Non sempre si mangia per fame, l’Emotional Eating

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Non si mangia sempre per fame, lo si può fare per compensare un’emozione negativa, come la rabbia o la tristezza, ma anche in risposta a momenti di stress e di stanchezza o come ricompensa. Le emozioni forti che non riusciamo a gestire, ci possono portare alle abbuffate emozionali, e avvertiamo il desiderio di mangiare per un motivo che è, appunto, diverso dalla fame.

Ovviamente i cibi prediletti, in questi momenti, non sono certo quelli più salutari, ma il cosiddetto “comfort food” , ovvero cibi ricchi di zuccheri e iper calorici che vanno a rilasciare dopamina, attivando i centri del piacere e dando un senso di benessere.

Tuttavia, l’effetto piacevole dello zucchero scende in poco tempo andando, nuovamente, a influire sull’umore e si avverte quindi il bisogno di altri zuccheri, arrivando all’instaurarsi di un circolo vizioso.

Inoltre, spesso, questi cibi sono facilmente reperibili, come per esempio nei fast food, o semplicemente aprendo il frigorifero o la dispensa.

Tutti sentiamo, in momenti più o meno faticosi, la voglia di qualcosa di dolce che ci coccoli un po’, come può essere  un cioccolatino o un biscotto a metà pomeriggio o dopo il pranzo, ed è anche normale abbuffarsi in un occasione speciale. Fino a che rimane uno sfizio e non crea problemi alla salute, non è una cosa negativa, ma quando poi si arriva a vere e proprie abbuffate incontrollate, messe in atto per non sentire le emozioni spiacevoli che celano, allora si sfocia in problemi più importanti.

Un meccanismo che mantiene la fame emotiva è il collegamento con la memoria implicita, una memoria automatica e non consapevole che immagazzina il ricordo del piacere provato nel mangiare quel particolare cibo e che si attiverà, quindi, in momenti difficili, portandomi a mangiare proprio quella cosa in modo automatico, quasi senza rendermene conto.  È molto facile, quindi ritrovarsi a mangiare un intero pacco di biscotti, cioccolatini o patatine in pochi istanti, senza nemmeno averne sentito il gusto.

A differenza della fame fisica, quella emotiva si presenta in modo rapido e richiede un’immediata soddisfazione, invece quella fisica, non solo è graduale, ma è più tollerabile. Inoltre, la fame fisica è regolata dallo stomaco, quando questo è pieno invia un segnale al cervello che fa sentire il senso di sazietà; nella fame emotiva questo non succede e potremmo continuare a mangiare e ad abbuffarci, proprio perché non risiede nello stomaco.

Un’altra importante differenza è relativa a come ci sentiamo dopo aver mangiato, la fame emotiva porta all’instaurarsi e al consolidarsi di un circolo vizioso in cui dopo aver abbuffato subentrano emozioni come senso di colpa e/o vergogna.

Se ci rendiamo conto di lasciarsi andare spesso all’emotional eating, il primo passo è già stato fatto, poiché diventare consapevoli di questo comportamento è molto importante.

Prima di lasciarsi andare, infatti, sarebbe utile comprendere quali sono i meccanismi che si nascondono dietro alla fame emotiva, se è un periodo di stress, noia o alcune emozioni spiacevoli e provare ad agire in modo diverso, molto utile è imparare a mangiare in modo consapevole, apprezzando il momento, cucinando senza rinunciare al gusto e coinvolgendo tutti i sensi .

In alcune occasioni questo può non essere così facile e si può sentire la necessità di parlarne con un esperto in un contesto psicoterapico che possa aiutare a comprenderne meglio l’origine, i fattori di mantenimento e come gestire tali comportamenti.

Nel caso in cui vogliate suggerirci un argomento da affrontare o esporci una vostra problematica o preoccupazione scriveteci a studiopsicologicoilcammino@gmail.com, e noi vi risponderemo o pubblicando la lettera in forma anonima o affrontando la tematica da voi richiesta.

Elena Nencini