
C’è un modo sbagliato di affrontare il referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo 2026: trasformarlo nell’ennesimo derby politico, come se si dovesse dare un giudizio su questo o quel governo, o addirittura “votare contro” o “votare a favore” della magistratura in quanto tale. E c’è invece un modo più serio, più utile e più vicino alla vita concreta delle persone: chiedersi quale assetto dia più garanzie al cittadino quando entra in un’aula di tribunale. È la chiave proposta anche dal professor Sabino Cassese, già giudice della Corte costituzionale, che ha invitato a leggere il referendum non come uno scontro ideologico, ma come una scelta su alcune domande
molto precise. Ed è proprio da qui che conviene partire.
La prima ragione per cui è importante andare a votare è semplice: questo è un referendum costituzionale confermativo, quindi non c’è quorum. Significa che non vince l’astensione, non decide chi resta a casa, ma decide chi si reca alle urne. Ogni voto pesa davvero. Per questo il 22 e 23 marzo non sono una parentesi per specialisti del diritto: sono un appuntamento in cui i cittadini sono chiamati a dire quale idea di giustizia ritengono più giusta, più equilibrata e più affidabile.
La ragione principale del nostro SÌ riguarda il cuore della riforma: separare in modo netto il giudice da chi svolge le indagini e sostiene l’accusa. Tradotto in parole comuni: chi deve decidere non dovrebbe appartenere allo stesso percorso professionale di chi accusa. La riforma interviene proprio su questo punto, separando le carriere dei magistrati requirenti e giudicanti e prevedendo
due distinti organi di autogoverno. La logica è comprensibile anche fuori dai tecnicismi: in un processo, il cittadino deve poter sentire che il giudice è davvero un arbitro, non una figura che cresce nello stesso “ambiente professionale” di una delle parti. Cassese ha osservato che la terzietà piena del giudice richiede percorsi e organi distinti; l’ex pm Antonio Di Pietro e l’ex magistrato Antonio Rinaudo hanno sostenuto, da prospettive diverse, che nel processo accusatorio giudice e pubblico ministero svolgono funzioni troppo diverse per restare dentro la stessa carriera.
A chi ascolta questo dibattito da cittadino comune, la questione può essere spiegata con una domanda molto concreta: mi sento più garantito se chi giudica è chiaramente separato da chi mi accusa, oppure no? Per noi la risposta è sì. E non perché oggi tutti i giudici siano parziali, cosa che sarebbe ingiusta e falsa, ma perché le istituzioni si costruiscono non solo sulla correttezza delle persone, ma anche sulla chiarezza delle regole. Un sistema maturo non si affida alla sola buona fede: organizza le funzioni in modo che l’imparzialità sia più forte, più visibile, più credibile. È questo, in fondo, il senso più accessibile della riforma.
C’è poi un’obiezione che molti cittadini si pongono: separare le carriere non rischia di indebolire l’indipendenza della magistratura? È una domanda seria, e merita una risposta seria. Proprio per questo è utile ricordare che tra i sostenitori del SÌ non ci sono solo esponenti politici, ma anche giuristi ed ex magistrati che hanno sostenuto l’opposto: cioè che la riforma non mette il pubblico
ministero sotto il potere esecutivo e non cancella le garanzie costituzionali essenziali. Di Pietro, nel confronto su Sky TG24, ha ricordato che restano l’obbligatorietà dell’azione penale, la soggezione del pm soltanto alla legge e l’obbligo di cercare anche le prove favorevoli all’indagato; Nordio ha sostenuto che i due nuovi Csm resterebbero autonomi e indipendenti. Anche Cassese ha scritto
che, proprio perché le due carriere farebbero capo a organi distinti ma analoghi all’attuale Csm, la riforma può essere letta come un completamento del modello del giusto processo, non come una sua negazione.
Il secondo grande punto riguarda la responsabilità dei magistrati. Qui bisogna essere chiari: nessuno chiede vendette politiche, nessuno vuole magistrati intimiditi, nessuno intende toccare l’autonomia della funzione giudiziaria. Ma un principio deve valere per tutti: dove c’è potere, deve esserci responsabilità. La riforma prevede un’Alta Corte disciplinare alla quale viene attribuita in
via esclusiva la giurisdizione disciplinare sui magistrati giudicanti e requirenti. Per il cittadino comune questo significa una cosa molto semplice: anche chi esercita un potere enorme sulla vita degli altri non può dare l’impressione di muoversi in una zona separata da ogni controllo credibile. Se un magistrato sbaglia, viola doveri o tiene condotte disciplinarmente rilevanti, deve risponderne
in modo serio, visibile e non autoreferenziale, come ogni titolare di una funzione pubblica. Su questo punto il tema è ancora più comprensibile se lo si guarda dalla parte delle persone e non delle corporazioni. Un errore giudiziario, o anche solo una gestione superficiale del potere giudiziario, non è mai un fatto astratto: può voler dire anni persi, spese, reputazione distrutta, sofferenza familiare, libertà compressa. Per questo la richiesta di responsabilità non è un attacco alla magistratura: è una domanda di civiltà istituzionale. Chi amministra la giustizia merita rispetto; proprio per questo il sistema deve essere tale da rendere il rispetto compatibile con la responsabilità, e l’autonomia compatibile con il controllo disciplinare.
Naturalmente questa riforma non risolve da sola tutti i problemi della giustizia italiana. Non basta separare le carriere per abbreviare automaticamente i processi, aumentare il personale o migliorare dall’oggi al domani il funzionamento degli uffici. Ed è giusto dirlo, per onestà verso i cittadini. Anche Michele Vietti ha sottolineato che siamo davanti prima di tutto a una riforma dell’ordinamento della magistratura, non alla soluzione totale dei mali della giustizia. Ma proprio per questo il voto del 22 e 23 marzo va letto per ciò che è: una scelta su un principio di fondo, non una bacchetta magica. E quel principio di fondo, per noi, è corretto: in un processo accusatorio, chi accusa e chi giudica devono stare su piani davvero distinti.
Ecco perché votare SÌ ha un significato che va oltre la polemica quotidiana. Significa dire che la giustizia deve essere forte, ma anche più leggibile; autorevole, ma anche più controllabile; indipendente, ma anche più chiaramente terza rispetto all’accusa. Significa scegliere un ordinamento in cui il cittadino, entrando in un tribunale, possa avere più fiducia nel fatto che il giudice sia davvero il giudice e non una figura percepita come interna allo stesso corpo professionale di chi indaga. Significa affermare che la responsabilità non può fermarsi davanti alla toga. E significa, infine, prendere sul serio il voto: perché in questo referendum ogni scheda conta
davvero.
Leonardo Rossi
Capogruppo di Fratelli d’Italia – Centrodestra per l’Empolese-Valdelsa
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