Morte Fakir, l'ex vice questore e consigliere (FdI) Di Stefano: "La verità non nasce dai processi di piazza"

Danilo Di Stefano
"La morte di Abderrahim Fakir è una tragedia che impone rispetto per la persona deceduta, vicinanza alla famiglia e un accertamento rigoroso di ogni eventuale responsabilità. Nessuno può pensare che l’appartenenza alle Forze dell’ordine costituisca un’immunità rispetto alla legge. Ma nessuno dovrebbe neppure trasformare pochi minuti di immagini circolate sui social in una sentenza anticipata contro due giovani poliziotti. Tra queste due esigenze — verità sulla morte di un uomo e garanzie per chi è intervenuto — non esiste alcuna contraddizione. La contraddizione emerge, semmai, quando la politica sceglie una sola parte dei fatti da raccontare". Così in una lunga nota Danilo Di Stefano, in passato per molti anni in servizio alla Polizia di Stato, in particolare al commissariato di Empoli, già commissario capo, responsabile sezione operativa e vice questore aggiunto in quiescenza, oggi in politica come consigliere comunale di Fratelli d'Italia Empoli e responsabile dipartimento Legalità e Sicurezza del partito a livello provinciale, interviene sul caso della morte di Fakir, 42enne deceduto il 19 luglio durante un intervento di polizia a Bologna.
"In questi giorni abbiamo letto dichiarazioni di esponenti politici che chiedono "idealmente" alle autorità di agire con la «massima velocità e trasparenza» e descrivono come "indifferente" il comportamento tenuto nei confronti di Fakir quando, secondo la loro personale interpretazione delle immagini, l’uomo non avrebbe più opposto resistenza e sarebbe stato «probabilmente già morto»; e, nel condannare solo genericamente violenze, disordini e guerriglia urbana, riconoscono che vi sono stati danni e feriti, senza però indicarne l’entità e senza esprimere solidarietà agli agenti colpiti" aggiunge riferendosi agli scontri avvenuti durante la manifestazione a Bologna. "In altri comunicati, invece, si esprime vicinanza alla famiglia della vittima ma non trovano spazio né le devastazioni, né gli agenti feriti, né una parola per gli uomini e le donne delle forze dell’ordine. Viene invece richiamato il G8 di Genova, con un accostamento fuori contesto.
I dati disponibili, però, non descrivono qualche momento di tensione marginale. Secondo il bilancio comunicato dalla Questura di Bologna, in occasione degli scontri a margine della manifestazione di piazza indetta dal sindaco di Bologna Lepore, 64 operatori delle Forze dell’ordine hanno riportato lesioni con prognosi comprese tra tre e trentacinque giorni. Sei mezzi della Polizia di Stato sono stati danneggiati. Sono state colpite vetrine, banche e sportelli automatici, distrutte biciclette del servizio pubblico, devastato un cantiere tranviario e incendiate due automobili. Pietre, bottiglie e bombe carta sono state lanciate contro gli schieramenti di polizia.
Il punto, dunque, non è pretendere una solidarietà rituale. Il punto è riconoscere che non si può invocare rispetto per una vittima e contemporaneamente lasciare senza nome e senza considerazione decine di servitori dello Stato aggrediti mentre svolgevano il proprio lavoro. Chiedere, poi, che venga fatta chiarezza con la "massima velocità e trasparenza" è legittimo: fa parte del vocabolario e delle abitudini comunicative della politica. Ma la magistratura non deve svolgere indagini alla "massima velocità" per soddisfare i desideri di qualcuno. Le indagini devono essere condotte con "precisione assoluta, e con i tempi dovuti, secondo i principi della valutazione fattuale e controfattuale".
Nel caso Fakir, continua Di Stefano, "la procura deve ricostruire un intervento molto più lungo dei pochi minuti diventati virali. Deve esaminare le telefonate dei cittadini al 112, le comunicazioni radio tra la sala operativa e la volante, i contatti con la centrale del 118, le registrazioni delle bodycam, le immagini private, le dichiarazioni dei testimoni, le modalità di utilizzo dello spray urticante, la durata e la posizione dell’immobilizzazione, i tempi del soccorso sanitario e le condizioni cliniche pregresse della persona deceduta. Dovranno essere soprattutto l’autopsia e gli accertamenti collegiali affidati dalla procura a specialisti — medico legale, tossicologo, cardiologo ed esperto di medicina d’urgenza — a stabilire la causa della morte e l’eventuale nesso causale tra il decesso, la crisi psicofisica, le sostanze eventualmente presenti, l’uso dello spray, il contenimento a terra e l’intervento sanitario.
Ma anche qui, attenzione: si parla di consulenti tecnici della procura non di perizie disposte dal giudice. Certo, una consulenza qualificata, condotta con rigore scientifico può già dare indicazioni concrete sulle cause della morte dell’uomo. Sulla base dei risultati della consulenza tecnica il pm potrà valutare se "chiedere" l’archiviazione o indagare i poliziotti per un’eventuale richiesta di rinvio a giudizio… ma a decidere sarà sempre il giudice delle indagini preliminari prima, del merito in primo e secondo grado poi, e, per finire, di legittimità qualora si dovesse arrivare in cassazione.
Non basta, quindi, domandarsi che cosa si vede in una porzione di video. Occorre stabilire che cosa sia accaduto prima, durante e dopo quelle immagini e quale condotta, tra quelle di tutti i soggetti intervenuti, abbia eventualmente prodotto o contribuito a produrre l’evento e se l’evento sarebbe accaduto lo stesso in assenza della condotta degli operanti. Ebbene, attualmente nessun poliziotto è dichiarato responsabile. La Procura ha applicato la nuova disciplina prevista dagli articoli 335, comma 1-bis.1, e 335-quinquies del codice di procedura penale. I nomi dei due poliziotti e dei quattro operatori sanitari sono stati inseriti in un separato modello di annotazione preliminare, non nel normale registro degli indagati, perché il pm ha ritenuto che il fatto sia stato commesso in presenza di una causa di giustificazione".
"È opportuno ricordare - prosegue il consigliere - che l’articolo 27 della Costituzione afferma che l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Per cui, quando in piazza si urla "assassini", quando si afferma che un uomo sarebbe stato trattato con "indifferenza" o si suggerisce che non rappresentasse più alcun pericolo senza conoscere la sequenza completa dei fatti, non si sta semplicemente chiedendo giustizia: si sta già tentando di costruire una responsabilità politica e morale a senso unico. Ancora, l’intervento non nasce da un controllo casuale. I poliziotti sono stati chiamati dai cittadini per la presenza di un uomo in forte stato di agitazione, che avrebbe danneggiato o colpito un’automobile e avuto un contatto con altre persone. Gli agenti hanno segnalato al 118 una possibile crisi psichiatrica. Secondo quanto riferito dal loro difensore, chiesero due volte l’invio di un’ambulanza con automedica, ma dalla centrale sarebbe stato risposto che il medico non era disponibile. Anche questa circostanza, documentata da conversazioni acquisite dalla procura, dovrà essere verificata.
Uno dei due poliziotti intervenuti su Fakir ha inoltre riportato lesioni da morso a una gamba, con una prognosi di dodici giorni. È un elemento che non dimostra la correttezza di ogni singola fase successiva dell’operazione, ma dimostra almeno che la ricostruzione non può essere ridotta all’immagine di un uomo del tutto passivo sul quale gli agenti avrebbero deciso immotivatamente di accanirsi. In tutto questo, un dato viene spesso trascurato: uno dei poliziotti aveva attivato la propria bodycam e la registrazione è stata acquisita dalla procura insieme agli altri filmati.
I principi operativi generalmente richiamati per la gestione delle persone non collaborative prevedono anzitutto osservazione dell’ambiente, mantenimento delle distanze, comunicazione, de-escalation e attivazione del soccorso sanitario. Qualora il soggetto mantenga comportamenti violenti o una resistenza attiva, è consentito ricorrere alla forza necessaria e proporzionata, utilizzando il mezzo meno lesivo adeguato alla minaccia concreta. La procura – prima – ei giudici – poi, nelle varie fasi del processo - dovranno quindi stabilire se, nella situazione concreta: la de-escalation fosse ancora praticabile oppure fosse già fallita; vi fosse un pericolo attuale per gli operatori o per altre persone; lo spray fosse stato utilizzato secondo le corrette modalità e distanze; il contenimento a terra fosse necessario; la posizione prona fosse stata mantenuta soltanto per il tempo indispensabile; dopo l’immobilizzazione fosse possibile ruotare Fakir sul fianco; i parametri vitali fossero stati adeguatamente controllati; vi sia stato un corretto coordinamento tra poliziotti e soccorritori. E queste sono domande tecniche autentiche. Non sono affermazioni politiche, morali, di colpevolezza o di innocenza".
Secondo Danilo Di Stefano "una politica matura e onesta intellettualmente dovrebbe essere capace di sostenere contemporaneamente due affermazioni. La prima: un uomo è morto durante un intervento di due poliziotti e ogni aspetto di quella morte deve essere accertato senza omissioni, corporativismi o indulgenze. La seconda: parte di una città è stata devastata e decine di poliziotti sono stati aggrediti da persone che avevano già emesso una sentenza e trasformato il dolore di una famiglia in un’occasione di scontro politico e fisico. Chi ricorda soltanto la prima verità compie un’omissione. Chi ricorda soltanto la seconda commette lo stesso errore.
Chiedere verità e giustizia non significa proclamare in anticipo l’assoluzione o la colpevolezza dei poliziotti: significa attendere gli accertamenti tecnici e le successive perizie, valutare l’intera sequenza dell’intervento, rispettare le garanzie costituzionali, rispettare i tempi delle indagini e riconoscere le eventuali responsabilità, qualunque esse siano, all’esito delle decisioni che i giudici assumeranno dal confronto in dibattimento – non sui giornali o nei talk show - tra accusa, difesa e parti civili. Nessuno deve essere al di sopra della legge a causa della sua appartenenza. Ma, analogamente, - conclude - nessuno può essere collocato al di sotto della presunzione di innocenza a causa della sua appartenenza".