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Remo Burlon e quel bigliettino lanciato dal treno della morte

remo burlon

La prima pietra d'inciampo di Empoli verrà posta davanti l'abitazione di Remo Burlon, in via Chiara

‘Mi portano in Germania’. Durante il viaggio della morte dal quale in pochi avrebbero fatto ritorno, dal treno in sosta alla frontiera del Brennero vengono lanciati dei foglietti. Una donna si premura di raccoglierli e di vedere cosa c’è scritto sopra ed a chi sono destinati. Uno di questi è della mensa della Taddei di Empoli perchè su quel treno ci sono anche i deportati dalla vetreria empolese. Il nome scritto sopra è quello di Remo Burlon, per tutti Giovannino, che al pari di tanti altri compagni cercò un ultimo, disperato gesto per dare sue notizie ai familiari.

Lui non lo saprà mai, ma il suo gesto ebbe l’effetto sperato perché quel foglietto, poi arrivato alla famiglia, resta l’ultima notizia sua prima di quella della morte avvenuta nel campo di lavoro di Ebensee.

Remo aveva 33 anni al momento della deportazione. Era empolese, ma il suo nome testimonia di come la sua famiglia avesse origini non toscane. Per la precisione i Burlon erano veneti, del bellunese.

Remo Burlon

Remo Burlon

Il padre era cuoco dei Carabinieri e lavorava alla caserma di Empoli quando nacque questo figlio che avrebbe avuto un destino tragico. Grande amico del pittore Virgilio Carmignani, Remo lavorava alla Taddei, era antifascista al punto che la moglie Ines metteva anche il cotone alle finestre per non far sentire le sue imprecazioni contro il regime quando la polizia passava sotto le loro finestre.

Quella mattina proprio la moglie gli disse di non andare a lavorare, ma il marito non ne volle sapere. C’era stato lo sciopero ed era un motivo in più per tornare sul luogo di lavoro. Fu l’ultima volta che in casa sua lo videro. La figlia Roberta, che al momento della deportazione aveva cinque anni, ha ricordi sbiaditi del padre.

“Quando ci fu il bombardamento del 26 dicembre del ’43 eravamo a pranzo. Sentimmo un gran frastuono e andammo sul terrazzino di casa per capire cosa fosse successo. Quando ci si rese conto dell’accaduto scappammo nel fognone dell’Arno dove c’era tantissima gente a proteggersi e ripararsi dal pericolo di nuove bombe.

Ricordo che mio padre mi teneva sulle spalle, che era prestante e non a caso si divertiva nel tempo libero praticando il pugilato. Dopo la sua deportazione di lui abbiamo solo ricevuto quei biglietti lanciati dal treno, poi niente altro, nemmeno il corpo che sicuramente fu bruciato.

Ci fu solo un reduce che ci disse che era con lui e che gli morì fra le braccia ad Ebensee, sottocampo di Mauthausen, ma era una persona tornata in uno stato psicologico comprensibilmente difficile e non si sa quanto la sua storia fosse vera”.

Nonostante i 33 anni e la forza fisica, in quel campo di lavoro Giovannino riuscì a sopravvivere poco più di due anni, fino al 25 aprile del 1945.

Nel giorno in cui l’Italia fu liberata e poco prima di quel 6 maggio, quando anche il campo fu finalmente aperto portando alla luce la sua triste galleria dove le persone lavoravano in condizioni disumane, Giovannino morì di stenti.

Da allora la figlia Roberta ha sempre tenuta viva la sua memoria con l’iscrizione all’Aned e la partecipazione ai viaggi annuali. Con lei il ricordo di quell’uomo vigoroso che la teneva sulle spalle e quei biglietti lanciati dal finestrino di un treno. La pietra d’inciampo di fronte alla porta di casa sua lo fisserà anche nella memoria collettiva della nostra città.

Marco Mainardi

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