gonews.it

GD contro Vannacci: "Il femminicidio esiste, i dati lo dimostrano"

«Il femminicidio esiste. I dati lo dimostrano, la storia lo conferma» esordisce così Anna Belli dei Giovani democratici di Empoli, commentando le frasi del generale Roberto Vannacci, che ha dichiarato che il femminicidio non esisterebbe come categoria distinta, affermando che “un reato non è più o meno grave in base al sesso di chi lo commette o lo subisce.”

« In apparenza potrebbe sembrare un principio nobile: quello dell’uguaglianza. Se siamo tutti uguali, perché distinguere?-riprende Belli-. Il problema è che questo ragionamento ignora completamente la realtà in cui viviamo. In una società ideale, ogni vita avrebbe lo stesso peso, ogni crimine la stessa gravità. Ma non viviamo in quella società. Viviamo in una società in cui le donne vengono uccise in modo sproporzionato, sistematico, e per ragioni ben precise. I dati del Ministero dell’Interno 2025 parlano chiaro: su 286 omicidi volontari totali, 97 vittime erano donne. Di queste, 85 sono state uccise in ambito familiare o affettivo, da qualcuno che avrebbe dovuto amarle o proteggerle. L’Osservatorio nazionale femminicidi conferma: nel 52% dei casi l’assassino era il marito o il partner, nel 21% l’ex partner. Questi non sono numeri casuali. Sono lo specchio di un sistema.

Come scrisse Michela Murgia: “La parola femminicidio non indica il sesso della morta. Indica il motivo per cui è stata uccisa. Una donna uccisa durante una rapina non è un femminicidio. Sono femminicidi le donne uccise perché si rifiutavano di comportarsi secondo le aspettative che gli uomini hanno delle donne. Dire omicidio ci dice solo che qualcuno è morto. Dire femminicidio ci dice anche il perché.”

Il femminicidio non è un reato che rende una morte “più importante” di un’altra, ma fa emergere un meccanismo che altrimenti rimarrebbe invisibile: quello del controllo patriarcale che, sempre più spesso, si trasforma in violenza letale. Una donna non viene uccisa perché si trovava nel posto sbagliato al momento sbagliato. Viene uccisa perché ha detto no. Perché ha lasciato un uomo, perché ha scelto di vivere diversamente da come qualcuno si aspettava.

Equiparare il femminicidio a un omicidio ordinario non è un atto di neutralità, è un atto politico, che serve a sminuire un fenomeno reale e a renderlo più difficile da combattere.

Dare un nome alle cose è il primo passo per affrontarle: la legge, la prevenzione, i centri antiviolenza esistono perché prima si è riconosciuto che il problema esiste e che ha bisogno di risposte precise. Togliere il nome al femminicidio non rende le donne più uguali. Le lascia più sole».

Fonte: PD Empolese Valdelsa - Ufficio stampa

Exit mobile version