Ultima chiamata, l'autodramma al Teatro di Monticchiello

Il teatro medievale, quello che corrispondeva quasi sempre con la Sacra Rappresentazione era fatto dagli abitanti del paese, rappresentato in Chiesa, ma anche da altre parti (persino nelle stalle, scaldate dal fiato delle bestie), luoghi dove si potevano discutere le sorti – nel bene e soprattutto nel male – di queste comunità. C’era una fonte ispirativa, ed era offerta dai testi sacri, il Vangelo soprattutto, e anche il Vecchio Testamento. Ma questo materiale era sempre rivissuto, entro motivi di stringente attualità, l’emergere di un tiranno, la carestia, la guerra, altre calamità.

Pensavo a questo, l’altra sera, nella splendida piazza di Monticchiello, dove un paese intero si metteva in teatro, dava vita ad una sacra rappresentazione per l’oggi, con temi antichi e ormai radicati, come gli eterni e sempre gustosi dissidi tra bene e male (ma chi era il bene? chi il male?),
tra bianchi e rossi, tra cattolici e comunisti, e poi appunto temi di oggi, anche questi in fondo abbastanza banali, ma al centro della vita e della comunità, discussi per inverni interi, dunque assolutamente da rispettare, da ascoltare con un interesse almeno antropologico.

È come se ci avessero aperto una finestrina nella stanza delle assemblee, permettendoci di curiosare. Ecco, ascoltiamo le storie di questi ragazzi, che vengono privati dei loro social e dunque vanno in crisi profonda, salvo venire a sapere che, anche negli anni Cinquanta di un altro secolo, esistevano mezzi di comunicazione, la gente – tra podere e podere – in qualche modo si parlava, si accendevano fuochi, o altri ammennicoli, per dirsi delle cose, per raccontarsi che qualcuno era morto, che la sera dopo ci sarebbe stata una festa, che due amici si sarebbero presto sposati.

La storia raccontata in “L’ultima chiamata” è forse solo questa, un’immersione nel passato, divertente e un po’ dissacrante, con due zone del palco, a destra e a sinistra, che si attivano in corrispondenza dell’invasione sovietica dell’Ungheria, nel 1956, un momento di eccezionale fibrillazione per la storia di milioni di persone, anche da noi in Italia. Poi una seconda parte che è una specie di immersione in una specie di fantasociologia. C’è un “Direttore”, in realtà soltanto un bambino, che decide per tutti di eliminare i privilegi, che sono anche il cellulare, e ancora altre possibilità di comunicazione, fino all’asfalto delle strade, che ritornano ad essere bianche.

Alla fine, nella disperazione generale, solo Giada, una giovanissima che si è da tempo ammutolita, scioglie gli enigmi (che qui, naturalmente, lasciamo annodati) e risolve la questione, tirando fuori la bandiera che sua nonna aveva messo in valigia, dove all’incirca c’è scritto: “Le donne di Monticchiello chiedono la terra non la guerra”.

Lo spettacolo inizia a sinistra, su alcune ‘macchiette’, alcuni fedeli agli ideali staliniani, che erano, in verità, in via di disfacimento. Promossi in quella che più di una fede, era semmai un’adesione incondizionata, ad una vera e propria mitologia ideologica. Dall’altra parte del palcoscenico, sta invece la fede ‘vera’, promossa – come si vede qui – da preti e pretori, cioè da clero e clericali, che si comportano altrettanto sguaiatamente. Sono fatti del resto che stiamo vivendo anche adesso, entro l’attuale agone elettorale, le cose sotto il cielo sono sempre le stesse, i politici funzionano allo stesso modo, il loro gettone lo stesso, raramente qualcuno si aziona in modo diverso.

Nel caso di Monticchiello – e la storia pare assolutamente vera – il primo telefono tocca alla sezione comunista, che con quello è in comunicazione con il mondo, anche con i “fatti d’Ungheria”; c’è una spasmodica attesa di notizie da Roma, sta per scoppiare la manifestazione per la Pace, o magari di appoggio all’Unione Sovietica. C’è anche all’interno della sinistra un dibattito, da una parte critico, almeno nei confronti del colosso russo, dall’altra ancora fideistico: la Russia, o meglio l’Urss, è sempre l’Urss, non si discute!

Le donne – vere protagoniste dell’autodramma di quest’anno – cominciano a cucire una grande bandiera della pace (e ce ne sono alcune storiche, di queste bandiere, anche in provincia di Siena, bellissime, che raccontano ben più dei libri, le rivendicazioni, il riscatto della parte femminile della comunità, allora priva di una vera forza rappresentativa, solo supporto del predominio dei maschi). C’è però una figura, anche lei apparentemente di secondo piano, si chiama Rosa (la nonna della già citata Giada) – ma potrebbe chiamarsi come la madre di Gesù: Maria: ne porta appunto i segni, quelli che (involontariamente) la pongono al centro della spazio, ad immolarsi, dopo che per telefono (ma lei – in quanto donna – non avrebbe dovuto rispondere), ha trattato da traditori i compagni del partito, loro hanno cancellato la manifestazione, le donne avrebbero portato la loro bandiera, fatta di tanti colori, la bandiera della pace, che le rappresentava tutte: nella loro bellezza, nel loro impegno per il mantenimento della vita e appunto della pace, anche in quelle campagne, povere ma estremamente dignitose.

Il presepe che queste donne costituiscono, la loro disposizione nello spazio, l’azione scenica, tutto fa assomigliare questo momento (e naturalmente tanti altri) a quella che poteva essere una sacra rappresentazione. Persino i meccanismi drammaturgici alla base del testo ogni volta rappresentato, tutto ha l’andamento di un meccanismo da teatro popolare, teatro di stalla, ad un teatro dove l’indagine psicologica alla Pirandello, interessava davvero poco. Un teatro scavato con l’accetta, che a qualcuno potrà non interessare.

Noi ne restiamo ogni volta conquistati, nella magia di una rappresentazione che avviene – se uno ha fortuna – accanto alle persone del posto, che ridono e piangono insieme agli attori, gli stessi che ti hanno servito alla Taverna del Bronzone pochi minuti prima, che fanno il caffè al bar, i biglietti all’entrata, che smontano la scena alla fine, che giocano al teatro per la cinquantaseiesima volta, qualcosa di straordinario, di magico.

Andando a fondo si scoprono anche le novità del Teatro di Monticchiello, quelle negative, fatte di attori che spariscono o che sono costretti a smettere, per l’età avanzata o per malattie e altri problemi, e quelle positive, di una cooperativa di comunità che va ogni anno crescendo, e che gestisce praticamente il paese, dalla parte medico farmaceutica alle gite in bicicletta nella stupenda Valdorcia, ma anche di un allargamento del gruppo, a tanti giovani e giovanissimi, che ogni sera si alternano in scena, per poter dare a tutti la possibilità del debutto.

Si replica fino al 14 agosto, l’esperienza vale davvero moltissimo, anche al mattino successivo in una luce abbagliante che sale su dal giallo magnifico delle valli, e dal sorriso delle persone di Monticchiello, che sono gli stessi attori visti la sera prima in scena.

Sempre assolutamente da non perdere.

Le foto sono di Emiliano Migliorucci e raccontano la storia in scena quest’anno. Sono foto che parlano più e meglio di quanto abbiamo scritto, basta osservarle.

Grazie a tutto Monticchiello, a Gianpiero Giglioni e Manfredi Rutelli, che hanno il ruolo di registi, di direttori di cordata.

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