La Galleria di Palazzo Leggenda (piazza del Popolo, 17) si apre alla fotografia internazionale con una mostra che urla l'assurdità della guerra vista dall'obiettivo di un grande testimone.
Parliamo di Manoocher Deghati, reporter di origine iraniana ma che vive da anni in Italia, che porterà la sua mostra 'Ho visto mezzo secolo di storia attraverso l'obbiettivo' con il vernissage in programma venerdì 6 novembre 2026. Gli scatti mostrano con uno sguardo unico quello che accadde nel conflitto tra Iran e Iraq negli anni '80.
L'evento collega Empoli con Firenze: alle 15 conferenza e proiezione delle opere nella Sala Quattro Stagioni di Palazzo Medici Riccardi (via Cavour, 9) a Firenze. A seguire la mostra fisica sarà inaugurata alle 18 nei locali di piazza del Popolo a Empoli.
L'evento è realizzato dal Gruppo Fotografico Il Cupolone APS e dal Circolo Amatori Arti Figurative, con il patrocinio della Città Metropolitana di Firenze e del Comune di Empoli e il sostegno di FIAP e FIAF ETS.
La mostra, a ingresso libero e gratuito, sarà aperta dal mercoledì alla domenica in orario 17.30-19.30 fino al 20 novembre.
LE DICHIARAZIONI - "La guerra tra Iraq e Iran negli anni Ottanta è stata per certi versi la tragica prova generale di conflitti successivi spesso portati avanti per procura. Le guerre non sono mai solo regionali - dichiara Claudia Sereni, consigliera della Città Metropolitana di Firenze delegata alla Cultura - Con immani danni alla popolazione, ogni guerra - e quella tra Iraq e Iran in particolare - rappresenta anche una tragedia della gioventù: tanti ragazzi arruolati e mandati a morire, che non torneranno più, con sopravvissuti alla deriva o radicalizzati. Le fotografie di Deghati sono una straordinaria testimonianza di tutto questo".
"La collaborazione tra il gruppo Il Cupolone e l'associazione Circolo Arti Figurative - afferma l'assessore alla Cultura del Comune di Empoli, Matteo Bensi - crea un ponte tra Firenze ed Empoli nel segno di un grande testimone del nostro tempo. Deghati è stato insignito del primo premio "World Press" nella categoria news per le foto del conflitto iraniano-iracheno che vedremo riprodotte nella Galleria Leggenda. Di quelle zone non si è mai smesso di parlare e ancora oggi sono al centro della scena internazionale per conflitti interni e internazionali. Siamo orgogliosi di ospitare questi scatti nella nostra città per una mostra dal grande valore culturale e giornalistico".
VITA E SCATTI DI MANOOCHER DEGHATI - "La fotografia è il racconto della vita e dell'essere umano. Anche in guerra non ho mai cercato lo scatto del cadavere: ho sempre fotografato i vivi, per mostrare che c'è una speranza di vita persino nelle condizioni più estreme". Con queste parole Manoocher Deghati, uno dei più autorevoli e premiati fotogiornalisti della scena internazionale, sintetizza cinquant'anni di carriera vissuti in prima linea nei punti più caldi del pianeta.
Dagli esordi durante la rivoluzione iraniana alla fondazione di scuole di reportage in Centro America e Afghanistan, fino al recente ritiro in Italia, la traiettoria umana e professionale di Deghati rappresenta una lezione imprescindibile sul valore dell'informazione indipendente e della ricerca della verità.
Nato a Tabriz nel 1954 e formatosi tra Teheran e Roma, Deghati fa ritorno in patria allo scoppio dei movimenti contro Reza Shah Pahlavi per documentare la rivoluzione come reporter indipendente per agenzie di rilievo globale come l’Agence France-Presse (AFP). Durante il conflitto Iran-Iraq, per cinque anni testimonia clandestinamente gli orrori del fronte e le violente repressioni del regime teocratico, inviando i propri scatti all'estero sotto anonimato.
A causa del suo lavoro d'inchiesta, finisce nella lista nera del governo iraniano e, dopo arresti, percosse e minacce di morte, nel 1985 è costretto a fuggire in Francia.
L'esilio segna l'inizio di una lunga carriera internazionale: nominato responsabile per il Centro America per la AFP, Deghati non si limita a documentare le guerriglie in El Salvador o Panama, ma crea da zero una rete capillare di giovani talenti locali, inaugurando una personale vocazione per la didattica e la formazione che lo accompagnerà per tutta la vita.
Nel 2001, all'indomani dell'intervento americano post-11 settembre, Deghati torna in Afghanistan - Paese a cui è storicamente legato fin dall'invasione sovietica del 1979 - dove, insieme al fratello Reza e mentre lavora per il National Geographic, fonda a Kabul l'ONG Aina ("Specchio") e un istituto di fotogiornalismo. L'iniziativa permette a decine di giovani afghani, tra cui molte donne, di apprendere la professione e diventare reporter di punta per testate mondiali.
Con il ritorno dei talebani nel 2021, Deghati si è mobilitato in prima persona per mettere in salvo ed evacuare i suoi ex studenti, mantenendo tuttora un solido legame umano e professionale con loro. Nel corso della sua carriera, Deghati ha immortalato eventi epocali, ma il desiderio di raccontare ciò che la sola immagine non poteva esprimere lo ha portato alla creazione del progetto editoriale "Ho visto" (originariamente pubblicato come Eye witness), realizzato a quattro mani con la moglie, la scrittrice Ursula Janssen.
Oggi Manoocher Deghati vive in Puglia, dove prosegue la sua attività attraverso workshop, lezioni universitarie, mostre e un progetto fotografico a lungo termine dedicato ai riti religiosi, popolari e storici del Mezzogiorno italiano (dalle tradizioni legate alla natura in Basilicata alle processioni di paese).
Fonte: Comune di Empoli - Ufficio Stampa
