Come non dimenticare: il punto sul Fondo Ristori nell’Empolese-Valdelsa

C’è una frase attribuita a Primo Levi, che tutt’oggi risuona, quasi un monito: "L'Olocausto è una pagina del libro dell'Umanità da cui non dovremo mai togliere il segnalibro della memoria". Una memoria che dopo 80 anni coltiviamo attraverso le ricorrenze collettive, ma che rimane ancora anche fatto personale. A lottare per mantenere vivo il ricordo e restituirgli dignità, sono infatti soprattutto quei familiari e quegli eredi di chi la storia con la S maiuscola l’ha attraversata.
Grazie al Decreto-legge del Governo Draghi, nel 2022 è nato il cosiddetto Fondo Ristori, un finanziamento pensato per le vittime di crimini di guerra e contro l’umanità compiuti sul territorio italiano dalle forze del Terzo Reich tra il 1939 e il 1945. Anche in Toscana numerose cause sono andate a buon fine, risarcendo i parenti delle vittime e soprattutto riconoscendo, nero su bianco, quella ferita aperta e tramandata di generazione in generazione nelle famiglie dei deportati. L’ultimo caso è di questo gennaio, quando il Tribunale di Firenze ha risarcito gli eredi di due delle 29 vittime della ‘strage empolese’ del 24 luglio 1944. Una sentenza storica per la città.
Il caso di Montelupo ed Empoli, perché la Storia è collettività
Un esempio virtuoso è sicuramente il Comune di Montelupo Fiorentino, che si è impegnato attivamente per supportare i familiari delle vittime nel processo di coordinamento e di deposito del ricorso. In totale sono state presentate 13 citazioni, che interessano complessivamente 16 deportati, alcuni dei quali hanno già iniziato a ricevere gli indennizzi. Solo per citare uno degli ultimi casi, lo scorso dicembre una pronipote del parrucchiere Gianni Sanzio, deportato prima a Mauthausen e poi a Hartheim, ha ottenuto il riconoscimento di un risarcimento per 600mila euro in una sentenza di primo grado.
L’assessore alla memoria di Montelupo, Lorenzo Nesi, si ritiene soddisfatto: "Al momento tutte le sentenze di primo grado che riguardano i singoli, cioè i familiari dei deportati, hanno avuto esito positivo. Iniziano ad essere tante, sono sei sentenze familiari positive che riguardano 9 deportati sui 16 totali". L’unica sentenza ad esito negativo è invece al momento quella presentata dal Comune stesso, che aveva presentato un'istanza di ristoro del danno non patrimoniale provocato dai crimini del Terzo Reich. Una scelta simbolica, che vuole restituire spazio all’intera comunità montelupina segnata dai fatti dell’8 marzo 1944, quando le forze fasciste e tedesche decisero di punire il successo dello sciopero generale contro la guerra, avvenuto il 4 marzo. In soli 4 giorni più di 90 lavoratori vennero rastrellati e spediti con un carro bestiame a Mauthausen. 21 erano di Montelupo, solo 5 tornarono. Tra questi anche Aldo Rovai che racconta con parole semplici l’ingenuità di fronte alla follia nazista: "Noi non si era mai sentito parlare di questi campi. Di fare quella fine non ci si aspettava, sennò quando eravamo in autobus per andare a Firenze si poteva tentare di scappare. Alcuni volevano scappare, ma un'altra parte diceva, non abbiamo fatto niente, al massimo ci porteranno a lavorare".
L’Amministrazione ha quindi voluto rileggere in chiave collettiva la storia drammatica dei singoli, che non è solo quella dei deportati ma anche delle loro famiglie, degli internati militari, dei prigionieri, dei civili uccisi e feriti. Si stima che circa 300 persone su una popolazione di 7000 abitanti vennero colpite direttamente, un terremoto di dolore che non può che essere di comunità.
Nonostante questo "il giudice di primo grado ha valutato che il fondo è riservato per le persone fisiche e non può essere applicato a persone giuridiche, come un comune" spiega Nesi. "Si è poi soffermato sui danni non patrimoniali tipici di persone giuridiche, che sono la reputazione, l’immagine. Esistono sentenze positive, ma sono per stragi ed eccidi, per capirci quando i fucilati sono stati appesi in piazza. La deportazione è un caso diverso: il rastrellamento avviene con l’inganno, non ti fanno del male sul posto, ma ti portano lontano dove ti tolgono i diritti, ti uccidono di lavoro e di stenti. Per la sentenza è come se ciò non influisse sull’immagine del Comune". Come spiega l’avvocato Diego Cremona, che rappresenta numerosi parenti di deportati, "il problema è interpretativo.
Se all'espressione persona, che viene evocata dalla norma senza ulteriori accezioni, si dà un significato ampio, allora l'amministrazione comunale, o persona giuridica, deve rientrarci. Se invece a quell'espressione si dà un'interpretazione riduttiva, quindi circoscritta alle persone fisiche, allora ne segue quel pronunciamento che purtroppo nel caso del comune di Montelupo è stato negativo”. Dopo attente valutazioni la scelta è stata di non procedere con l’appello, di fermarsi. "Siamo sempre convinti della vicenda, ma avrebbe richiesto un impegno economico importante del Comune, sfruttando soldi pubblici. Vedo i familiari dei deportati contenti perché hanno avuto giustizia. Non parlo dei soldi" commenta Nesi, "nelle sentenze c’è scritto chiaro e tondo che i loro cari non dovevano essere portati via. Per una volta abbiamo potuto, invece di piangere e mettere corone, andare in un tribunale e chiedere di dirci che quella cosa non era giusta. Questo è stato riconosciuto anche nella nostra causa comunale e il fatto di esser stati della partita ha spinto i familiari a chiedere giustizia. È una soddisfazione”.
Oltre a Montelupo, anche il Comune di Empoli ha avviato una causa analoga. Il procedimento giudiziario, in relazione ai danni subiti ad opera delle forze del Terzo Reich tra il 1939 e il 1945, è stato depositato nel giugno 2023, e ad oggi si attendono disposizioni sui passi successivi. Indipendentemente dall’esito, la scelta dell’Amministrazione si inserisce nella stessa linea di quella montelupina, nel tentativo di ottenere il riconoscimento di crimini che, colpendo i singoli, hanno lasciato un segno su tutta la comunità.
La storia empolese è infatti purtroppo costellata di date importanti, che ricordano la violenza del nazifascismo sul nostro territorio. Lo stesso 4 marzo dello sciopero generale già citato, portò alla deportazione di 118 cittadini empolesi, di cui solo una quindicina fecero ritorno, mentre la strage del 24 luglio 1944 vide l’uccisione di 29 civili fucilati contro il muro di cinta delle scuole elementari dell’allora Piazza Ferrucci. Poi le rappresaglie nella frazione del Pozzale, i rastrellamenti a Fontanella, i danni al patrimonio storico, come il minamento del campanile della Collegiata di Sant’Andrea. Un’eredità, insomma, difficile da ignorare, che racconta lo stravolgimento del quotidiano di un’intera popolazione.



La responsabilità tedesca
Nonostante la soddisfazione per i risarcimenti e le sentenze vittoriose, il Fondo Ristori non è esente da critiche. Secondo alcune associazioni dei familiari delle vittime (come l’ANRP - Associazione Nazionale Reduci dalla Prigionia), il decreto legge è stato un modo per "mettere una pietra sopra" alle responsabilità storiche della Germania, in cambio di un indennizzo economico gestito dall’Italia, che si è fatta carico diretto dei risarcimenti "estinguendo" il debito tedesco verso la popolazione italiana.
È da precisare che la norma nasce da un'impasse politica tra Italia e Germania: "Nella logica del decreto Draghi, la norma era stata adottata per proteggere i rapporti tra i due paesi. La vera genesi sta lì, nel fatto che si stava scatenando un incidente diplomatico internazionale, con la Corte di Giustizia, che rischiava di condannarci" spiega Cremona. Il pignoramento che i tribunali italiani portavano avanti a scapito di beni dello stato tedesco, come risarcimento, poteva infatti essere considerato una violazione del principio di immunità degli Stati, affermato già nel 2012 dalla Corte dell’Aja. Un intervento pragmatico e immediato, quindi, quello di Draghi, che presenta possibili imprecisioni e che per molti rimane una "soluzione al ribasso". Può però essere un punto di partenza per il futuro.
Secondo Cremona "occorrerebbe un tavolo di confronto tra Ministri degli Esteri, uno sforzo diplomatico. Oggi, la Germania si arrocca sul fatto di aver compiutamente adempiuto all’Accordo di Bonn del 1961 con cui si regolavano ‘questioni di carattere patrimoniale, economico e finanziario’. Se non riuscissimo a convincere i tedeschi che questi accordi non includono la copertura dei danni non patrimoniali," conclude Cremona "potremmo tuttavia provare a convincere il governo tedesco, per esempio, ad investire in modo più significativo nella Fondazione ‘Memoria, Responsabilità e Futuro’ che la Germania ha promosso e finanziato già dal 2000. Peraltro, secondo l’Accordo di Londra del 1953, la riunificazione della Germania avrebbe fatto scattare nuovi obblighi per il governo tedesco. Ritengo che i danni che le vittime di quegli eccidi, di quelle deportazioni, oggi invocano in forza del Decreto Draghi potrebbero anche trovare fondamento in quell’Accordo del ’53".
Un sentimento condiviso dall’assessore Nesi secondo cui da un lato "lo Stato Italiano è comunque indirettamente colpevole degli eccidi e delle deportazioni", ma dall’altro "sarebbe un bellissimo gesto se anche la Germania, pur non riaprendo il fronte delle cause, contribuisse a quel fondo". Pensando al suo ruolo nella comunità di Montelupo continua: "Io spero che i soldi che arrivano ai familiari siano in parte devoluti a progetti sulla memoria. Sarebbe significativo se queste risorse, idealmente italiane e tedesche, ci conferissero gli strumenti per non perderla questa memoria. Gli ultimi figli di deportati si contano forse su poco più di una mano, sono pochissimi. I ragazzi hanno bisogno di storie, di narrazione sul territorio per non dimenticare". Una riflessione importante, che si inserisce bene nel concetto del ricordare in senso comunitario: "È fondamentale trasformare l’eredità che fino a ora è stata portata avanti dalla persona fisica in qualcosa di collettivo, davvero di tutti" conclude Nesi.
La questione degli IMI
Un altro punto debole del decreto Draghi, riguarda una categoria particolare di vittime del nazifascismo, quella degli IMI ovvero gli internati militari italiani. Questo nome è la definizione ufficiale attribuita dalle autorità tedesche ai soldati italiani catturati a fine del 1943. Chi rifiutava di aggiungersi alle file dell'esercito dell’Asse veniva identificato come internato militare, un termine che, sostituendo quello di ‘prigioniero di guerra’, permise di non riconoscere i diritti stabiliti dalla Convenzione di Ginevra (diritto all’assistenza, divieto di lavori forzati pericolosi…) e di poter deportare i militari nei campi di detenzione prima, e come lavoratori coatti dopo.
"Anche ad Empoli ce ne sono stati alcuni, non molti sinceramente, 5 o 6. A livello nazionale la deportazione degli IMI - spiega il presidente dell’ANED Empolese Valdelsa Roberto Bagnoli - è più alta di quella razziale. In tutta Italia sono stati circa 650mila gli IMI deportati, ma se ne parla poco". Migliaia di persone che sono rimaste incastrate nelle pieghe di definizioni del passato e che tutt’oggi faticano a ricevere giustizia: "Tecnicamente erano militari, ma quando furono deportati il termine di internati militari permise ai nazisti di eludere la convenzione e destinare i soldati al lavoro forzato, come manodopera" continua Bagnoli.
Nel contesto del Fondo Ristori, per gli IMI la difficoltà principale è stata dimostrare che la loro condizione di soldati internati, rientrasse pienamente nella categoria richiesta per il ricorso secondo i criteri stringenti dell'Avvocatura dello Stato, un passaggio molto più difficile per loro che per i deportati civili, politici o razziali. A livello di giurisprudenza, infatti, emergono interpretazioni e sensibilità diverse su questo punto: "Per qualcuno il deportato IMI che torna superstite non ha subito un effettivo crimine di guerra contro l’umanità, e come tale imperscrittibile, ma un reato quale quello della riduzione in schiavitù, che si prescriverebbe civilmente in 15 anni" spiega l’avvocato Cremona. Una difficoltà quindi anche tecnica, quando il diritto incontra la storia e deve costruire un dialogo bidirezionale: "Quello che scontano quelle vittime è essere stati catturati con la divisa addosso. Tra i miei assistiti vi sono anche persone che furono catturate subito dopo l’armistizio dell’8 settembre". Al di là dei dettagli però il punto è chiaro: "La questione è la differenza tra l’IMI superstite, che cioè torna, e l'IMI che lascia la vita in un campo di concentramento" conclude Cremona.
Un nodo non semplice da sciogliere, considerando anche le pochissime sentenze emesse finora dal Tribunale di Firenze. È però inevitabile che sommando questa problematicità ai tempi ristretti per l'introduzione dei ricorsi, moltissime persone siano rimaste escluse dal fondo.
Un buco nella trama
Se per gli IMI il tema dell’esclusione deriva principalmente da una difficoltà nel definire lo status dell’internato militare, un problema molto più generale è quello della trasmissibilità del diritto al risarcimento , che riguarda molti familiari delle vittime. Un requisito fondamentale per introdurre il ricorso nell’ambito del Fondo Ristori è ovviamente che sia dimostrabile la parentela con la vittima primaria e lo stato di erede. Non è necessario che sia direttamente un figlio o una figlia, anche i nipoti e i pronipoti possono procedere per diritto di eredità, iure hereditatis. Fin qui la norma è chiara e lineare. La modalità per cui viene trasmesso questo diritto, passa attraverso l’accettazione stessa dell’eredità, qualunque essa sia.
C’è però un vuoto legislativo, che non considera un caso particolare ma decisamente poco raro che si è verificato anche nell’ambito delle cause del Fondo Ristori. Dato che l’eredità deve essere accettata, se un padre o un nonno non avevano nessun tipo di proprietà e non hanno trasmesso nulla, si perde la potenzialità, per un figlio, di accettare quell’eredità e di tramandarla.
"Salta così la possibilità di un risarcimento del danno iure hereditatis, perché la vittima primaria muore nullatenente, una situazione paradossale in cui i non abbienti rischiano di trovare, anziché tutela, un trattamento sfavorevole nella legge" commenta Cremona. Una questione che ha determinato l’inammissibilità di alcuni ricorsi proposti da familiari di vittime primarie nullatenenti. "Nutro ancora la speranza che la questione possa essere riesaminata dalla Corte Costituzionale. Il diritto nasce per dare la sua forza al debole e quando la norma produce effetti che contraddicono quel principio l’auspicio è che il legislatore possa porre rimedio".
Il Decreto Draghi non è chiaramente perfetto, ma è stato un ‘pronti, via’ che ha riaperto un dibattito importante dopo decenni di stallo. Come si procederà nei prossimi mesi e anni dipenderà da scelte sia politiche che giuridiche, ma rimane fondamentale la testimonianza dal basso e l’ascolto di chi ha voglia di raccontare una storia, la loro, che è tutt’oggi anche quella di tutti e tutte noi.
Alice Nanni