tanto per il sottile, quindi nel carcere di Regina Coeli e, messa sotto processo da un tribunale militare tedesco, condannata a tre anni di carcere duro in Germania ad Aichach. Sopravvisse. “Ma quando tornammo in Italia – ha ricordato più volte – nessuno aveva voglia di sapere cosa avevamo vissuto”.

Anche Marcello Martini, scomparso lo scorso agosto, era un oppositore politico. Aveva solo quattordici anni e faceva la staffetta partigiana e l’informatore della radio fiorentina clandestina Radio Co.ra. Sfollata a Montemurlo, nel 1944 fu arrestato da tedeschi e italiani: finisce alla Murate, quindi viene deportato il 21 giugno a Mauthausen, partito da Fossoli. Scampò alla dura vita nel lager, dodici ore di lavoro al giorno e una dieta fatta di zuppa di rape e brodaglie. Sopravvisse anche ad una marcia della morte lunga sei giorni e mezzo, duecentoquaranta chilometri a piedi senza mangiare niente. Gli piaceva incontrare i ragazzi. Era capace di ricordare il dramma vissuto con il sorriso sulla labbra. E ammoniva spesso agli studenti di non perdere mai la curiosità per lo studio e la vita, perché “ti potranno togliere tutto ma non quello che hai imparato”.

Kitty Braun, classe 1936, esule fiumana dopo la guerra a Firenze, dove ha insegnato a lungo alle scuole medie e dove tuttora viva, aveva nove anni quando fu arrestata e deportata. Il giorno del suo compleanno era sul treno che la portava a Ravensbruck. La mamma barattò con alcune partigiane un uovo e un po’ di zucchero in una tazza e preparò per lei, il fratello e il cugino Silvio una zabaione. “E fu festa” ripete sempre Kitty. Dopo Ravesnsbruck fu trasferita a Bergen Belsen, il campo di Anna Frank.

“Non riuscivo a capire cosa potessimo aver fatto per essere trattati in quel modo” racconta. Il babbo lavorava in banca e dopo le leggi razziali fu licenziato. La mamma faceva i cappelli. IL padre pensava che deportassero gli ebrei solo per impadronirsi dei loro averi. Quando fu bruciata la sinagoga davanti casa capì che il bersaglio non erano solo gli ebrei ricchi. Fuggirono. Ma furono traditi. Ricorda il freddo, un freddo tremendo, l’odore di carne bruciata e le baracche invase da pidocchi, che cercavano di schiacciare con le unghie. “Avevamo un pagliericcio – racconta - e una coperta grigia che pungeva, ma quando la notte la donna che stava sopra di noi si muoveva cadeva una pioggia nera di pidocchi. Da allora non riesco più a dormire in un letto a cas tello se non nel posto più in alto”. Ricorda l’ odore nauseabondo della zuppa di rape, che provocava spesso diarrea che a sua volta debilitava il fisico già compromesso dei prigionieri. Quando le mamme andavano al lavoro forzato, i bambini rimanevano in baracca. C'erano le finestre. “Stavo appoggiata sotto, al muro, e raccontavo ogni giorno novelle che inventavo – dice – Le raccontavo a mio fratello e mio cugino, gli unici che potevano capire l’italiano. Ma anche gli altri bambini si avvicinavano e stavano ad ascoltare”. Infondeva a tutti serenità.

Quella di Vera Vigevani Jarach, giornalista a lungo dal Sudamerica, è una storia per certi aspetti diversa. Lei in una campo di sterminio non ci è mai finita, diversamente dal nonno che ci è morto. E’ riuscita a fuggire in Argentina, assieme al resto della famiglia. Ha comunque patito le leggi razziali, l’esclusione da scuole e ben due drammi: la figlia Franca è infatti uno dei trentamila desaparecidos della dittatura di Videla, condotta nel 1976 in un campo di concentramento, giovanissima, e scomparsa nel nulla in uno dei tanti voli della morte, senza una tomba su cui piangerla. Da allora Vera è una delle madri di Plaza de Mayo ed anche stamani indossava sulla testa il fazzoletto bianco con il nome della figlia e la foto racchiusa in una spilla sul pe tto.

“Tutto ciò è successo con la complicità di un popolo che guardò dall’altra parte” accusa. E’ accaduto negli anni Trenta e Quaranta in Germania e in Italia. E’ successo di nuovo in Argentina. “Tutti abbiamo le nostre responsabilità - invoca – e dobbiamo imparare a non stare mai in silenzio. L’incontro tra culture diverse aiuta a crescere e non è vero che le utopie non si realizzano mai: in ogni tracciano una strada.”.

L’ultima storia è quella di Tatiana Buccci, sopravvissuta assieme alla sorella Andra agli orrori di Auschwitz e Birkenau e al Joseph Mengele, “un medico che – non si stanca mai di ripetere – non ha il diritto di chiamarsi medico”, come i tanti scienziati che utilizzarono i prigionieri dei lager come cavie. Andra stamani non poteva essere presente. Tatiana invece c’era. Figlie di un matrimonio misto, padre cattolico e mamma ebrea, ricorda quando nazisti e fascisti entrarono una notte nella loro casa a Fiume, il passaggio dalla Risiera di San Sabba a Triesti, quindi la deportazione ad Auschwitz. Lei aveva sei anni ed Andra quattro. Furono scambiare per gemelle e fu la loro fortuna. Racconta la prima selezione, il tatuaggio sulla pelle, la perdita del cuginet to Sergio diventato cavia in un campo alle porte di Amburgo, stordito con una dose di morfina ed ucciso impiccato ad un gancio da macellaio, assieme ad altri venti ragazzi, mentre l’esercito alleato si stava avvicinando e i nazisti cercavano di cancellare le prove dei loro misfatti.

“Fu nel campo di sterminio che mi resi conto di essere diversa, un’ebrea, e pensai che tutti gli ebrei dovessero avere quella vita” racconta. “Dalla baracca dei bambini - prosegue - vedevamo il camino del forno crematorio, da cui giorno e notte usciva fumo e fiamme. Convivevamo con la morte, con il fango quando pioveva e la neve d’inverno. Ma riuscivamo ancora a giocare”.

Barni e Nardella sull'importanza della memoria

"Ascolterete non odio nelle parole dei testimoni oggi ma una scelta precisa, quella di raccontare. Non odio ma la volontà di costruire. Il senso della memoria è questo, incidere nel presente per costruire relazioni di pace e di giustizia. A voi ragazzi perciò dico, rendete vivo questo messaggio, è possibile. Ogni giorno con tante piccole azioni".

E' il viatico lanciato dal palco dalla vicepresidente Monica Barni ai 7000 giovani che, anche quest'anno, hanno riempito il Mandela Forum per il Giorno della Memoria 2020 dedicato alle vite spezzate nelle guerre, nelle deportazioni e negli stermini.
Dopo aver tributato un grazie particolare agli insegnanti delle scuole toscane che hanno preparato gli allievi a questa giornata accompagnandoli in un lungo percorso che hanno condiviso con le politiche della Regione centrate sui temi della memoria, della storia e dei valori della Costituzione, Barni ha invitato a riflettere sul fatto che, in Europa, dopo l'orrore della seconda Guerra mondiale non ci sono stati più conflitti, ma nel mondo sì.

"E' in corso la terza guerra mondiale come ha ricordato Papa Francesco -  ha proseguito la vicepresidente - e oggi invito a riflettere su tutte le vite spezzate. Riflettiamo sui processi che portano a questi orrori, su quali siano i meccanismi che li generano. Essere qui ad ascolare oggi non ci permetterà più di rifugiarsi nell'indifferenza".

La Shoa è una fenditura nella coscienza contemporanea che non si rimarginerà mai ma va curata, ha detto il sindaco di Firenze Dario Nardella intervenuto ai saluti iniziali. E anche lui ha rivolto un invito a tutti i giovani presenti, proponendo di mettere davanti alla porta di casa un cartello con la scritta "Qui vive un antifascista" o "Qui c'è amore", "Qui c'è fratellanza", "Qui c'è liberta", per dire che  la memoria non è dimenticata, è custodita. Perché l'unico antidoto all'odio e alla violenza è l'amore. Se c'è amore c'è memoria.

Irvin Mujcic: "Siamo tutti responsabili"

"Noi tutti siamo dei piccoli Hitler, Mussolini e Milosevic” dice Irvin Mujcic, fuggito a cinque anni dalla guerra in Bosnia, alle porte dell’Italia, e sopravvissuto al massacro di Srebrenica del 1995, che interruppe allora bruscamente l’esistenza di 8.372 musulmani bosniaci. Di fronte ed attorno a lui i settemila ragazzi del Mandela Forum di Firenze, studenti delle scuole superiori di tutta la Toscana, centocinquanta universitari e trecento ragazzi delle medie fiorentine. Lì, tutti assieme come accade ogni due anni, per ricordare il giorno della memoria. Per guardare al passato ma anche al presente. Per ascoltare testimoni e sopravvissuti dello sterminio di cui ottanta anni fa i nazisti ma anche i fascisti furono colpevoli: in silenzio per quattro ore, sempre concentra ti, il volto tirato a tradire emozione e partecipazione, pronti ad applaudire quando chi racconta si interrompe per il dolore e la commozione che torna ad agitare l’animo.

La frase di Irvin è pesante e taglia l’aria. Ma il senso è chiaro: è un richiamo ad una responsabilità diffusa e condivisa sui destini e il futuro del nostro pianeta, è un po’ come dire che siamo un po’ tutti arroganti ed egoisti e quindi responsabili, come responsabili furono negli anni Trenta e Quaranta quanti si chiusero nell’indifferenza e stettero in silenzio di fronte alle prime esclusioni e rastrellamenti. Non ci sono insomma alibi per sfilarci via. Ma la memoria non può neppure essere odio, vendetta e turismo della morte. Per questo Irvin a Sebrenica, dove il padre e lo zio sono scomparsi in una fossa comune, è tornato, molti anni dopo, e lì ha deciso di dar vita ad un progetto di pace e di riflessione dedicato ai giovani, per difendere non solo una città ma un ideale di convivenza. E’ lo stesso motivo per cui non trovi rancore nelle parole dei testimoni dello Shoah.

“Non ho mai odiato i tedeschi ma sicuramente ne avevo paura – confessa Tatiana Bucci, sopravvissuta con la sorella Andra ad Auschwitz e Birkenau – Poi ad un certo momento ho capito che i tedeschi non erano solo i nazisti”. E non c’è odio neppure in chi, come rom e sinti, patisce oggi ancora esclusione razzismo.

Nel 1945 tutte le nazioni dissero “mai più”. Ma altre guerre ci sono state ed anche altri stermini si sono consumati. La memoria, si ripete sul palco, serve a capire se oggi ci sono ancora percorsi come quelli che condussero ad Auschwitz. E’ l’unico vaccino che può aiutare a sconfiggerli.

"Se fossi nata ai tempi del nazismo, sarei stata destinata allo sterminio - dice Eva - perché rappresento la minoranza più vasta in Europa costretta alla fuga da sempre a causa di una politica persecutoria". Eva Rizzin, ricercatrice dell’università di Verona, è una sinti rom. “L’antiziganismo, come l’antisemitismo, è una delle forme più diffuse di razzismo in Europa e in Italia” racconta. Lo sappiamo, ma spesso facciamo finta di non accorgercene.

Quella persecuzione ha avuto una delle pagine più buie durante il Terzo Reich, quando rom e sinti furono deportati in massa. Fu anticipata dallo Zigeneur Buch, un testo pubblicato nel 1905 a Monaco di Baviera che in 344 pagine elencava i dati personali e genealogici di 3350 persone appartenenti all'etnia Rom. Quel censimento fu molto utile poi ai nazisti e in quell'elenco finirono anche il trisnonno e il bisnonno di Eva Rizzin.

Ma i censimenti sull'etnia sinti e rom non sono finiti. "Nel 2008 rom e sinti sono stati nuovamente censiti per etnia e religione - ricorda la Rizzin - e nel 2018 in Italia abbiamo avuto rappresentanti istituzionali che hanno chiesto di nuovo un censimento dei nomadi. Ancora oggi dichiararsi rom e sinti non è facile perché significa equipararsi a qualcosa di negativo e molti nascondono la propria identità perché certi cognomi sono considerati uno stigma".

La testimonianza di Ugo Brilli

Nel corso delle celebrazioni per il Giorno della Memoria il Consiglio comunale oltre ad ascoltare le testimonianze di ragazze e dei ragazzi delle scuole secondarie del Comune di Firenze, che hanno raccontato la loro esperienza del viaggio ai campi di sterminio per il progetto “Le chiavi della Città. Il Futuro della Memoria”, ha ospitato Ugo Brilli, un soldato italiano, nativo di Campi Bisenzio che dopo l’Armistizio, rifiutandosi di collaborare con i nazionalsocialisti e fascisti, venne internato a Berlino e che recentemente è stato insignito con il Cavalierato dell’Ordine al Merito della Repubblica Federale di Germania.

Al termine della sua toccante testimonianza, ad Ugo Brilli, 98 anni, è stato consegnato dal sindaco Dario Nardella e dal presidente del Consiglio comunale Luca Milani una spilla con il Giglio di Firenze in segno di riconoscenza ed a ricordo di questa celebrazione del Giorno della Memoria. (

Fonte: Regione Toscana

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