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430mila volontari in Toscana, ma futuro con incertezze: la fotografia di Cesvot

È un terzo settore "vigile e preoccupato" quello che emerge dalla ricerca Identità in movimento. Il terzo settore alla prova delle nuove sfide sociali e istituzionali, promossa da Regione Toscana e Cesvot e realizzata dal Dipartimento di Scienze Politiche dell'Università di Pisa insieme a Simurg Ricerche. La pubblicazione, a cura di Irene Psaroudakis e Andrea Salvini, numero 101 della collana “Quaderni” di Cesvot, è stata condotta su un campione di 3.200 enti del terzo settore (ETS) e restituisce il ritratto di un mondo associativo ancora vitale ma attraversato da profonde incertezze sul proprio ruolo e sulla propria identità nell'era post-pandemia e post-RUNTS. La pubblicazione contiene inoltre una seconda parte interamente dedicata ad un focus dati sulle caratteristiche del volontariato nelle 11 Delegazioni territoriali di Cesvot.
«I dati di questa ricerca ci consegnano un'immagine fedele di ciò che vediamo ogni giorno sul territorio: un volontariato toscano che non si è fermato, che continua a essere un presidio fondamentale per centinaia di migliaia di persone. Ma sarebbe sbagliato fermarsi alla fotografia. Quello che emerge con chiarezza è che gli enti del terzo settore hanno bisogno di essere accompagnati in questa fase di transizione, non solo sul piano burocratico e normativo, ma soprattutto su quello culturale. Il nostro compito come Cesvot è esattamente questo: stare vicino alle organizzazioni, aiutarle a cogliere le opportunità che la riforma mette a disposizione, affrontare gli adempimenti più gravosi e così ritrovare il senso più profondo del loro essere presenti nelle comunità» afferma Luigi Paccosi, Presidente di Cesvot.

«Gli indicatori quantitativi che emergono dall’indagine confermano la vitalità del volontariato e degli enti del terzo settore, che dimostrano di saper raccogliere le sfide dei cambiamenti sociali, economici e normativi e di trasformarle in ulteriori opportunità di impegno e di innovazione sociale. La collaborazione del terzo settore con gli enti locali è in via di graduale consolidamento attraverso le esperienze di amministrazione condivisa, così come si sperimenta un più intenso protagonismo nell’animazione della società civile mediante iniziative di prossimità e di coinvolgimento della cittadinanza. Il volontariato toscano dimostra di avere la capacità di affrontare con consapevolezza le problematiche che si presentano quotidianamente, attraverso uno sforzo importante di ottimizzazione delle risorse e degli assetti organizzativi, promuovendo iniziative per il coinvolgimento dei volontari, in particolare dei giovani, e progettando soluzioni più appropriate per adeguarsi attivamente nei confronti dell’uso delle nuove forme di comunicazione e di partecipazione. Il lavoro espresso sul territorio rende il terzo settore un soggetto indispensabile per la realizzazione delle politiche pubbliche in campo sociale, culturale, ambientale e sanitario, e per lo sviluppo complessivo della società, mantenendo uno sguardo attento ai bisogni delle fasce di popolazione più vulnerabile e ai territori marginali» spiega Andrea Salvini, professore di Sociologia generale dell’Università di Pisa.

I numeri: una realtà ancora viva
I dati quantitativi offrono una fotografia incoraggiante. I volontari attivi in modo continuativo negli enti coinvolti nella rilevazione sono 101.000, di cui 64.600 impegnati nelle Odv e 35.800 nelle Aps. A questi si aggiungono altri 115.900 volontari occasionali e 5.500 dipendenti. Estendendo la stima all’intero universo degli Ets toscani, le cifre potrebbero facilmente raddoppiare. Per la prima volta, le volontarie superano i volontari: rappresentano il 52% del totale, con una presenza particolarmente marcata nelle organizzazioni di volontariato (Odv). La stima complessiva di circa 430.000 volontari attivi nella Regione, che emerge estendendo i risultati del campione all’intero universo degli enti del terzo settore, ci dice che il fenomeno ha una dimensione imponente: i beneficiari delle attività superano il milione di persone, di cui circa 840.000 raggiunti dalle sole Odv e quasi 170.000 dalle Aps, in settori molto diversificati, dal socio-sanitario al culturale e ricreativo. Negli ultimi otto anni sono nati 1.300 nuovi Ets, di cui 900 associazioni di promozione sociale (Aps) e 300 Odv, a testimonianza di una vitalità organizzativa che va controcorrente rispetto alla cosiddetta "crisi delle formazioni intermedie".

Le criticità: tra seniorizzazione, burocrazia e digitalizzazione mancata
Accanto a questi segnali positivi, emergono fragilità strutturali che meritano attenzione. Circa il 50% dei volontari ha più di 55 anni, e solo la metà degli enti ha adottato strategie attive per coinvolgere nuovi volontari, soprattutto giovani. Chi lo ha fatto si è affidato principalmente ai social network (40% dei casi), ma quasi la metà delle organizzazioni continua a puntare sull'affiancamento con volontari senior, segnale di una scarsa capacità di innovare i modelli di accoglienza.
Preoccupa anche il ritardo sul fronte della digitalizzazione e della formazione continua: solo il 34% degli Ets svolge attività formative regolari, e quando lo fa si concentra per lo più sulle competenze tecniche legate ai servizi erogati, trascurando temi innovativi come l'amministrazione condivisa, il lavoro in rete e la comunicazione esterna.

L'iscrizione al RUNTS: aspettative ancora in parte disattese
La stragrande maggioranza degli enti non mostra dubbi sulla scelta di iscriversi al Registro Unico Nazionale del terzo settore (RUNTS), ma le motivazioni prevalenti restano legate al consolidamento della reputazione e all’accesso a benefici economici e fiscali, questi ultimi pienamente operativi solo dal 1° gennaio 2026. La co-programmazione e la co-progettazione con le pubbliche amministrazioni, pur previste dal Codice del Terzo Settore come strumenti strategici, sono citate come obiettivo solo dal 6,8% dei rispondenti. Coerente con questo dato il fatto che appena il 44,1% degli ETS abbia convenzioni attive con enti pubblici: le Odv sono le più attive (53,4%), mentre tra le Aps la quota scende al 35,6%. Quando le convenzioni esistono, si concentrano soprattutto con i Comuni (697 nel campione) e con le aziende sanitarie o le Società della Salute (586). Un dato che segnala quanto la “rivoluzione culturale” implicita nella riforma sia ancora lontana dall’essere assorbita nella pratica quotidiana degli enti.

Lo sguardo al futuro: prudente, ma non abbastanza coraggioso
Alla domanda sulle attività previste nei prossimi cinque anni, il 60% delle risposte indica il potenziamento dei servizi già esistenti. Una scelta comprensibile, ma che rischia di lasciare irrisolte le sfide più profonde del momento. Quasi il 42% dei rispondenti non sa se la propria cultura organizzativa sia adeguata alle trasformazioni in corso; il 17,6% ritiene che non lo sia.
Secondo i ricercatori, la strada da percorrere passa per un pensiero complesso e reticolare: superare la logica della singola organizzazione per costruire reti eterogenee, capaci di condividere risorse, esperienze e visioni. I dati mostrano che già il 46,7% degli Ets ha realizzato progetti in rete con altri soggetti, con le APS leggermente più propense (50,4%) rispetto alle ODV (42,5%), ma la strada verso modelli organizzativi davvero plurali e complessi è ancora lunga.

Il ruolo di Cesvot e dei Centri di Servizio
In questo quadro Cesvot e le associazioni di secondo livello sono chiamati a svolgere un ruolo cruciale di mediazione culturale e formativa: accompagnare gli ETS nel riscoprire il senso profondo della propria presenza nelle comunità, ridurre le incertezze legate alla transizione normativa e sostenere la sperimentazione di nuovi modelli organizzativi, senza rinunciare alla prossimità territoriale e all'attenzione verso le persone più fragili.

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