"Ci sono riforme che non parlano soltanto agli addetti ai lavori, ma toccano un punto essenziale del rapporto tra Stato e cittadino. Quella sulla giustizia è una di queste. Il referendum del 22 e 23 marzo 2026 non riguarda una materia astratta o lontana dalla vita delle persone: riguarda il modo in cui la giustizia viene organizzata, percepita e vissuta da chiunque possa trovarsi, anche una sola volta nella vita, davanti a un’indagine, a un processo, a una decisione dello Stato.
Per questa ragione il Sì non è, a nostro avviso, una scelta simbolica o di bandiera. È una scelta politica chiara, che afferma un’idea precisa di giustizia: più limpida, più ordinata, più credibile, più vicina al cittadino comune. La riforma sottoposta a referendum interviene infatti su un nodo decisivo dell’ordinamento, prevedendo la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti, la costituzione di due distinti organi di autogoverno e l’istituzione di una Corte disciplinare dedicata.
Il punto politico di fondo è semplice. In uno Stato di diritto, chi accusa e chi giudica non possono essere percepiti come figure appartenenti allo stesso orizzonte professionale e istituzionale. Il
pubblico ministero svolge una funzione essenziale, ma diversa da quella del giudice. Il giudice deve decidere in posizione di piena terzietà. E questa terzietà, per essere davvero credibile, non
deve solo esistere sul piano teorico: deve risultare chiara, visibile, riconoscibile agli occhi dei cittadini.
È qui che si vede il valore vero della riforma. Per troppo tempo su questi temi si è preferito usare un linguaggio tecnico, quasi iniziatico, che ha finito per allontanare le persone da una questione invece molto concreta. Ma il cittadino comune capisce benissimo un principio elementare: se uno ti accusa e un altro ti giudica, è giusto che tra quei due ruoli ci sia una distinzione netta, non sfumata. Non è un ragionamento per giuristi. È una regola di buon senso, di equilibrio istituzionale e di civiltà giuridica.
Chi si oppone alla riforma tende spesso a presentarla come un attacco alla magistratura. È una lettura che non condividiamo. Qui non si tratta di essere contro qualcuno. Si tratta, al contrario, di rafforzare la credibilità della giustizia, chiarendo ruoli, funzioni e responsabilità. Una giustizia più chiara non è una giustizia più debole. È una giustizia più autorevole, perché più trasparente nel suo funzionamento e più comprensibile per i cittadini.
Separare le carriere significa anche compiere una scelta di responsabilità istituzionale. Significa riconoscere che accusare e giudicare sono compiti entrambi fondamentali, ma non sovrapponibili. Significa mettere ordine dove per anni si è preferito lasciare ambiguità. Significa, soprattutto, costruire un sistema in cui il cittadino possa avere maggiore fiducia nel fatto che le garanzie non siano solo proclamate, ma strutturalmente presidiate.
Ed è proprio questo il punto che, politicamente, riteniamo decisivo. La riforma della giustizia è importante soprattutto per chi non vive il diritto come mestiere, ma come realtà che può incidere
sulla propria esistenza: un padre di famiglia, un lavoratore, un imprenditore, un giovane, un anziano, chiunque chieda allo Stato regole chiare e giudizi davvero imparziali. Il cittadino comune
non domanda formule astratte: domanda equilibrio, chiarezza, riconoscibilità delle funzioni, fiducia nelle istituzioni. E questa riforma prova a dare una risposta proprio a quella esigenza.
C’è poi un altro profilo che non va sottovalutato. In una stagione nella quale il rapporto tra cittadini e apparati pubblici è spesso segnato da distanza e diffidenza, una riforma che renda la giustizia più leggibile è anche una riforma che avvicina le istituzioni al popolo. Per questo il Sì è anche una scelta politica di trasparenza: afferma che lo Stato, quando giudica, deve farlo con un’architettura il più possibile chiara, distinta e comprensibile.
Per noi, dunque, il Sì è il voto di chi crede che la giustizia debba essere forte non perché confonde i ruoli, ma perché li distingue con chiarezza. È il voto di chi pensa che il giudice debba apparire davvero terzo. È il voto di chi ritiene che le garanzie del cittadino non si difendano a parole, ma anche attraverso riforme capaci di rendere più lineare il sistema. È il voto di chi vuole una giustizia meno opaca e più vicina alla sensibilità democratica di uno Stato moderno.
Il 22 e 23 marzo non si vota su una questione marginale. Si vota su una riforma che può incidere in profondità sulla qualità del nostro ordinamento e sulla fiducia che i cittadini ripongono nella
giustizia. Per questo riteniamo che la scelta giusta sia sostenere con convinzione il Sì: non per appartenenza, ma per una precisa idea di Stato, di garanzie e di rispetto verso i cittadini".
Elisabetta Villani | Coordinatrice Fratelli d’Italia Montelupo Fiorentino
