Medardo Rosso e la modernità fluida: la mostra al Museo del Novecento

Medardo-Rosso-Bambino-ebreo-1893.-Photo-courtesy-Museo-Novecento-Firenze

LA MODERNITA’ FLUIDA: MEDARDO ROSSO

Museo del Novecento, Firenze

Fino al 29 marzo 2019

Fu forse nel 1879 durante il periodo di arruolamento presso il primo Reggimento Genio, che Medardo Rosso affilò gli strumenti dell’arte litografica, galvanoplastica e calcografia nei laboratori della caserma di Pavia. Medardo una miccia veloce diventando uno dei più grandi scultori italiani. Fu, infatti, precursore di una concezione nuova nel campo della scultura scavalcando il vecchio concetto di tridimensionalità.

Prestava ancora il servizio militare, quando partecipa alla mostra milanese del 1881: “ l’Indisposizione delle Belle Arti” ed espone una delle sue prime opere, “ l’Allucinato”, una testina in terracotta. Quella mostra era un’opposizione all’Esposizione Nazionale che scandiva il registro dell’estetica milanese delle “belle arti”. La strada di Medardo fu da subito segnata della dissidenza. Così come lo stesso spirito di rivolta era nella Scapigliatura lombarda, fin troppo osteggiata, all’interno della quale la critica contemporanea confinò fin da subito lo scultore.

Medardo Rosso però non era un dissidente dell’ultima or. La sua era una rivoluzione estetica, che metteva a fuoco nuovi aspetti di forma e composizione nell’arte, purtroppo non messa a fuoco da molti suoi contemporanei italiani, tranne un giovane Carlo Carrà.

In Italia, a cavallo tra il primo e il secondo decennio del secolo, il Rosso si affiatava dietro le sculture di Umberto Boccioni, sopportava le critiche alla Biennale di Venezia. Erano critiche aspre con etichette semplicistiche quali “espressionista, impressionista”, che mal si addicono oggi.

La mostra fiorentina a cura di Sergio Risaliti e Marco Fagioli, è un focus sullo scultore: sei sculture e una serie di fotografie da lastre originali. Si possono quasi toccare con lo sguardo. L’impatto è immediato: il tratto nervoso, guizzante, tipico del Rosso così il taglio deciso della materia, lo scavo che affonda creando zone chiaroscurali che sembrano macchie di china di un fumetto. Sua è l’inquadratura fotografica e allo stesso tempo il minimalismo delle forme che plasmano una nuova percezione del ritratto psicologico. Le sei sculture esposte al Museo Novecento (Portinaia, Grande Rieuse [Ragazza che ride], Grande Rieuse [Ragazza che ride], Enfant à la bouchée de pain [Bambino alle cucine economiche], Enfant à la bouchée de pain [Bambino alle cucine economiche], Enfant Juif [Bambino ebreo]), due delle quali provenienti dalla Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti, documentano il livello altissimo cui Rosso era giunto nella ridefinizione della scultura e l’inferenza della sua opera con quelle dei maggiori artisti del tempo. Ancora più fluido di Edgard Degas è Medardo Rosso con il “Bambino Ebreo”, talmente fluida e vibrante è la sua visione da scorrere fino agli artisti Informali del nostro secolo.

La rinascita in chiave moderna della scultura italiana resta tutta sua. I critici francesi lo capirono subito, infatti, furono i primi a dedicargli una mostra postuma nel 1929, appena un anno dopo prematura scomparsa dello scultore.

Alfonso D’Orsi

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