Wimbledon, una storia partita in sordina

Chi ama il tennis non può far a meno di associare l'inizio del mese di luglio al prestigioso torneo londinese, la cui prima edizione si disputò 140 anni fa


Il 9 luglio 1877, alle 15.30 – o, come direbbero gli inglesi – alle 3.30 p.m., l’All England Croquet and Lawn Tennis Club diede avvio alla prima edizione del torneo di tennis a Wimbledon, allora un sobborgo assai periferico di Londra. Ventidue dilettanti pagarono ciascuno una ghinea d’iscrizione, ma uno di loro, un ex studente di Eton di nome C.F. Buller, si ritirò prima di cominciare.

Il tennis era nato in Francia nel XIII secolo, dove era conosciuto come jeu de paume, e si era poi sviluppato in un gioco da disputare al chiuso (royal tennis, secondo i britannici) con racchette e palline, molte delle quali sono state ritrovate in Italia, a Mantova e a Jesi, e di cui si rintraccia una descrizione nel volume "Trattato del giuoco della palla di Messer Antonio Scaino di Salò", edito a Venezia nel 1555, che rappresenta uno dei primi tentativi di codifica del gioco, che fu infine standardizzato in Gran Bretagna nella seconda metà dell’Ottocento, quale sport da praticare sull’erba.

Alcune delle "balette", come erano chiamate, rivenute nel nostro paese

Alcune delle "balette", come erano chiamate, rivenute nel nostro paese

Come scrive Enrico Martines in “Play the game! Come gli inglesi inventarono lo sport moderno” (libreriauniversitaria.it, 2016), presero allora forma e vennero progressivamente a maturazione fenomeni politici (liberalismo e parlamentarismo), economici (la rivoluzione industriale), sociali (l’ascesa della borghesia, la riduzione degli orari di lavoro, l’urbanizzazione delle masse di salariati), tecnici (l’affermarsi del primato della tecnologia) e culturali (una generale civilizzazione dei costumi, la riduzione della violenza accettabile nei rapporti umani, la fiducia nel positivismo, il darwinismo), i quali tutti insieme concorsero a porre le condizioni perché le classi alte dedicassero quote considerevoli del loro tempo libero all’attività fisica, allo sport e conseguentemente al bisogno di uniformare e codificare le regole attraverso le quali tali sport erano praticati, affinché divenisse possibile, per giocatori e squadre di villaggi e città diverse e lontane, affrontarsi e confrontare risultati ed esiti nel tempo e nello spazio.

Il tennis appartiene in particolare alla categoria dei lawn sports, quelli praticati sui prati e all’aria aperta, sorti ed evolutisi nelle periferie delle città industriali, popolate dalla nascente e ricca borghesia, che, potendoselo permettere ed essendo alla ricerca di impieghi per il tempo libero, abbandonava gli insalubri, inquinati e congestionati agglomerati urbani, cui peraltro doveva la propria ricchezza. Per certi aspetti, insieme ad altri sport come il rugby e il calcio che enfatizzavano le connessioni valoriali con le nuove correnti politico-ideologiche e l’ambiente militare, il tennis contribuì a compattare la classe dirigente britannica intorno a principi condivisi, quali il patriottismo, il militarismo e il nazionalismo. Anzi, la fusione in un’unica classe dirigente della decadente aristocrazia terriera e dell’affluente schiera di industriali, commercianti e professionisti avvenne, anche “biologicamente”, sui campi di tennis, i quali erano i soli dove era ammessa, seppur strettamente controllata e improntata a criteri di rigorosa pudicizia, la presenza contemporanea delle donne e degli uomini in un contesto ricreativo che poteva trasformarsi in occasione di educato e contenuto corteggiamento reciproco - dal punto di vista meramente sportivo, vale la pena ricordare che il primo torneo femminile fu programmato nel 1884.

L’All England Club fu fondato nel 1868 su quasi due ettari di terreno per promuovere il croquet, quel gioco in cui i praticanti cercano pigramente di spingere una palla attraverso delle porticine di metallo, colpendola con un lungo martello di legno. Il tennis era solo un’appendice secondaria e la prima edizione del torneo fu organizzata per raccogliere i fondi necessari a riparare il rullo compressore usato dai giocatori di croquet per spianare il prato. Oggi, il tennis è uno degli sport più praticati del mondo e di quei tempi pionieristici conserva un’aura di tradizione e di britishness che pare inattaccabile e che proviene per l’appunto da quegli stentati primordi, un cui eloquente esempio si legge nell’austera e soave pubblicazione di tale R.D. Osborn, che nel 1881 così scriveva nel suo Lawn Tennis, its players and how to play: «La scena dovrebbe svolgersi sul prato ben curato di un giardino. Dovrebbe esserci un sole caldo e luminoso, con una sufficiente brezza che sussurra fra gli alberi e muove i petali dei fiori così da impedire alla giornata di diventare afosa. A portata di mano, sotto la rinfrescante ombra di una pianta, dovrebbero esserci fragole e panna, una rossa tazza gelata e pochi spettatori non intenzionati a giocare ma amanti del gioco, intelligenti e che si profondono in apprezzamenti. Se tutte queste condizioni sono presenti, un pomeriggio trascorso su un campo di tennis è un passatempo altamente cristiano e soddisfacente».

Da quei tempi, molte cose sono cambiate, però le fragole continuano a essere un rigenerante break per le migliaia di tifosi che si sorbiscono file chilometriche per accedere alle tribune e che ne trangugiano quintali ogni giorno, affondando un cucchiaio di plastica nella coppa di cartone che tengono in equilibrio sulle ginocchia. Allo stesso modo, resiste l’enfasi sull’abbigliamento, tanto che Wimbledon è il solo torneo al mondo nel quale i giocatori rispettano il codice all-white, benché nel corso degli anni vi siano stati eclatanti episodi di trasgressione, come quando la statunitense Linda Siegel, nel 1979, pur scegliendo il bianco, attirò l’attenzione degli spettatori con un succinto abitino più adatto a una starlette del cinema che a una tennista da centre court.

Linda Siegel impressionò gli spettatori, ma non la sua avversaria Billie Jean King, che la sconfisse facilmente per 6-1 6-3

Linda Siegel impressionò gli spettatori, ma non la sua avversaria Billie Jean King, che la sconfisse facilmente per 6-1 6-3

Per tornare agli albori del 1877, le semifinali andarono in scena il 12 luglio prima che l’ultimo atto venisse posticipato per non interferire con l’attrazione costituita dal già tradizionale incontro di cricket fra Eton e Harrow. Il 16 luglio, i finalisti William Marshall e Spencer William Gore furono ritardati dalla pioggia, nella prima occorrenza di quello che sarebbe divenuto il principale flagello dei Championships, ossia l’inclemenza del meteo, negli anni costantemente ripetutasi e poi diventata oggetto di ironici commenti da parte degli stessi protagonisti, quale quello di Pat Cash: «Cosa farei per migliorare ancora Wimbledon? Che ne dite di tenerlo in estate?», suggerì con una folgorante battuta l’australiano dopo il suo trionfo del 1987.

Spencer William Gore, il primo vincitore di Wimbledon

Spencer William Gore, il primo vincitore di Wimbledon

Il 19 luglio 1877, finalmente, di fronte a circa 200 paganti, Gore si sbarazzò in soli 48 minuti (6-1 6-2 6-4) di Marshall e conquistò il successo, ricevendo una coppa del valore di 25 ghinee. Più appassionato giocatore di cricket, Gore non dimostrò eccessivo trasporto per quella vittoria, anzi concluse che il tennis era un gioco troppo noioso e che perciò non avrebbe mai sfondato.

Paolo Bruschi


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