
Il referendum del 22 e 23 marzo 2026 sulla riforma costituzionale della giustizia non è una consultazione tecnica riservata agli addetti ai lavori. È, al contrario, un passaggio che riguarda direttamente il rapporto tra cittadino e Stato, tra libertà individuali e potere pubblico, tra fiducia nelle istituzioni e qualità delle garanzie democratiche. Per questo riteniamo importante dirlo con chiarezza: andare a votare è fondamentale, e votare SÌ significa scegliere una giustizia più limpida, più equilibrata e più credibile.
C’è poi un dato che rende ancora più importante la partecipazione: questo è un referendum confermativo ai sensi dell’articolo 138 della Costituzione, e dunque non prevede quorum. In altre parole, non vale la logica dell’astensione come strumento politico: qui decide chi si reca alle urne. Ogni voto pesa davvero. Ecco perché invitare i cittadini ad andare a votare non è un richiamo formale, ma un dovere civile e democratico. Quando si è chiamati a esprimersi su una riforma che tocca l’assetto della giurisdizione, disertare il voto significa lasciare agli altri una scelta che invece riguarda tutti.
La prima ragione del nostro SÌ sta in un principio semplice, comprensibile anche fuori dai linguaggi specialistici: chi indaga e sostiene l’accusa non può essere percepito come parte dello stesso percorso professionale di chi deve giudicare. La riforma approvata dal Parlamento punta proprio a questo: separare le carriere dei magistrati giudicanti e requirenti, prevedendo anche due distinti organi di autogoverno. Il punto politico e istituzionale è evidente: in un processo davvero equilibrato, il giudice deve essere non solo imparziale, ma anche percepito come tale dal cittadino. E la percezione, nella giustizia, conta moltissimo, perché dalla fiducia dei cittadini dipende una parte essenziale dell’autorevolezza delle istituzioni.
Chi guarda a questa riforma con favore non lo fa per indebolire la magistratura, né per aprire conflitti tra poteri dello Stato. Al contrario: lo fa perché ritiene che una magistratura forte debba essere anche una magistratura più chiaramente ordinata nelle sue funzioni. Il pubblico ministero svolge un compito decisivo nelle indagini e nell’esercizio dell’azione penale; il giudice, invece, è chiamato a decidere sulle libertà, sui diritti, sulle responsabilità. Sono funzioni diverse, entrambe alte e delicate, ma proprio per questo è giusto che abbiano percorsi distinti. È una scelta di chiarezza istituzionale, prima ancora che una bandiera politica.
Per noi il punto decisivo resta questo: il cittadino deve sapere che davanti a sé ha un giudice terzo, separato da chi conduce le indagini e sostiene l’accusa. In uno Stato di diritto non basta che la giustizia sia formalmente corretta; deve anche apparire imparziale, soprattutto agli occhi di chi vi entra magari nel momento più difficile della propria vita. Quando si è indagati, imputati, parte offesa o semplicemente coinvolti in un procedimento, la fiducia nel giudice è tutto. Rafforzare quella fiducia significa rafforzare la democrazia, non indebolirla.
C’è poi un secondo punto che consideriamo essenziale, e che i cittadini comprendono immediatamente: anche i magistrati, come ogni altro servitore dello Stato, devono rispondere dei propri errori. La riforma non introduce vendette politiche né mette in discussione l’indipendenza della magistratura, che resta principio costituzionale fermo. Ma interviene sul versante della responsabilità disciplinare, istituendo un’Alta Corte disciplinare cui viene attribuita in via esclusiva la giurisdizione disciplinare nei confronti dei magistrati giudicanti e requirenti. È un passaggio importante, perché afferma un principio di civiltà istituzionale: l’autonomia non può mai essere confusa con autoreferenzialità, e nessun potere dello Stato può essere percepito come sottratto a regole, controlli e responsabilità.
Su questo punto è bene essere netti: chiedere che i magistrati rispondano dei propri errori non significa essere contro la magistratura. Significa, al contrario, avere rispetto per il ruolo immenso che essa svolge. Proprio perché il magistrato decide sulla libertà, sul patrimonio, sulla reputazione e sulla vita delle persone, è giusto che il sistema sia costruito in modo da garantire indipendenza, ma anche responsabilità. È il medesimo criterio che i cittadini applicano a ogni altra funzione pubblica: tanto più grande è il potere, tanto più alta deve essere la responsabilità.
Le obiezioni a questa riforma esistono e meritano ascolto. Nel dibattito istituzionale non sono mancate posizioni critiche, anche da parte del CSM e dell’ANM. Ma il fatto che una riforma sia discussa non significa che debba essere respinta; significa semmai che tocca un nodo vero del nostro sistema. E il nodo vero è questo: vogliamo una giustizia in cui il giudice sia più nettamente distinto da chi accusa e un sistema disciplinare più credibile e leggibile per i cittadini? Noi riteniamo di sì. E riteniamo che il referendum serva proprio a dare agli italiani la possibilità di pronunciarsi su questo nodo in modo diretto e sovrano.
Per queste ragioni, come coordinamento di Fratelli d’Italia Certaldo, invitiamo i cittadini a non considerare questo voto come un appuntamento lontano o astratto. La giustizia non è materia per pochi specialisti: riguarda la libertà di tutti. Riguarda il modo in cui uno Stato guarda ai suoi cittadini quando li giudica. Riguarda il confine, sempre delicatissimo, tra potere e garanzia. Il SÌ che proponiamo non è uno slogan: è una scelta di equilibrio, di trasparenza istituzionale, di fiducia in una giustizia che deve essere indipendente, ma anche più chiaramente imparziale e responsabile.
Il 22 e 23 marzo andare a votare sarà quindi un gesto di partecipazione democratica vera. E votare SÌ significherà affermare un principio semplice ma decisivo: in una democrazia matura, chi giudica deve essere distinto da chi accusa, e chi esercita funzioni così rilevanti deve rispondere dei propri errori con regole chiare e credibili. È una riforma che parla ai cittadini, alle loro garanzie, alla loro domanda di giustizia giusta. Ed è per questo che merita sostegno.
Fonte: Lucia Masini e Riccardo Borghini - Coordinamento Fratelli d’Italia Certaldo
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