Viaggio sul confine 'difficile': terzo giorno. Lo storico Cecotti: "Foibe e Shoah? Confronto inaccettabile"


Il luogo è il Magazzino 18, diventato un po' il simbolo dell'esodo degli italiani fuggiti dopo il 1945 dalla nuova Jugoslavia. Lui invece è Livio Dorigo, esule istriano che ha saputo superare il dolore della propria tragedia individuale e familiare e che invita altri a farlo, per ricucire le ferite prodotte dalla storia. Un percorso non facile, ma necessario.

Ieri era il terzo giorno del viaggio sul confine 'difficile' promosso dalla Regione e i cinquanta ragazzi toscani accompagnati da venticinque insegnanti varcano la mattina i cancelli del porto vecchio di Trieste. E' lì che, tra edifici appesantiti dal tempo e in disuso, sorge il Magazzino 18, 'riscoperto' otto anni fa con la piece teatrale di Cristicchi e visitato da allora, racconta Piero Del Bello, figlio di esuli e direttore dell'Irci, l'Istituto regionale per la cultura istriano-fiumano-dalmata, da almeno mille gruppi.

Sali le scale che si annodano su pareti scalcinate, percorri i ballatoi, entri in locali dove il tempo pare essersi paralizzato in un iato di eternità - due orologi immobili su un tavolo, una vestaglia appesa sulla credenza della cucina, tavoli che aspettano inutilmente di essere apparecchiati e letti di essere vestiti di lenzuola e coperte – e la prima sensazione è quella del dolore. Percepisci in chi racconta, figlio di esuli, anche rancore per la storia subita, ma è comprensibile.

E poco importa che siano stati 250 o 350 mila gli italiani che fuggirono negli anni dalla Jugoslavia socialista di Tito, dove loro malgrado si erano dall'oggi al domani ritrovati, stretti nella paura o nel disagio, oppressi nella propria libertà di esprimersi culturalmente e nella lingua che da sempre avevano parlato. Poco importa alla fine che la stessa assimilazione forzata fosse stata subita da sloveni e croati sotto il regime fascista cinque, dieci o venti anni prima. Poco importa perché fuggirono: per timore (anche della vita), perché comunisti non si sentivano, perché (dopo il 1948) comunisti si sentivano ma non titini, traditi nella propria utopia come i duemila operai di Monfalcone che prima in una direzione e poi nell'altra attraversarono due volte il co nfine. Un fatto rimane: l'esodo di quegli italiani svuotò intere città e interi paesi, una chiave gettata al cielo e via, senza voltarsi indietro. E questo conta, come pure la guerra fredda, lo strappo di Tito da Stalin e i nuovi equilibri internazionali che l'affogarono nella nebbia. Tutto questo spiega il dolore e pure il rancore.

Raccontare l'esodo non è facile. “Storia complicata per chi non è di queste parti” ammonisce Piero Del Bello, che ricorda come, dopo l'insurrezione popolare e le violenze del 1943 patite dagli italiani, gli abitanti di Pisino in Istria salutarono come liberatori i tedeschi. Peccato che gli stessi tedeschi fecero poi migliaia di vittime, mettendo quei territori a ferro e fuoco. Neppure raccontare il Magazzino 18 è facile. Rischi di cadere nella trappola degli opposti estremismi. “Il dramma patito dagli italiani, per colpe non loro, fu una bestia con tre teste – sottolinea ancora Piero Del Bello -. O morivi, o fuggivi, o fuggivi ancora: nei campi profughi o all'estero, la fila ogni mattina per un piatto di minestra, l'odore di ves titi stantii e di capelli non lavati, figli di una storia sbagliata”. Puoi rischiare all'opposto, nel racconto, anche la banalità e la minimizzazione della sofferenza altrui.

“Dopo la visita l'impressione è quella di un grande dolore – confessa la vice presidente della Toscana, Monica Barni - : pensi a famiglie intere sradicate dai loro territori, costrette ad ammassare mobili ed effetti personali mai più ritirati e che poi hanno dovuto vivere tutto il resto della vita da profughi”. “Ma visitare il Magazzino 18 – aggiunge - è anche un momento per riflettere che i confini difficili vanno alla fine attraversati, per conoscersi e rispettarsi. L'odio non porta da nessuna parte”.

E allora? La via di uscita ce la suggerisce per l'appunto Livio Dorigo, un altro esule, che abbandona Pola nel 1947, presidente oggi del circolo “Istria” di Trieste, cresciuto tra Roma, Salerno e Perugia, una carriera da ricercatore e poi veterinario al Ministero della Sanità, anni a Cremona e Varese e poi, dopo il matrimonio con una fiumana, il resto della vita a Trieste.

“Se i ricordi – spiega ai ragazzi - non vengono elaborati dalla nostra ragione ma rimangono solo fenomeni emotivi non va bene. Il ricordo deve sublimarsi in sentimenti di pace, perché quello che noi abbiamo sofferto non venga trasferito e faccia soffrire i nostri figli e i nostri nipoti”.

“L'esule è come un albero sradicato. In parte appassisce” racconta. Il nonno di Piero Del Bello guardava dal campo e centro di raccolta di Padriciano fisso il mare. Altri affogarono il senso di vuoto all'osteria, molti finirono in manicomio. “Dobbiamo guardare ad un'Europa dove poter vivere tutti come popoli fratelli – dice Livio - Il sacrario dell'esodo che è diventato il Magazzino 18, ma anche la foiba di Basovizza, devono ispirarsi a questi sentimenti di pace, in cui il dolore occorre che si trasformi”. Per superare il rancore certo, ammette, occorre uno sforzo, forse anche doloroso. “La storia però ci può aiutare – spiega -: una storia capace di filtrare, depurata dalla memorialistica individuale e dalle emozioni del singolo. E in questo senso il Magazzino 18, che è testimonianza di quello che è successo, diventa anche un lente per guardare al presente e futuro, a quello che sta patendo ad esempio chi scappa dall'Afghanistan o da altri Paesi del Medio Oriente”. “Non possiamo essere indifferenti – conclude Livio - e un esule dovrebbe essere più vicino di altri alla sofferenza di queste persone”.

 

Parola allo storico Franco Cecotti: "I crimini ci furono. Ma non fu pulizia etnica, né genocidio"

Le violenze ci furono, i crimini anche. Ma non fu “pulizia etnica” né genocidio. “Il parallelo tra le foibe e la Shoah è dunque inaccettabile” dice con fermezza lo storico Franco Cecotti. Una risposta netta la sua a chi, per pigrizia o strumentalizzazione, prova oggi ad accostare invece i due fenomeni.

“Ci sono decine e decine di studi sulle foibe che descrivono esattamente come e perché accadde e cosa c'era stato prima, gli archivi sono aperti e si conoscono i numeri. Eppure – dice ancora Ceccotti – molti giornalisti ed anche politici si affidano al facile sensazionalismo”. O cedono a ricostruzioni che nell'inchinarsi al dolore, doveroso, cadono in errori evidenti.

“La Shoah fu un disegno di persecuzione e sterminio programmato a tavolino", spiega lo storico. "Le foibe sono state invece semplicemente una delle violenze legate alla guerra, che non finisce mai in un momento preciso ma ha sempre strascichi che generano altre violenze”. Soprattutto in territori contesi ed abitati da popoli con lingue diverse come furono l'Istria, Trieste e la Venezia Giulia, soprattutto quando si esce da una periodo di dittatura e violenza come fu il fascismo. “La guerra rende tutti cattivi, da una parte all'altra del fronte. E il punto allora – rimarca Cecotti – è condannare la guerra”.

Il pomeriggio del secondo giorno del viaggio sul confine 'difficile' orientale è per i cinquanta ragazzi toscani del progetto della Regione tutto un andare avanti e indietro lungo la linea della storia, da una parte e dall'altra dei due margini di una stessa frontiera. Cambi di prospettiva repentini che aiutano ad abituarsi alla complessità della storia.

Si inizia a Basovizza, custode di due memorie e di due ricordi. E dopo Basovizza è la volta della Narodni Dom nel centro di Trieste, la casa della cultura slovena data alle fiamme nel 1920 dai fascisti, oggi sede dell'Università cittadina, per un confronto sull'importanza che nella memoria ha la narrazione e il racconto anche giornalistico.

A Basovizza il pozzo di una miniera abbandonata è diventato il simbolo di tutte le stragi compiute da parte jugoslava prima in Istria e poi nella Venezia Giulia: quasi cinquecento scomparvero nel 1943 ( i numeri li dà ancora Ceccotti) e solo 217 corpi in tutta l'Istria furono ritrovati, tra le quattro e le cinquemila persone svanirono nel nulla in due mesi tra maggio e giugno del 1945, alla fine della guerra, con soli 482 corpi ritrovati in 48 foibe del Carso ed altri 411 negli scantinati di Trieste.

Le violenze del 1943, dopo l'armistizio dell'8 settembre e lo sbandamento dell'esercito italiano, si verificarono in una situazione di insurrezione popolare. I croati colpirono quegli italiani che erano stati vissuti fino al giorno prima come oppressori: chiunque venisse riconosciuto come fascista – e magari neppure lo era stato – o faceva parte della borghesia rischiava grosso. Poi arrivarono i tedeschi, misero a ferro e fuoco l'intera Istria e l'insurrezione fu soffocata nel sangue, con duemilacinquecento morti di tutte le nazionalità.

Di diversa natura furono le violenze del 1945, quando l'esercito jugoslavo arresta tutte le persone in divisa: non solo militari, ma anche esponenti della guardia civica, carabinieri, questurini (come quei duecento che due preti sloveni videro a Basovizza, sottoposti ad un processo popolare), bidelli anche. Non furono arrestati o uccisi solo italiani. Furono colpiti tutti coloro che, presunti o tali, potevano mettere a rischio il progetto di Tito e la creazione di uno stato jugoslavo con Trieste e l'Istria. In diciottomila forse furono deportati, ostaggi per anni, e in 4-5mila non fecero appunto ritorno.

Ma Basovizza, a due passi dal confine in una piacevole radura carsica, conserva all'ombra di tre alberi anche il monumento a quattro eroi sloveni: quattro giovanissimi antifascisti condannati a morte, i primi, nel 1930 dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato fascista. In un migliaio ogni primo settembre si riuniscono per celebrarli. Due memorie, dunque, Due memorie a lungo non riappacificate, miccia per atti vandalici consumati nel tempo ai rispettivi monumenti.

Alla Narodni Dom, due ore più tardi, i ragazzi riflettono sulla giusta scelta delle parole e sull'importanza di sconfiggere l'indifferenza. Ragionano su quella che è stata la guerra di Jugoslavia negli anni Novanta del Novecento, sul massacro (quello sì fu “pulizia etnica”) di ottomila musulmani a Srebrenica nel 1995, su come la guerra e la dissoluzione della Jugoslavia è stata vissuta in modo sofferto dagli sloveni d'Italia, su come i giornali 'di confine' hanno raccontato trenta anni fa quella guerra.

“Celebriamo la memoria, ma non nascondiamoci il presente: perché ci diciamo che non deve mai più succedere e invece succede ancora, di nuovo” li sprona Daniela Schifani-Corfini Lucchetta, vedova di Marco Luchetta, un giornalista morto sotto le bombe di Mostar in Bosnia Erxegovina assieme a due colleghi, promotrice di una fondazione impegnata nel loro nome a dare accoglienza ai bambini vittime delle guerre. “Come i bosniaci musulmani ieri – denuncia – ci sono oggi migranti in fuga verso l'Europa nascosti in quegli stessi boschi e che vivono nel terrore”.

Vicende personali si sovrappongono a vicende storiche. “Diffidate di tutto e di tutti, anche delle vostre prime sensazioni", raccomanda da buon giornalista, che deve essere custode di un racconto anzitutto onesto più che obiettivo, Pierluigi Sabatti, presidente del Circolo della Stampa di Trieste. “Approfondite – dice - e confrontate le fonti, anche e soprattutto in rete”.

In un confine 'difficile' come quello tra Trieste, la Slovenia e la Croazia, tre anni fa qualcuno si è chiesto quale potrebbe essere il confine giusto. Alekander Koren, giornalista del giornale della comunità slovena italiana, nonni e zii internati e confinati dai fascisti, non ha dubbi. “Non esiste un confine giusto in questa terra – dice - e noi abbiamo risolto il problema con una grande invenzione, con un'Europa che ha fatto cadere i confini. Teniamocela dunque cara questa Europa”.

 

Barni: "Nessun negazionismo. Coinvolte associazioni esuli"

"Donzelli non si smentisce. Come quando era in Consiglio regionale, non legge i programmi e non approfondisce. Dice che abbiamo organizzato il viaggio sul confine orientale senza coinvolgere le associazioni degli esuli, ma è esattamente il contrario". Così replica alle accuse del parlamentare toscano la vice presidente della giunta regionale Monica Barni, in questi giorni con cinquanta ragazzi e venticinque insegnanti in provincia di Trieste e Venezia Giulia.

"Abbiamo contattato e coinvolto da subito le associazioni degli esuli. Ad ottobre siamo anche andati nel quartiere Giuliano dalmata di Roma, per un seminario. Nel viaggio di questi giorni abbiamo poi ascoltato, insieme agli studenti, le voci degli esuli e le abbiamo raccontate. Abbiamo incontrato gli storici, come Cecotti, e i profughi come Livio Dorigo o Piero Del Bello. Abbiamo visitato il Magazzino 18, simbolo di un esodo doloroso, e i campi di Gonars, dove invece furono internati, prima, sloveni e croati.. Siamo stati a Basovizza. Visiteremo Fiume e Laterina". Insomma un viaggio poliedrico, sul filo delle tante memorie di un confine 'difficile'.

Celebrare il Giorno del Ricordo vuol dire raccontare non solo le foibe del resto, ma la complessità di queste terre. "Lo dice la legge, nazionale, che l'ha istituito,, - prosegue Barni - e a questo spirito si rifà il progetto toscano..Forse Donzelli lo dimentica. Di sicuro il viaggio e progetto toscano non può essere tacciato di operazione negazionista".

L'obiettivo era ascoltare tutte le voci, quelle da una parte e dall'altra del confine, provando ad attraversare anche i rispettivi confini. "I numeri delle foibe sono noti e crimini rimangono - conclude la vice presidente - ma la motivazione di quelle violenze, quelle che si verificarono nel 1945, pur ugualmente da condannare, fu essenzialmente politica e ideologica. Lo ha ricordato, in questi giorni, pure Il presidente del Comitato per le vittime delle foibe Paolo Sardos Albertini". Il 10 febbraio a Basovizza ha sottolineato che a morire per mano dei partigiani di Tito furono anche sloveni e croati, non solo italiani. Parlare di pulizia etnica nei confronti degli italiani, anche per lui, è dunque storicamente scorretto. Fu un'azione dettata da motivazioni politiche.

Fonte: Regione Toscana

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