'Archeologia criminale', garante dei detenuti Corleone: "Abolire misure di sicurezza non psichiatriche"

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“Si tratta di un fossile da eliminare. Abbiamo ancora il codice Rocco del 1930, che prevede varie forme di misure di sicurezza. Sono tantissime, ma le principali sono quelle psichiatriche, per cui chi commette un reato viene prosciolto, perché incapace di intendere e di volere, ma ritenuto pericoloso socialmente, una volta veniva chiuso negli Ospedali psichiatrici giudiziari (Opg), oggi viene accolto nelle Residenze per le misure di sicurezza (Rems) per un tempo stabilito dai magistrati. Altre misure di sicurezza sono destinate a persone imputabili, cioè persone che commettono un reato, vengono condannate e, nella sentenza, si prevede che, al termine della pena, andranno in casa lavoro per un certo periodo, perché ritenuti delinquenti abituali, per tendenza o professionali. Con questo armamentario del secolo scorso, abbiamo 350 persone in Italia che, per reati non particolarmente gravi, non escono dal circuito penitenziario, perché le case lavoro sono delle carceri. La loro pena in molti casi è infinita, perché le misure di sicurezza vengono prorogate. E’ un paradosso intollerabile”.

Così Franco Corleone, garante regionale dei detenuti, ha riassunto il senso della ricerca ‘Archeologia criminale’, che ha commissionato all’Associazione del volontariato penitenziario Avp), ed è stata presentata questa mattina in Sala Fanfani nel Palazzo del Pegaso. La ricerca, condotta da Giulia Melani ed Evelin Tavormina, con il coordinamento di Katia Poneti,  si è svolta in due luoghi significativi: la Rems di Volterra e la Casa lavoro di Vasto. A Volterra sono stati presi in esame i fascicoli delle persone presenti nel luglio scorso e lo studio si  posto in continuità con le ricerche precedenti svolte nella stessa Rems nel 2018 e sull’Opg di Montelupo nel 2014-2015. A Vasto, dove sono internati più del 40% dei soggetti per i quali è in esecuzione la misura della casa lavoro a livello nazionale, la ricerca del settembre scorso ha interessato 108 persone. Il lavoro, o meglio la sua mancanza, è la questione più paradossale che emerge. Solo 26 lavorano e, di questi, ben 24 svolgono servizi per il funzionamento dell’istituto, non professionalizzanti per il mondo esterno.

“Cosa fare? Credo che le misure di sicurezza non psichiatriche debbano essere abolite. Una persona ha commesso un reato, sconta una pena e poi deve tornare in libertà – ha affermato Corleone – Per quelle psichiatriche c’è il problema di come procedere sulla via di una riforma efficace, dopo la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari. Nel periodo di proroga del mio mandato, realizzerò un volume con una proposta di riforma del Codice penale per aggredire questo problema, eliminando la non imputabilità e responsabilizzando coloro che hanno patologie psichiatriche, fornendo strumenti e spazi per la cura”.

“Credo che il primo passaggio debba essere limitare le misure di sicurezza psichiatriche ai soli reati contro la persona – ha suggerito il presidente del Tribunale di Sorveglianza di Firenze Marcello Bortolato – La pericolosità ha un senso solo nel caso in cui i reati che si rischia di commettere sono connessi alla minaccia o alla violenza alle persone, mentre per i reati patrimoniali sarebbe il caso di rivedere completamente questo concetto”.

Sono intervenuti anche il direttore della Rems di Volterra, Alfredo Sbrana, e lo psichiatra Franco Scarpa, dirigente dell’Azienda Usl di Empoli, già direttore dell’Opg di Montelupo.

“La comunità, dalla quale i ragazzi provengono ed alla quale dovranno tornare, ha un imperativo: la corresponsabilità. Spesso la comunità sa essere madre, accoglie, ma non sa essere padre, non sa essere etica, non sa essere morale, non sa dare valore alla regola – ha osservato la Garante per l’infanzia e l’adolescenza della Toscana, Camilla Bianchi – Solo una comunità che sa intessere reali interazioni di prossimità, relazioni materne e paterne di qualità,  può sviluppare un reale percorso di crescita, di sviluppo e di recupero al proprio interno. Deve esserci una responsabilità condivisa, affinché sia riconosciuto, anche in ambiti restrittivi, il riconoscimento dei ragazzi e delle ragazze, del loro superiore interesse, per garantire loro un reale orizzonte di speranza e di futuro”

“Il Garante dei detenuti, con i suoi libri, sta sviluppando battaglie non solo di contenuto giuridico e normativo, ma soprattutto di principio, con una impostazione squisitamente riformista – ha concluso il Difensore civico regionale Sandro Vannini -  Si è fatto riferimento a 350 persone, che valgono lo 0,49%, in percentuale, ma in termini assoluti sono oltre trecento, sono molti. Una battaglia non solo giuridica e sociale, ma una battaglia di principio. Tutta questa attività dovrebbe diventare un punto di riferimento nazionale, un laboratorio nazionale”.

 

Fonte: Regione Toscana - Ufficio stampa

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