Un’insegnante disse alla figlia di Andra Bucci: "La deportazione di tua mamma non è vera"

“In seconda liceo ho scritto un tema raccontando la storia di deportazione di mamma, zia e nonna e l’insegnante mi ha messo insufficiente, dicendo che non c’era niente di vero in quelle vicende”.
Sonia Edward, figlia di Andra Bucci – una delle due sorelline dai capelli bianchi sopravvissute a Birkenau e al dottor Mengele – ha fatto i conti presto con i negazionisti dell’Olocausto. L’ha fatto sulla propria pelle, con grande rabbia della mamma. Erano gli anni Ottanta del Novecento e la famiglia non viveva ancora in California, negli Stati Uniti, ma a Padova in Italia.
Sonia ha partecipato quest’anno con mamma e zia al Treno della memoria toscano ad Auschwitz e Birkenau; è la terza volta, dopo esserci venuta anni fa con il figlio. Le memoria è anche questo: un passaggio di testimone tra generazioni. “Racconto non perché sono obbligata ma perché ne ho voglia – confessa – e non solo perché è parte della mia storia”.
Sonia, di fatto tu sei figlia di un miracolo, ma immagino che non sia stato facile il racconto in famiglia dell’orrore dei campi di sterminio.
La mamma ci ha sempre raccontato quello che è successo: sin da quando eravamo piccole io e mia sorella abbiamo sempre saputo la storia della mamma. La Tati non mi ricordo che ne parlasse con noi, ma so che ne ha parlato con i suoi figli quando erano più grandi. La nonna Mira ne parlava pochissimo.
E mamma, zia e nonna come convivevano con quel ricordo?
Certi comportamenti di mamma li ho collegati più tardi al trauma che ha ricevuto nel campo. Ad esempio il mangiare: mangiava sempre poco e controllava quello che mangiavamo o non mangiavamo. Voleva essere sempre super, super, super magra, perché il modello di corpo che ha interiorizzato da piccola era quello forse dei prigionieri dei campi di sterminio. C'è stato un periodo in cui le si vedevano le costole: io le dicevo che era troppo magra e lei ribatteva che non era così e che era giusto. Di notte poi ancora adesso ha gli incubi: quando eravamo bambine mio papà lavorava dal lunedì al venerdì a Milano e dormivamo con lei, per svegliarla quando i sogni l’agitavano troppo nel mezzo della notte.
L’abitudine a convivere con la morte nel campo l’ha resa più refrettaria alle emozioni?
Non è mai stata una mamma che ti abbracciava, neppure la nonna, ma ho sempre saputo che ci voleva bene.
A scuola ad un certo punto ti sarai imbattuta nella storia della Seconda Guerra mondiale e nel racconto dello sterminio. Hai detto mai di quello che è successo alla tua famiglia?
Ne ho sempre parlato, anche con i miei compagni di classe. L'unico rapporto brutto che mi posso ricordare con un insegnante è stato in seconda liceo. Avevo scritto un tema, non mi ricordo sinceramente il titolo ma avevo deciso di parlare dell'Olocausto, dei campi di concentramento e sterminio e di quello che era successo alla mia famiglia. Lei mi ha dato un'insufficienza e quando io ho chiesto perché mi ha detto che non erano storie vere. Ho ribattuto come potessero non essere storie vere visto che me le avevano raccontate mia mamma e mia nonna che erano state deportate in un campo e lei mi ha ripetuto che quelle non erano storie vere.
L'hai raccontato a casa a mamma?
Sì, mamma si è arrabbiata, ma non ricordo se sia andata a parlare con l’insegnante. L’anno successivo, per fortuna, la docente è cambiata ed anche i miei voti.
Non è la prima volta sul Treno della memoria toscano. Che sensazione ti dà vedere tutti questi giovani che hanno voglia di ascoltare, imparare e conoscere?
Mi rende felice, perché vedo che ascoltano la mamma. Sempre attenti. Li vedo cambiati, da quando arrivano a quando l'ultimo giorno ripartono. Vedi che hanno il viso diverso, che hanno un atteggiamento diverso e se su cinquecento anche magari solo il dieci per cento va a casa ecambia il modo di vedere le cose questo può fare la differenza.
Tuo figlio Joshua una volta ha scelto di mettersi nei panni di un prigioniero di un campo di concentramento.
Al liceo per diplomarsi doveva fare un progetto in cui si immedesimasse in una situazione ‘uncomfortable’(scomoda ndr). Ha scelto di vivere pr una settimana da prigioniero. Penso che sia stata una bella esperienza. Abbiamo dovuto chiedere il permesso e la supervisione di un medic, perché la scuola non voleva che non mangiasse o che mangiasse così poco, abbiamo chiesto alla mamma (che in quel periodo era venuta a trovarci) se le andava bene. Quindi per una settimana ha dormito in garage: la California non è freddissima ma era dicembre. E’ stato con pantaloni da tuta e felpa con sopra appuntato il triangolo giallo, non si è fatto mai la doccia e mangiava zuppa di giorno e una patata la sera. Era costretto a fare lavori stupidi: spostare i mattoni o i sassi da una parte del giardino all'altra e poi rimetterli al loro posto, gli facevo pulire la casa, ovviamente non poteva usare la televisione. Mamma di nascosto gli dava da mangiare o gli andava a parlare. Un giorno era disperato che aveva perso il cucchiaio: l'ha trovato dove l'aveva nascosto, nel materasso.
La scelta di Joshua ci dice che il testimone è stato passato. Gli ha fatto crescere anche gli anticorpi per guardare al mondo in modo diverso?
Della storia di nonna Jpshua parla molto ai suoi coetanei. Quando era al liceo e anche alle medie mia mamma è andata a parlare nella sua scuola ed alcuni suoi compagni se ne ricordano ancora. Una televisione americana ha fatto un documentario a cui Joshua ha partecipato: l'ha detto a tutti quelli che conosce, anche al lavoro l'hanno visto. Quindi sì, è un testimone attivo e molto fiero della sua parte ebrea. Gli anticorpi non li ha forse ancora fatti del tutto, però sta imparando. Ogni tanto mi dice che sente l'obbligo di raccontare la storia della nonna e io gli dico che non deve sentirsi obbligato ma che deve volerla raccontare. Per me è così e spero che lo diventi anche per lui, anche se non è una storia facile
Fonte: Regione Toscana