
Secondo il consulente del giudice la diagnosi non era avvalorata da esami e visite. La vicenda nel Pisano: la Corte d'appello di Firenze ha stabilito 470mila euro per la donna
Per oltre quattro anni è stata sottoposta a una serie di terapie antitumorali con chemioterapia, cortisone e steroidi, con ripercussioni fisiche e psichiche. Poi, come riportato da Il Tirreno, è emerso che la diagnosi di linfoma all'intestino, secondo il consulente del giudice, non era avvalorata né dai risultati degli esami e delle visite né dai sintomi, ritenendo dunque che non ci fossero i motivi per sottoporre la paziente a quel tipo di trattamento. La vicenda, finita prima in Tribunale a Pisa adesso ha portato la Corte d'appello di Firenze a condannare l'Aoup e a stabilire un risarcimento per la signora di oltre 470mila euro, aumentando la cifra stabilita dalla sentenza di primo grado.
Come ricostruito dal quotidiano tutto ha inizio nel 2006 quando, prima di un intervento chirurgico di ortopedia all'ospedale di Volterra, gli esami di preospedalizzazione mostrano irregolarità nel numero di globuli bianchi. L'intervento viene rimandato e i referti inviati per un esame specialistico all'Aoup. Poco dopo arriva la diagnosi di linfoma non Hodgkin indolente, tipo Malt, a prevalente localizzazione intestinale. Nel gennaio dell'anno successivo iniziano le terapie fino al 2011 quando, con una nuova biopsia effettuata a Genova, viene esclusa la presenza del tumore. Intanto le terapie avevano causato conseguenze dal punto di vista fisico e psicologico, tanto che la donna era arrivata a lasciare il suo lavoro e le era stata ritirata la patente, perché ritenuta non più idonea alla guida.
Dopo un tentativo stragiudiziale è stata chiamata l'Aoup a rispondere dell'operato davanti al giudice civile di Pisa e l'Azienda si sarebbe difesa evidenziando complessità del quadro clinico, difficoltà della diagnosi e la correttezza della terapia praticata. Ma su quest'ultima, secondo la consulenza tecnica del Tribunale, non c'erano i presupposti. Il Tribunale di Pisa aveva condannato l'Azienda a risarcire la paziente con 258mila euro, cifra alzata dalla recente sentenza della Corte di appello di Firenze che ha considerato un'invalidità permanente del 60% e non del 40% come in precedenza. Riconosciuta inoltre la "personalizzazione del danno" subito dalla signora, psicologico ma anche concreto nella vita quotidiana.
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