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Paolo Hendel e i trent'anni del Ciclone: "Era come giocare tutti insieme sotto la guida di Leonardo"

©FabrizioFenucci

L'attore toscano ricorda la genesi del film di Pieraccioni, l'improvvisazione sul set, il legame con il cast e la comicità come antidoto ai tempi bui

Trent'anni. Sono passati trent'anni dall'uscita de Il Ciclone, il film di Leonardo Pieraccioni che nel 1996 travolse le sale italiane diventando un fenomeno cinematografico senza precedenti. Paolo Hendel, che nel film interpretava il meccanico Pippo, è uno dei protagonisti di quella stagione irripetibile. Lo abbiamo intervistato per parlare di quel film, di comicità, di teatro e di un anniversario che vale la pena di festeggiare.

Sono passati trent'anni dall'uscita de Il Ciclone. Che ricordi ha di quel periodo?
Non ci si può credere, davvero non ci si può credere. Mi sembra ieri. Ricordo che eravamo tutti insieme a giocare, sotto la guida di Leonardo. È stata una bella esperienza proprio per quello spirito collettivo che si era creato e per la possibilità di inventarci le cose mentre le facevamo. C'era una complicità autentica, ed è spesso quella la linfa dei progetti che funzionano davvero.

Si parla molto dell'improvvisazione sul set de Il Ciclone. Era davvero così?
Sì, c'era molta improvvisazione. Ognuno di noi poteva provare a inventarsi qualcosa e Leonardo, se la cosa funzionava, la raccoglieva volentieri. In realtà, le mie battute migliori sono quasi tutte farina del sacco di Pieraccioni — lui è un genio in questo — ma ogni tanto qualcosina anch'io. Ricordo, per esempio, che durante le prove mi sono trovato davanti a uno di quei calendari da officina, quelli con le donnine, che lo scenografo aveva giustamente proposto per la scena del meccanico. C'era questa signora raffigurata con i capelli di un colore e il resto di un altro. Guardando il calendario prima in alto e poi in basso, mi è scappato di dire: "A giugno tingono tutti un po' troppo i capelli". Leonardo ha riso e ce l'ha lasciata. È il bello di quei set aperti, dove il gioco è tutto.

Quel cast è diventato qualcosa di più di un gruppo di lavoro?
Sì, è diventata una famiglia. Con tutto quello che questo comporta, inclusi i problemi che un simile gruppo di eterni bambini può causare alle rispettive compagne, che sono sempre più serie e mature di noi. Quella complicità era talmente forte che subito dopo è nato Il Pesce Innamorato, sempre con Leonardo. Ogni volta che ci si ritrovava insieme a pensare a un nuovo progetto, la cosa partiva da sola, naturalmente.

Rivedendo il film oggi, cosa pensa che racconti di quell'Italia?
Racconta un pezzo della Toscana e un pezzo dell'Italia, degli anni Novanta. Ma c'è una cifra che resta sempre quella. A volte lo dico a Leonardo: ma perché non facciamo Il Ciclone 30 anni dopo, tutti noi con i nostri acciacchi e qualche capello in meno? Con questa voglia di giocare ancora, di condividere momenti di leggerezza tra questi eterni ragazzi. È una cosa che ha due facce: da una parte fa ridere, dall'altra ti scalda il cuore. Ti viene una tenerezza genuina guardando questi personaggi.

Come è cambiata la comicità rispetto ad allora?
Quando mi riguardo sono sempre insoddisfatto, perché vedo tutti i momenti in cui avrei potuto fare meglio — sono molto severo con me stesso. Ma al di là di questo, credo che il meccanismo del gioco che funzionava allora funziona ancora adesso. Anzi: più le cose fanno male, più viene voglia di scherzare. È quasi una reazione fisiologica. È sempre stata la chiave della satira politica, no? Il bisogno di esorcizzare una realtà che non ti piace, di reagire al brutto che accade nel mondo attraverso il gioco. E da soli non si va da nessuna parte — il gioco ha bisogno degli altri.

C'è differenza tra far ridere in televisione e far ridere sul palco?
Per me sì e la differenza è netta. Mi sono sempre trovato meglio a teatro. Il motivo è semplice: hai davanti un pubblico vero, con cui puoi interagire, con cui puoi ricreare quel gioco di cui parlavo. In televisione spesso non c'è nessuno davanti a te — solo una telecamera che si muove — oppure c'è un pubblico pagato per ridere e applaudire al momento giusto. Sul palco, invece, quando il pubblico è venuto a vedere il tuo spettacolo, tutto parte già in modo diverso. È la situazione giusta, quella in cui le cose funzionano davvero.

Il 16 maggio c'è stata una proiezione speciale de Il Ciclone per festeggiare l'anniversario. Se dovesse spiegare il film a un ragazzo di vent'anni, cosa gli direbbe?
Gli direi di andarselo a vedere, perché vedrà che gli piacerà. E non lo dico per campanilismo. Mi capita spesso di incontrare ragazzi che lo hanno visto di recente — lo trasmettono ancora in televisione, per fortuna — e che mi riconoscono. Qualcuno mi chiede se sono il padre di quello che faceva il meccanico. Qualcun altro, più gentilmente, mi dice che mi sono un po' invecchiato da allora. Beh, sono passati trent'anni, un po' ci sta. Ma questo mi dice una cosa importante: che il film funziona ancora, che non è una di quelle commedie legate solo al momento in cui sono uscite. C'è qualcosa dentro che resta valido, un meccanismo sempre verde. Il Ciclone è uscito unico, in questi ultimi decenni. E probabilmente tra altri trent'anni staremo ancora a parlarne.

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