Dpcm del 22 marzo, in Toscana 'fermi' 560mila lavoratori (il 36,7%). In Italia sono oltre 7 milioni

Sono oltre 560mila i lavoratori toscani interessati dal Dcpm del 22 marzo che blocca le attività produttive del paese per far fronte all'emergenza Coronavirus e contenere il disagio. È quanto si legge dal report 'L’impatto del DPCM 22 marzo 2020 sul mercato del lavoro' redatto dalla Fondazione Studi Consulenti del lavoro (Osservatorio Statistico Consulenti del Lavoro su dati Istat).

Nel dettaglio in Toscana il decreto, che si aggiunge al Dcpm dell'11 marzo, ha fatto appendere gli attrezzi da lavoro al chiodo a 560.780 lavoratori toscani, ossia il 36,7% della forza lavoro complessiva della Regione, il 7,2% a livello nazionale. Con questo dato la Regione Toscana è tra le più interessate dal provvedimento: fa capofila le Marche con il 43,2% della forza lavoro interrotta, poi il Veneto con il 39%, subito dopo Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna e Friuli Venezia Giulia con il 36%, poi appunto la Toscana. Ad essere meno interessata dal provvedimento sono la Sicilia e il Lazio con il 27%.

Il direttore dell'istituto di ricerca Irpet Stefano Casini Benvenuti ha spiegato che in Toscana sono "163mila imprese essenziali su circa 350mila attive". Il dato è calcolato al netto delle deroghe concesse dalle Prefetture che stanno ricevendo da tutta la regione richieste di proseguimento attività in quanto essenziali per le filiere produttive strategiche o in fase di riconversione in attrezzature di protezione personale dal contagio, così come prevede il Dcpm 22 marzo. In particolare sono state inviate ai Prefetti circa 2000 richieste da Firenze, 600 da Lucca, 500 da Arezzo, 300 da Prato e 100 da Pistoia. Il totale delle richieste di deroga dovrebbe superare quota 4mila.

A livello macroeconomico l'impatto del provvedimento del 22 marzo rispetto a quello di dieci giorni aumenta di molto la platea di lavoratori interessati, ampliandola di circa 5 milioni: l'Osservatorio calcola precisamente in +5.823.243 i lavoratori italiani bloccati dal nuovo decreto, portando il totale complessivo a 7.810.915. La fotografia del lavoro in Italia vede quindi il 34,8% della forza lavoro italiana costretta a casa, mentre sono il 27,2% quelli occupati in attività considerate essenziali (6, 1 milioni), e il 38% quelli ancora attivi (8,5 milioni). Nello specifico il 46,2% dei lavoratori costretti a casa è occupato nel manifatturiero, oltre il 53,1% nei servizi; l'industria lascia a casa 6 lavoratori su 10, i servizi circa 1 su 3. Ma sono proprio i servizi a pagare il conto più salato, con circa 4 milioni di lavoratori in Italia a casa, la maggior parte impiegati in ristorazione e commercio.

Ovviamente, dal punto di vista della sicurezza sanitaria e del potenziale epidemiologico, bisogna considerare che molte delle attività ancora attive e dei servizi essenziali, ossia il 65% della forza lavoro, hanno attivato lo smart working o forme di riduzione di orario, basta pensare a dipendenti della pubblica amministrazione e insegnanti che rientrano nelle categorie essenziali. Molte attività che hanno il diritto di stare aperte, inoltre, hanno deciso di sospendere o ridurre l'attività pur avendo diritto a proseguirla. I dati dell'Osservatorio, quindi, si riferiscono specificatamente ai codici ATECO per cosi dire 'bloccati' dal Dpcm, ma il numero di lavoratori ancora attivi è certamente più basso, inoltre tra i lavoratori attivi non è conteggiato chi lavora da casa o in modalità smart working.

 

 

 

 

 

Fonte: A cura di Giovanni Mennillo



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