Te Deum di fine anno, l'arcivescovo Betori ricorda Bibi, Silvia Romano e gli altri 'missionari'

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Al termine dell’anno civile ci ritroviamo per rendere grazie al Signore, riconoscenti per i beni con cui ci ha sostenuto in questo anno, per il suo aiuto nel combattimento contro il male, e per invocare la sua presenza nell’anno che ci apprestiamo a vivere. Scorrono i giorni e appaiono uguali nel loro succedersi. Non così agli occhi della fede, che ci aiuta
scorgere la presenza potente e misericordiosa di Dio nel volgere del tempo.

Ci è detto anzitutto, come segnalato dal breve testo della lettera ai Galati, che nello scorrere dei giorni ci è stato dato un compimento, una pienezza, quando il Figlio di Dio, mandato dal Padre, è nato da donna per la liberazione dell’umanità, a cui è reso possibile accedere alla vita divina.

Ancorato all’evento della nascita di Cristo, il tempo si muove verso una meta, che è Cristo stesso, come canteremo più tardi nel Te Deum: «Judex, crèderis esse venturus – Verrai a giudicare il mondo alla fine dei tempi». La storia è tempo di responsabilità, in cui misurarci con la persona del nostro Salvatore e con il suo Vangelo.

Infine, come pregheremo tra breve nel Cantico della Vergine Maria, la misericordia di Dio, «di generazione in generazione», «si stende su quelli che lo temono», così che là dove si lascia spazio alla sua potenza, i poveri e gli umili trovano salvezza.

Questa lettura del tempo illumina gli eventi che hanno segnato l’anno che oggi si chiude, in quel doveroso discernimento che ci rende consapevoli delle nostre responsabilità e attenti nel cooperare al disegno di Dio.

Si è letto in questi giorni che il nostro tempo può essere definito nei termini di rifiuto dell’altro e di paura del futuro, di conflitti inestricabili e di ansie dai molti volti. Siamo sempre più schiacciati tra l’esaltazione dell’egoismo individualista, l’oscuro potere del mondo economico e finanziario, la pretesa di uno Stato che vuole decidere tutto per noi. Si stringono gli spazi per la persona, per le articolazioni della società, a cominciare dalla cellula fondamentale della vita sociale che è la famiglia. Si assiste alla perdita progressiva del senso comunitario. La chiusura egoistica nello spazio individuale sta diventando prevalente nei rapporti che reggono la società. La conflittualità e la disillusione fanno crescere sentimenti di ostilità e di appiattimento. Se l’identità non viene coltivata nel confronto, ma enfatizzata nello scontro, diventa difficile tessere la trama di una condivisione comunitaria.

Su questo scivolamento dalla dimensione personale a quella individuale si sta consumando l’eclisse della civiltà che il messaggio cristiano aveva reso fertile e che ha trovato forma riconoscibile da una retta ragione nella “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo”, approvata giusto settant’anni fa. Oggi molti di quei diritti vengono negati nei fatti, molti vengono travisati nella vulgata individualista, molti non vengono riconosciuti per tutti.

Così Papa Francesco ha descritto la situazione dei diritti dell’uomo in un suo recente messaggio: «Persistono oggi nel mondo numerose forme di ingiustizia, nutrite da visioni antropologiche riduttive e da un modello economico fondato sul profitto, che non esita a sfruttare, a scartare e perfino ad uccidere l’uomo. Mentre una parte dell’umanità vive nell’opulenza, un’altra parte vede la propria dignità disconosciuta, disprezzata o calpestata e i suoi diritti fondamentali ignorati o violati. Penso, tra l’altro, ai nascituri a cui è negato il diritto di venire al mondo; a coloro che non hanno accesso ai mezzi indispensabili per una vita dignitosa; a quanti sono esclusi da un’adeguata educazione; a chi è ingiustamente privato del lavoro o costretto a lavorare come uno schiavo; a coloro che sono detenuti in condizioni disumane, che subiscono torture o ai quali è negata la possibilità di redimersi; alle vittime di sparizioni forzate e alle loro famiglie. Il mio pensiero va anche a tutti coloro che vivono in un clima dominato dal sospetto e dal disprezzo, che sono oggetto di atti di intolleranza, discriminazione e violenza in ragione della loro appartenenza razziale, etnica, nazionale o religiosa. Non posso, infine, non ricordare quanti subiscono molteplici violazioni dei loro diritti fondamentali nel tragico contesto dei conflitti armati, mentre mercanti di morte senza scrupoli si arricchiscono al prezzo del sangue dei loro fratelli e sorelle» (Messaggio ai partecipanti alla Conferenza internazionale “I diritti umani nel mondo contemporaneo: conquiste, omissioni, negazioni”, 10 dicembre 2018).

Il diritto alla libertà religiosa, gravemente disatteso in tante parti del mondo, occupa un posto particolare tra i diritti umani. È doveroso ricordare quanti sono oggi perseguitati per la testimonianza resa alla fede cristiana, a cui vanno accostati quanti subiscono sofferenze a causa del servizio reso ai poveri: i quaranta missionari uccisi quest’anno nel mondo; Asia Bibi, in Pakistan, che, sebbene riconosciuta innocente, è costretta a vivere nascosta, ancora privata di una vera e piena libertà; Silvia Romano, la giovane volontaria rapita il 20 novembre scorso in un villaggio del Kenia, dov’era impegnata in un progetto di sostegno all’infanzia; p. Pierluigi Maccalli, il missionario vittima anch’egli di rapimento, in settembre, a Bomoanga in Niger, dove svolgeva opera di evangelizzazione e di cura dei bisogni sociali della popolazione. Non vogliamo poi dimenticare il gesuita p. Paolo Dall’Oglio, impegnato nel dialogo interreligioso, sequestrato a Raqqa in Siria ormai cinque anni e mezzo fa, che vogliamo sperare ancora vivo. Infine, ci sentiamo vicini ai cristiani della Chiesa di Anatolia, guidata dal nostro mons. Paolo Bizzeti, per lo più esuli da zone di guerra e di persecuzione, tra privazioni materiali e avversità, chiamati a tenere viva la loro fede mentre sono in attesa di definire un futuro più umano.

La Chiesa soffre a causa delle opposizioni che le vengono dall’esterno, ma dobbiamo riconoscere che essa soffre anche a causa delle infedeltà dei suoi membri, che con i loro tradimenti, in specie quelli che fanno vittime i più piccoli, offuscano la testimonianza del Vangelo. Il cammino della riforma ecclesiale, che è anzitutto cammino di conversione, necessita di indilazionabili passi in avanti, che esigono decisione e coraggio.

Le prove alla fede vengono anche dal diffondersi di un pensiero naturalista che vorrebbe indurci a fare a meno di Dio, lasciando l’uomo nell’angoscia del tutto spiegato e al tempo stesso privo di senso. E questo sia nelle forme di uno scientismo esasperato che va ad alimentare la tecnocrazia che si muove verso gli orizzonti del transumanismo, sia in quelle di un materialismo consumista che fa del profitto il proprio idolo e riduce l’uomo a merce, come pure in quelle di un equivoco ecologismo che, per rifiutare l’antropocentrismo dispotico, divinizza la terra e annulla la specificità della persona umana.

A questi timori vorrei opporre quanto il filosofo Sergio Givone ha affermato in una recente intervista: «Ogni potere per quanto forte sia si svuota di significato e di forza davanti a un gesto d’amore». Affermazione che i potenti di questo mondo possono anche irridere, schiavi come sono dei loro rapporti di forza, ma che traduce bene il mistero del Vangelo e che sanno essere vera quanti sono stati raggiunti da un gesto d’amore o sono stati capaci di compierlo.

Su questo fronte della cura dei fratelli e sorelle più fragili, vogliamo riconoscere quanto fanno ogni giorno i numerosi volontari della solidarietà. Nella tradizione più luminosa del nostro territorio, essi ogni giorno nel gesto di carità portano un seme di umanità in esistenze provate da condizioni di vita precarie, a causa di povertà, malattie, solitudine, violenze. Il loro è un contributo decisivo, difficilmente quantificabile, alla coesione sociale e alla tenuta del Paese. Li ringraziamo con tutto il cuore, e rendiamo grazie al Signore che ne ispira, orienta e sostiene l’impegno.

In questo contesto di ombre e di luci procede la nostra comunità di fede, che il Signore invita a crescere nell’esperienza del Cammino sinodale come pure della Visita pastorale, con quanto di positivo nel servizio alla comunità essa lascia emergere e con i nuovi traguardi di missionarietà che sollecita a scoprire. Su questi impegni chiedo al Signore guida e conforto nell’anno che sta per aprirsi. Lo ringrazio anche per i doni che mi ha concesso in mezzo a voi in questi dieci anni di ministero episcopale.

Un auspicio e una preghiera accompagna anche il nostro sguardo sul futuro di questa città, chiamata a un impegno concorde per una visione alta di sé, nel segno delle sue tradizioni di solidarietà, progettualità economica e lavoro, cultura e arte, relazioni tra persone e gruppi sociali. Lo Spirito del Signore continui ad accompagnarci e a venire in soccorso alla nostra povertà.

Fonte: Arcidiocesi di Firenze - Ufficio stampa

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