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Cox's Bazar: viaggio nel campo rifugiati più grande del mondo nella Giornata Mondiale del Rifugiato

Ogni 20 giugno la Giornata Mondiale del Rifugiato richiama l'attenzione del mondo su chi è stato costretto a fuggire dalla propria terra per sottrarsi a guerre, persecuzioni e violazioni dei diritti umani.

Si tratta di una condizione che per milioni di persone non si esaurisce con l'attraversamento di un confine. Per molti di loro, infatti, spesso inizia una vera e propria fase di limbo all’interno dei campi per rifugiati, insediamenti che dovrebbe offrire un riparo temporaneo e che invece, di frequente, si trasformano in una dimora forzata per anni. Tra tutti questi luoghi, uno ha assunto dimensioni che non hanno eguali: si tratta di Cox's Bazar, nel sud-est del Bangladesh, divenuto il simbolo di una delle più gravi emergenze umanitarie del nostro tempo.

Chi sono i Rohingya e perché sono perseguitati

I protagonisti di questa vicenda appartengono quasi tutti alla minoranza dei Rohingya, una popolazione originaria dello Stato di Rakhine, nel Myanmar.

La loro tragedia affonda le radici oltre 40 anni fa, quando nel 1982 una legge del governo birmano li escluse dalla cittadinanza, trasformandoli di fatto in un popolo apolide, privo di documenti, di identità legale e della possibilità di rivendicare qualsiasi diritto nella terra in cui erano nati.

La loro emarginazione è stata determinata anche da un fattore religioso. I Rohingya sono in larga maggioranza di fede musulmana, una condizione di minoranza in un Paese a prevalenza buddista, e questa differenza ha alimentato nel tempo la discriminazione nei loro confronti.

La situazione è precipitata nell'estate del 2017, quando un'ondata di violenze travolse i loro villaggi. Le persecuzioni raggiunsero un livello tale da essere definite un genocidio dalle Nazioni Unite, con centinaia di migliaia di persone che furono costrette a fuggire a piedi oltre il confine, riversandosi nel vicino Bangladesh in cerca di sostegno.

Dentro il campo: le caratteristiche di Cox's Bazar

L'arrivo in massa dei rifugiati ha dato vita a un agglomerato umano dalle proporzioni impressionanti. A Cox's Bazar vive oggi oltre un milione di persone, distribuite in un fragile sistema di 33 campi che si estende sulle colline.

Le condizioni di vita sono precarie. Le abitazioni sono baracche di bambù e teli di plastica, addossate le une alle altre fino ad annullare ogni spazio personale. L'accesso ad acqua pulita resta una sfida quotidiana, mentre le carenze igieniche espongono la comunità a rischi sanitari costanti.

A questa fragilità di fondo si sommano le minacce stagionali: durante i monsoni gli allagamenti travolgono i ripari più esposti, mentre nei mesi secchi i materiali infiammabili trasformano ogni incidente in un potenziale incendio devastante. In questo scenario, un dato pesa più di tutti: la metà della popolazione del campo è composta da bambini, molti dei quali nati e cresciuti senza aver mai conosciuto altri luoghi.

La violenza dei gruppi armati nei campi

Alla durezza delle condizioni materiali si aggiunge un'ulteriore minaccia, legata alla presenza di gruppi armati che operano all'interno dei campi. Il più noto è l'Arakan Rohingya Salvation Army, conosciuto con la sigla ARSA, un'organizzazione militante formatasi nel 2013 nello Stato di Rakhine come reazione alle persecuzioni subite dalla minoranza. Tra il 2015 e il 2017 il gruppo ha lanciato una serie di attacchi contro le forze di sicurezza birmane, contribuendo a innescare le rappresaglie militari all'origine dell'esodo di massa.

Oggi la sua attività si è spostata anche dentro i campi di Cox's Bazar, dove l'ARSA è diventato un fattore di insicurezza per la stessa popolazione che dichiara di voler difendere. Un inviato delle Nazioni Unite ha riferito di informazioni credibili sul coinvolgimento di militanti in rapimenti, abusi e uccisioni ai danni di altri Rohingya, mentre gli scontri con gruppi rivali hanno provocato diverse vittime. In un contesto segnato dalla mancanza di prospettive, la vulnerabilità dei più giovani rappresenta un terreno fertile per la diffusione della violenza.

I riflettori di ActionAid e Progetto Happiness su Cox’s Bazar

In uno scenario tanto complesso, il lavoro delle organizzazioni internazionali indipendenti diventa essenziale per restituire dignità e protezione a chi vive nel campo.

In questa direzione si sta muovendo per esempio ActionAid, che in collaborazione con Progetto Happiness, ha contribuito ad accendere i riflettori su Cox's Bazar attraverso un reportage che racconta da vicino la quotidianità di chi vi abita, per far conoscere nel dettaglio le criticità e i pericoli che devono essere costantemente fronteggiati.

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Oltre a sensibilizzare la collettività, ActionAid si impegna da anni concretamente per supportare i rifugiati Cox’s Bazar con una serie di interventi. L'organizzazione ha innanzitutto addestrato squadre antincendio composte dagli stessi rifugiati, una risposta diretta alla minaccia ricorrente dei roghi che, complici i materiali infiammabili e la vicinanza tra le baracche, possono propagarsi in pochi minuti e distruggere interi settori del campo.

Un'attenzione particolare è stata rivolta anche all’acqua, fornendo un approvvigionamento idrico sicuro, la cui gestione è stata affidata alle donne del campo: una scelta che garantisce l'accesso a una risorsa essenziale per la salute di tutti e che, allo stesso tempo, riconosce a chi se ne occupa un ruolo di responsabilità all'interno della collettività.

Per i più giovani ActionAid ha invece dedicato spazi protetti. In un contesto dove le occasioni educative scarseggiano e le giornate vuote espongono bambini e ragazzi a ogni genere di rischio, questi luoghi rappresentano un punto fermo: offrono la possibilità di imparare, di stare insieme ai coetanei e di trascorrere il tempo in un ambiente sicuro, lontano dalle dinamiche di abbandono e sfruttamento che trovano terreno fertile proprio dove mancano alternative.

Non solo Cox's Bazar: gli altri grandi campi per rifugiati del mondo

Per quanto rappresenti il caso più estremo, Cox's Bazar non è un'eccezione isolata, ma il vertice di un fenomeno che interessa un’ampia varietà di Paesi. In diverse aree del mondo esistono campi che ospitano da anni popolazioni in fuga, divenuti riferimenti di una geografia umanitaria fatta di attese perpetue.

Altri esempi eclatanti si trovano per esempio in Kenya, dove il campo di Dadaab accoglie da decenni rifugiati provenienti dalla Somalia, fuggiti da conflitti e instabilità, e in Giordania, in cui Zaatari ospita le persone scampate alla guerra in Siria, una delle crisi più laceranti degli ultimi anni.

Ciascuna di queste realtà è un tassello di un fenomeno che coinvolge milioni di persone in ogni parte del mondo, dietro al quale si nascondono altrettante storie di diritti negati.

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