Minacce sui social di Mazzeo. La denuncia del vicepresidente: "Prendiamo le distanze dall’odio"
Antonio Mazzeo (foto gonews.it)
Il vicepresidente del Consiglio regionale Antonio Mazzeo ha riferito in una nota di aver subito minacce e insulti sui social network. Secondo quanto riportato, alcuni utenti avrebbero auspicato il suo arresto da parte di Trump, richiamando la prigione di Guantánamo, definita da Mazzeo "uno dei simboli più evidenti della sospensione dei diritti, dell’arbitrio e della violenza di Stato".
Mazzeo denuncia le minacce e il linguaggio d’odio sui social, esprimendo preoccupazione per l’aumento della violenza politica anche alla luce del cosiddetto 'caso Cantini' a Empoli, dove il coordinatore di Fratelli d’Italia parlava di "sterminare i comunisti". Ha sottolineato come certi commenti non siano semplici provocazioni, ma espressioni che "avvelenano il confronto pubblico" e che "rendono accettabile ciò che poco tempo fa sarebbe stato considerato inaccettabile".
La nota si conclude con un appello rivolto a tutte le forze politiche: "Prendiamo le distanze, senza ambiguità, da questo linguaggio e da questi modelli culturali. Difendere il confronto democratico, anche duro, è un dovere comune"
La nota integrale di Antonio Mazzeo:
"Sono abbastanza abituato alle minacce e agli insulti che arrivano sui social. Per chi fa politica, purtroppo, è qualcosa che va messo in conto.
Inizio però a essere davvero preoccupato per il linguaggio d’odio e per il livello della violenza politica — finora solo a parole — che sta crescendo nel dibattito pubblico: una visione che normalizza l’odio, legittima la repressione e trasforma l’avversario politico in un nemico da eliminare.
Qualche giorno fa il coordinatore di Fratelli d’Italia di Empoli parlava di “sterminare i comunisti”.
Oggi ho ricevuto questi due commenti su Facebook che auspicano il mio arresto da parte di Trump e richiamano Guantánamo, uno dei simboli più evidenti della sospensione dei diritti, dell’arbitrio e della violenza di Stato.
Non sono provocazioni qualsiasi.
Sono parole che evocano la negazione delle libertà fondamentali, che banalizzano la repressione e che trovano oggi una pericolosa legittimazione nel linguaggio politico di Trump e del movimento MAGA, che sdoganano l’idea che il dissenso vada punito, anche con la forza.
Non sono episodi isolati, né semplici “eccessi verbali”.
Sono il prodotto di una narrazione politica che avvelena il confronto pubblico e rende accettabile ciò che fino a poco tempo fa sarebbe stato unanimemente considerato inaccettabile.
La politica ha una responsabilità enorme: le parole contano.
Per questo rivolgo un appello a tutte le forze politiche, ma in special modo alla destra:
prendiamo le distanze, senza ambiguità, da questo linguaggio e da questi modelli culturali.
Difendere il confronto democratico, anche duro, è un dovere comune.
Strizzare l’occhio all’odio, alla repressione e alla violenza, anche solo verbale, è una responsabilità che non possiamo permetterci.
La storia ci insegna che certe parole non sono mai innocue.
È da lì che iniziano le derive che poi tutti dicono di non aver voluto.
Oggi siamo ancora in tempo per fermarci. Domani potrebbe essere più difficile".
