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Nello studio di Gianfranco Giannoni, apprezzato artista di San Miniato

Un uomo che con ironia affronta un mondo irrimediabilmente offeso, sperimentando con risultati notevoli, più di una tecnica artistica: dalla pubblicità alla grafica, dall’affresco alla scenografia, fino naturalmente alla pittura.

San Miniato è un luogo di singolarità grandi e antiche, ci hanno vissuto e lavorato numerosi pittori, fino dal 1500, pochi però che abbiano scelto l’arte come unica fonte di vita, per questo ci piace andare in visita allo Studio di Gianfranco Giannoni, ed è questa tutt’altro che una nota di colore: quando è vissuta a pieno l’arte è un destino, e anche una condanna, può essere gioia assoluta, ma anche tortura e tragedia.

Credo che Gianfranco - dentro quel suo fare ricco di ironia -, sia stato e sia, anche tutto questo: un uomo che ha attraversato le difficoltà della vita e le soddisfazioni che un artista può incontrare, soprattutto i giorni felici, poiché quelli tristi, quelli complicati non contano, è altro per fortuna ciò che dobbiamo ricordare, sul quale costruire le nostre somme.

Giannoni, nato nel 1946, comincia dipingere a vent’anni, ma già negli anni precedenti ha riconoscimenti significativi: un pittore prima di diventarlo, un predestinato, vediamo il suo lavoro anche a San Miniato e d’intorno, per esempio nel grande affresco realizzato nel 1967, dentro l’oratorio dei santi Sebastiano e Rocco, in piazza Buonaparte.

Giannoni ha dipinto le storie di San Sebastiano, alla destra dell’altare, dimostrando una già importante maturità espressiva, e soprattutto compositiva: si osservi l’immagine del grande santo, ma soprattutto la finestra al centro dell’opera, che Giannoni riesce a inserire brillantemente dentro il suo enorme disegno. La vetrata è di Dilvo Lotti, ma l’interessantissimo contorno fa parte dell’affresco di Giannoni.

Saranno poi anche altre le composizioni a cui darà vita nelle chiese e sui muri della città, spesso anche insieme ad altri artisti. Sto pensando ad esempio a “La cena dei poeti”, nella sala progettata da Lanfranco Benvenuti - il più interessante architetto della San Miniato del 900 - disegnata insieme a Giorgio Giolli, dentro al ristorante Genovini, o ai murali del bar Bulleri (oggi Bonaparte), di fianco al citato oratorio.

Insomma opere assai impegnative, ma anche - nella lunga collaborazione con don Luciano Marrucci - incisioni di piccolo formato, che dimostrano anche stavolta, la felicità d’invenzione e una formidabile manualità. L’impianto scenico (ci piace chiamarlo così) non è mai banale, Giannoni riesce ad entrare nel mistero del racconto - in genere di don Luciano - e a farlo suo, accrescendolo, moltiplicandone suggestione e possibili implicazioni.

Vediamo, in queste felicissime soluzioni grafiche, una lezione maturata entro l’Istituto del Dramma Popolare, con quel ciclo di magnifici manifesti realizzati da Pietro Parigi. Giannoni - lo voglia o no - ci sembra l’allievo migliore di Parigi, quello che ne potrebbe rappresentare l’esito principale, davanti a qualsiasi tribunale o giuria.

Non si può ad esempio dimenticare il lavoro fatto per una storia di don Luciano, che si intitolava “La profuga”. Nel 1981 Giannoni incise due splendidi linoleum, trasformando il personaggio della donna in quella misteriosa figura teatrale che il sacerdote poeta avrebbe sviluppato solo parecchi anni dopo. L’artista aveva anticipato o addirittura suggerito l’ispirazione successiva del suo amico prete.

Naturalmente la pittura di Gianfranco Giannoni oggi è molto altro, attraversa tante fasi e tante epoche, e anche tanti amici, che troviamo rappresentati sulle pareti del suo studio, tra questi non possiamo non ricordare la figura di un altro artista importante che ha toccato o forse qualcosa di più gli antichi muri di San Miniato, abitandovi per quasi quindici anni, e tornandovi - questo è poco noto, ma non va dimenticato - anche per morire. Sto parlando di Pietro Marchesi, Tropei, il quale appunto, già malato visse gli ultimi mesi di vita, in una cella del convento di San Francesco, dove aveva abitato nei primi anni 70. Tropei era uno dei più grandi amici di Giannoni, con lui condivise il piacere della pittura e anche tante altre cose.

Ne vedo alcune opere entrando nel luogo dove lavora, in un’antica tabaccaia nella campagna sanminiatese. Lì ci sono quadri già finiti, altri in composizione, con una grande armonia d’insieme che credo sia la sua caratteristica più evidente, e che forse gli arriva direttamente dagli studi di grafica pubblicitaria fatti da giovanissimo.

Se guardiamo i suoi anni di lavoro, i risultati ottenuti, ci sembra ogni volta che Gianfranco non abbia avuto la possibilità di sperimentarsi fino in fondo, è quello che ci viene da pensare per molti artisti che in contesti diversi avrebbero potuto dare maggior sfogo alle loro potenzialità. Ci sembra insomma un peccato, che Giannoni non abbia potuto avere l’occasione di realizzare altri affreschi, che abbia dato pochissime prove in un apprezzato lavoro di scenografo (ad esempio per una “Cimice” di Majakovskij del lontano 1969), di non aver maggiormente sperimentato le sue potenzialità grafiche, di non aver neanche avuto troppe occasioni di un lavoro nell’ambito della pubblicità di cui non abbiamo detto, ma che fa comunque parte del suo curriculum.

Resta per fortuna il suo dipingere e questo l’abbiamo scritto all’inizio, rappresenta un tesoro e forse anche un cruccio. Qui è avvenuta la sua raggiunta maturità, con le grandi tavole che affollano lo studio che stanno lì a dimostrarlo. Giannoni ce le mostra, ne è come sommerso, ogni volta dietro a queste opere c’è un’invenzione poetica e soprattutto una maestria esecutiva.

Franco stavolta non è travolto dal colore, lo stende con dovizia e solo con apparente semplicità. I risultati sono sempre di notevole eleganza stilistica, di singolare e inequivocabile coerenza, sono opere sue e non di un altro artista. La firma è inutile e inequivocabile. Anche quando sembra cambiare tavolozza (come per esempio nelle opere a fondo bianco realizzate di recente per uno importante sartoria empolese), la stesura dei colori acrilici, il modo di combinare i colori è tutto di Gianfranco Giannoni, lo rappresenta meglio di qualsiasi attribuzione.

Ci sono anche opere che ne dimostrano la presenza civile, quadri che riguardano il ponte Morandi a Genova o l’attentato alle torri gemelle di New York, ma anche un “Incontro galante a piazzale Loreto”, che racconta anche stavolta quello che in Giannoni è sempre stato il suo essere da un’altra parte, molto fuori dal coro, che lo ha forse sfavorito, ma che ce lo ha sempre fatto piacere.

Franco dipinge su grandi tele di misure di circa 180 x 180, con variazioni assai rare, riempie gli spazi quasi sempre con colori acrilici, stesi a grandi campiture, anche se in passato ha lavorato con altri supporti, oli e tempere, spatole, maggiore densità di colore.

Oggi la pittura di Giannoni è soprattutto realizzata a partire da idee da cui il pittore si lascia coinvolgere, mischiando influenze dell’iper realismo o della pittura pop americana, e trovando una sua poetica originale. Assomigliano spesso a grandi manifesti, sono quadri che lanciano messaggi precisi, o che sottolineano e a volte ribaltano la realtà.

A volte succede che Giannoni metta al centro dei suoi quadri grandi uova cotte al tegamino, che rappresentano pianeti o altri elementi di natura appunto ovoidale, poi gattisilvestri o anche pinocchini, vinti dai cattivi della storia, dai gatti e dalle volpi.

La Storia, appunto, anche quella con la S maiuscola, sempre presente in lui, spesso può darle corpo, come ha fatto nella chiesa della Serra, dove un suo grande Cristo (1982) nasce dalle forme bizantine del Crocifisso di Cimabue, irrimediabilmente minato dall’alluvione del 1966. Giannoni lo ha dipinto mettendolo dietro all’altare, all’inizio probabilmente il popolino dei fedeli non l’ha troppo apprezzato, a differenza di oggi: quella grande croce è molto amata, anche dalla gente comune.

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