Pasqua a Firenze significa Scoppio del Carro. La mattina di oggi, domenica 5 aprile, si è tenuta l'antica manifestazione della mattina di Pasqua in piazza Duomo che unisce fede e tradizione. Anche quest'anno la Colombina, che partendo dall'altare della Cattedrale accende lo spettacolo pirotecnico sul Brindellone, ha fatto un volo perfetto sinonimo di buon auspicio.
Sotto il bel sole primaverile hanno assistito all'evento migliaia di persone, tra fiorentini e turisti: presenti le autorità, tra le quali la sindaca di Firenze Sara Funaro e il presidente della Regione Eugenio Giani.
È di buono auspicio che la Colombina, dopo aver incendiato il Carro, compia il viaggio di ritorno senza intoppi fino all’altare maggiore.
L'omelia dell'arcivescovo Gambelli
Lo scoppio del carro il giorno di Pasqua e i fuochi di San Giovanni la notte del 24 giugno sono due belle tradizioni della nostra città di Firenze con cui esprimiamo la nostra gioia, in occasione di queste due importanti Solennità. Negli ultimi anni, tuttavia, è quasi inevitabile associare i rumori dei due spettacoli pirotecnici a quelli prodotti dagli ordigni bellici in tante, troppe, parti del mondo, soprattutto in Medio Oriente. Più che interromperle o sospenderle, come talvolta è stato auspicato, credo che valga la pena reinterpretarle, tenendo conto del contesto di fede in cui esse nacquero.
La colombina, parte al momento del canto del Gloria, grazie alla fiamma del cero pasquale e lo scoppio del carro vuole amplificare l’alleluia pasquale, l’inno di gioia per la Risurrezione di Gesù Cristo. Sant’Agostino, in un celebre testo, parla del canto come un modo per esprimere la fede e al tempo stesso per farla maturare, perché si traduca in opere di amore e di pace fra gli uomini.
«Oh, felice Alleluia, quello di lassù!Alleluia pronunciato in piena tranquillità, senza alcun avversario! Lassù non ci saranno nemici, non si temerà la perdita degli amici. [...] Cantiamolo dunque adesso, fratelli miei, non per esprimere il gaudio del riposo ma per procurarci un sollievo nella fatica. Come sogliono cantare i viandanti, canta ma cammina; cantando consolati della fatica, ma non amare la pigrizia. Canta e cammina! Cosa vuol dire: cammina? Avanza, avanza nel bene, poiché, al dire dell'Apostolo ci sono certuni che progrediscono in peggio. Se tu progredisci, cammini; ma devi progredire nel bene, nella retta fede, nella buona condotta. Canta e cammina! Non uscire di strada, non volgerti indietro, non fermarti!».
Il testo del Vangelo che abbiamo ascoltato ci aiuta a riflettere su cosa significhi camminare, progredire nel bene, attraverso l’esperienza di tre discepoli: Maria Maddalena, Pietro, il discepolo amato.
Possiamo partire dalla figura di Pietro, presentata dall’evangelista come un uomo molto simile a noi, appesantito dalla fatica e dalla stanchezza: “Correvano tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro”. Il passo rallentato dell’apostolo è la conseguenza dei suoi sensi di colpa, della zavorra di un passato non ancora pienamente affidato alla grazia risanatrice. Viene in mente una scena del celebre film Mission di Roland Joffé, in cui uno dei protagonisti, il capitano Mendoza, affronta l’ascesa di una cascata trascinando una pesante rete con un gran cumulo di armi, simbolo del suo passato di aguzzino violento da espiare. L’arrivo tra i guaranì è memorabile. Uno di loro si avvicina e poi taglia la corda e scaraventa l’ammasso di armi nel fiume. Mendoza scoppia in lacrime e poi riceve l’abbraccio dei guaranì in una scena miracolosa, una scena di risurrezione.
La domenica dopo Pasqua, alla fine dell’Ottava, è opportunamente chiamata la Festa della Divina Misericordia per ricordarci che il frutto più bello della Risurrezione è quello di giungere a gustare il perdono, l’amore incondizionato del Padre che ci libera dalle pesantezze dei nostri peccati.
La figura dell’altro discepolo, che corre più veloce di Pietro e giunge per primo al sepolcro, viene presentato come il modello del credente. In due occasioni, qui e nell’apparizione sul lago di Tiberiade, egli mostra di possedere un dono singolare definito come la chiaroveggenza dell’amore. Ubi amor ibi oculus, diceva Riccardo di San Vittore: dove c’è amore c’è vista.
Nei momenti di crisi, come quello che stiamo vivendo, in cui sembra davvero difficile coltivare la speranza nel futuro, è quanto mai importante custodire il cuore, accogliere l’amore di Dio nella nostra vita. Solo allora possiamo diventare capaci di vedere in profondità i drammi della nostra storia, ma anche le possibili soluzioni. Un piano di reindustrializzazione della nostra regione Toscana che
immagini di trasformare la produzione delle nostre imprese investendo sul settore della difesa, significa imboccare un vicolo cieco, che non porterà mai a un vero progresso. Uno sviluppo solidale e sostenibile, rispettoso dell’ambiente e della tutela dei lavoratori, non è un’utopia, anche se richiede coraggio e creatività.
La terza figura è quella di Maria Maddalena. Quando giunge al sepolcro, e vede la pietra ribaltata, pensa che il corpo di Gesù sia stato trafugato, per questo corre dai discepoli e dice loro: “Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!”. Il verbo “non sapere” (non comprendere) è lo stesso che si ritrova alla fine del testo di oggi, quando l’evangelista dice: “Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che egli doveva risorgere dai morti”. Anche noi, talvolta, non comprendendo la Scrittura, percepiamo la morte come la fine di tutto e cerchiamo di rimuoverla dai nostri pensieri e di proteggerci, pensando di poterla fuggire, quasi prolungando indefinitamente la nostra esistenza terrena.
C'era una volta uno scienziato che aveva scoperto l'arte di riprodurre se stesso in un modo così perfetto che era impossibile distinguere tra copia e originale. Un giorno, apprese che l'angelo della morte lo stava cercando e allora preparò una dozzina di copie di se stesso. L'angelo ebbe difficoltà a riconoscerlo tra i tredici esemplari che erano davanti a lui, per questo lo lasciò e tornò in cielo. Poco tempo dopo, l'angelo esperto della natura umana, inventò uno stratagemma. Scese di nuovo e andò a trovare lo scienziato, dicendo: «Signore, lei è davvero un genio, perché è riuscito a creare copie così perfette di se stesso. Tuttavia, ho scoperto in una delle sue opere un difetto, una piccolissima imperfezione». Lo scienziato saltò subito in piedi e gridò: «Impossibile! Dov'è il difetto?». «Proprio qui», rispose l'angelo, smascherandolo facilmente tra le imitazioni e portandolo con sé.
Aiutaci Padre a ricordare che grazie al Battesimo noi siamo già morti e la nostra vita è nascosta con Cristo in Dio. In Lui siamo più che vincitori dell’unica vera battaglia contro il peccato e la morte.
