
L'impennata dei costi, spiega l'associazione, incide sugli spostamenti delle arnie: "Partenza della stagione rischia di essere penalizzata"
Il caro carburante rischia di lasciare a piedi gli… apicoltori. L’aumento dei costi avrà una ricaduta pesante sul nomadismo, l’antica pratica di spostare le arnie alla ricerca delle fioriture del periodo per produrre mieli monoflora più pregiati e a maggiore valore come l’acacia, il castagno o la sulla. Gli effetti della guerra in Medio Oriente nella vita quotidiana si fanno sentire anche tra gli oltre 17 mila apiari della regione proprio nel momento in cui si intensifica il numero di visite ed ispezioni alle famiglie in preparazione della nuova stagione di fioriture e raccolta. È l’allarme lanciato da Coldiretti Toscana preoccupata per le conseguenze su un settore strategico dal punto di vista economico e sociale, per la tutela della biodiversità e la conservazione degli ecosistemi, che conta 8 mila apicoltori, uno su tre dedito proprio alla transumanza delle api. Secondo l’analisi di Divulga i rincari di gasolio, fertilizzanti, plastiche ed altri fattori produttivi, innescati dalla chiusura dello stretto di Hormuz costeranno 200 euro in più ad ettaro con un impatto complessivo di 130 milioni di euro per le imprese agricole toscane.
L’aumento del costo di gasolio e benzina, con un pieno arrivato a costare anche fino a 30 euro in più, incide in maniera significativa sulle aziende apistiche che per raggiungere gli apiari, spesso ubicati nelle zone più remote ed incontaminate della regione (ma anche oltre) si muovono con auto e furgoni percorrendo centinaia di chilometri ogni settimana. – spiega Coldiretti Toscana - Mezzi indispensabili allo svolgimento dell’attività su cui gli apicoltori caricano e traportano tutto l’occorrente - dalle cassette ai telaini, dai melari agli attrezzi da lavoro fino all’abbigliamento – e senza i quali il nomadismo non sarebbe possibile. I rincari alla pompa mettono ora a rischio insieme a questa pratica impegnativa, la normale routine degli apiari, costringendo gli apicoltori a rivedere le loro strategie per contenere le spese.
La nuova crisi internazionale è esplosa proprio quando la stagione apistica si è da poco aperta e di fronte gli apicoltori hanno mesi molto intensi ed impegnativi che richiederanno controlli regolari agli apiari, quindi viaggi e spostamenti quotidiani. Un comparto dell’agricoltura di qualità Made in Tuscany che sta facendo fronte agli effetti imprevedibili dei cambiamenti climatici e degli eventi estremi che, con sempre maggior frequenza, condizionando le rese produttive e favoriscono la proliferazione di alcuni temibili parassiti come la varroa dectructor. Un acaro che, se non adeguatamente contrastato, può portare al collasso, e alla morte delle famiglie, azzerando la produzione.
“L’aumento del costo del carburante e di altri materiali apistici derivanti dal petrolio, come la plastica, a cui si aggiunge la difficoltà a reperire i telaini sul mercato, rischia di penalizzare la partenza della stagione. Le famiglie di api hanno passato l’inverno senza troppi problemi, hanno scorte e sono in salute; la giusta dose di pioggia caduta in questi mesi ha alimentato le piante portandoci da ipotizzare belle fioriture. Partiamo quindi da presupposti incoraggianti. – spiega Simona Pappalardo, apicoltrice e responsabile del monitoraggio dell’osservatorio nazionale miele – L’apicoltura è il settore che più di tutti è condizionato e dipendente dall’andamento climatico. È sufficiente una giornata di pioggia incessante durante le fioriture, un abbassamento delle temperature in primavera o un periodo di eccessiva siccità per compromettere le fioriture e con loro la produzione di miele. Parliamo di un equilibrio molto fragile che negli ultimi anni è venuto spesso meno indebolendo le aziende costrette a far fronte a costi di gestione crescenti”.
Da dati dell'Osservatorio Nazionale del Miele, con 1.900 tonnellate la Toscana contribuisce al 5,9% della produzione nazionale. 8 mila gli apicoltori censiti che gestiscono poco meno di 18 mila apiari e 140 mila alveari di cui 2.500 svolgono attività di nomadismo. Nella passata stagione la resa media per alveare è stata di 12,2 chilogrammi. Le principali varietà raccolte (rapporto arnia/resa) sono state sulla (19,6 kg), melata (15,2 kg), castagno (12,2 kg), acacia (11,2 kg) e millefiori (9,7 kg).
Fonte: Coldiretti Toscana
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