Antiche fake news sulla fondazione del 'Castello' e sul volto santo in Santa Croce

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Dura fino ai nostri tempi, nonostante confutazioni e prove documentarie, da parte di studiosi di varia estrazione come Giulio Ciampoltrini, Alberto Malvolti, Paolo Morelli ed altri, la leggenda di una Santa Croce fondata intorno all’anno Mille da un gruppo di calderai lucchesi. C’è chi sostiene che quegli stessi lucchesi avrebbero fondato nello stesso periodo su un poggetto la chiesa della Santa Croce dove sarebbe stato custodito il crocifisso del Volto Santo, replica di quello esistente in San Martino di Lucca.

La leggenda piace soprattutto per il riferimento al mitico anno Mille: “mille e non più mille”. Sappiamo però che ciò che piace, molto spesso è artefatto. Tale leggenda è oggi facilmente confutabile da riscontri oggettivi che al tempo del Pesciatini Otriade nel suo (Origine e Cenni Storici Militari, Civili e Religiosi di Santa Croce sull’Arno, ITC 1927) non erano noti, e quindi il buon Otriade può essere assolto perlomeno dal dolo.

Procediamo per ordine con necessarie ma precise sintesi. Il primo elemento, direi il più significativo da confutare è la leggenda della Santa Croce fondata intorno all’anno Mille. E’ noto che dopo la morte di Federico II e dopo la battaglia al porto sull’Arno in San Vito nel 1252, che segnò una sconfitta per Lucca e devastò gran parte del territorio sulla riva destra dell’Arno, i lucchesi, padroni allora di queste terre, decisero di fondare le due terre murate di Santa Croce e Castelfranco, dove raccogliere le popolazioni allora sparse nelle campagne e costituire presidi difensivi contro Pisa e Firenze. Qualcuno dirà: “Non esiste un atto di fondazione della terra nuova di Santa Croce.” E’ vero; eppure la verità sulla fondazione del castello era già nota dal 1983 quando un gruppo di studiosi fra cui Giulio Ciampoltrini, la pubblicarono in Frammenti di Storia, Ed. Circolo del Pestival, 1983. La notizia è stata più volte ripresa. La prova è in un documento riportato da Ciampoltrini che dice: “ Nella primavera del 1253 – il 14 aprile – compare a Lucca davanti al notaio Ciabatto, a liquidare un debito […] Paolo del fu Rubbato. Questi agisce come ‘delegato’ (sidicus) degli uomini del suo castello, ‘de valle arni de novo castello quod dicitur Sancte Crucis’.” Il lettore tragga le sue conclusioni.

Il secondo elemento è che l’originaria chiesa della Santa Croce (distrutta per far posto alla Collegiata), di cui esiste ancora oggi soltanto la lunetta dugentesca che guarda sul corso Mazzini, fu iniziata nel XIII secolo, circa verso il 1280 e quindi ben 280 anni dopo il Mille. Il terzo riguarda il crocifisso ligneo del volto santo. Secondo il parere di esperti fra i quali Mariagiulia Burresi che scrive in La Santa Croce – Il culto del volto santo, edizione del Comune di Santa Croce sull’Arno, 2006, p. 11, “ L’opera conservata a Santa Croce sull’Arno si caratterizza per l’evidenza quasi aggressiva e patetica dei caratteri somatici […] Elementi che, in seguito al restauro, hanno permesso di datarla nella seconda metà del secolo XIII.” Il simulacro è quindi coevo, o quasi, alla fondazione della primitiva chiesa e del “castello” della Santa Croce. Da tutto questo si deduce che Lucca non solo contribuì e determinò la fondazione del ‘castello’ ma ‘impose’ la sua icona sacra: il Volto Santo, che mise in secondo ordine i vari San Tommaso, San Vito, Sant’Andrea. Santa Croce si presenta quindi, dalla sua origine, un dominio materiale e spirituale di Lucca fino alla conquista fiorentina del 1330.

Nonostante queste verità ad oggi documentate e diffuse, le leggende persistono. E coloro che perseverano nell’errore trovano purtroppo la distrazione di storici illustri che non si sono curati di fare le opportune verifiche. Da altre parti silenzio tombale. Citiamo infine, e qui siamo su un piano indubbiamente più serio, l’affermazione dello storico Giovanni Caciagli che sostiene la derivazione di Santa Croce da un preesistente castrum romano. Ipotesi suggestiva e anche gratificante, basata sull’esistenza della centuriazione augustea ancora oggi rilevabile sul territorio, se solo fosse sostenuta da uno straccio di prova documentaria o archeologica.

Valerio Vallini

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