
Le parole dell'associazione che, tramite una grande rete, recupera e distribuisce alimenti di prima necessità a migliaia di famiglie: "Molti prodotti che diventano scarto potrebbero essere un aiuto concreto"
La cosa più difficile da spiegare, a volte, è questa: il problema non è che il cibo manca. Il problema è che troppo cibo continua a non entrare in reti capaci di recuperarlo e redistribuirlo. Così può succedere che, in un Paese in cui lo spreco alimentare vale oltre 13 miliardi di euro, una piccola associazione come Re.So. debba comunque comprare alimenti per continuare ad aiutare migliaia di persone.
Sono i dati del Rapporto "Il Caso Italia 2026" dell’Osservatorio Waste Watcher International, diffusi a febbraio scorso. Se oltre 7 miliardi riguardano lo spreco domestico, significa che una parte enorme continua a interessare la produzione, la distribuzione commerciale e la GDO: prodotti perfettamente utilizzabili che, per ragioni logistiche, commerciali o organizzative, rischiano comunque di diventare rifiuti. Sono cifre talmente grandi da rischiare quasi di perdere significato.
Il 2025 di Re.So.: 80mila kg recuperati, 194mila di orto frutta
Poi però c’è la realtà concreta di un magazzino come il nostro. Nel 2025 Re.So. ha recuperato oltre 80.000 kg di prodotti alimentari ed extra-alimentari provenienti da supermercati, negozi e altre realtà della grande distribuzione del territorio, oltre a quasi 194.000 kg di ortofrutta. Attraverso una rete di 40 associazioni, questi prodotti hanno raggiunto 6.683 persone. Eppure, nonostante tutto questo lavoro, nel corso del 2025 abbiamo dovuto acquistare alimenti per quasi 12.000 euro. È qui che il paradosso diventa evidente.
Catagni: "Quando alcuni prodotti mancano dobbiamo acquistarli, mentre continuano a esistere enormi eccedenze"
Perché il recupero dipende da ciò che arriva. E ciò che arriva non è mai stabile, equilibrato o sufficiente in automatico a costruire pacchi alimentari completi. Ci sono settimane in cui abbondano alcuni prodotti e ne mancano completamente altri. Ci sono alimenti essenziali — latte, olio, tonno, zucchero, prodotti a lunga conservazione — che non sempre vengono donati in quantità adeguate. E ci sono persone che, invece, hanno bisogno di continuità. Dietro un pacco alimentare non c’è solo ciò che viene recuperato. C’è una responsabilità.
"A volte si pensa che basti recuperare quello che avanza — racconta la presidente Marinella Catagni — ma non è così semplice. Una rete come la nostra ha il dovere di garantire distribuzioni dignitose, equilibrate e continue. Quando alcuni prodotti mancano, dobbiamo acquistarli. E questo succede mentre nel Paese continuano a esistere enormi quantità di eccedenze che potrebbero ancora essere recuperate".
"Considerare il recupero come parte della filiera"
Ma c’è anche un altro punto, meno comodo da affrontare. Recuperare le eccedenze non significa semplicemente "avere del cibo da dare". Significa scegliere di inserire il recupero dentro l’organizzazione ordinaria di un’azienda o di un supermercato. Significa formare il personale, dedicare attenzione ai prodotti recuperabili, modificare abitudini operative, costruire procedure interne. In altre parole: considerare il recupero non come un fastidio o un’eccezione, ma come parte della filiera.
Ed è qui che spesso ci si ferma. Perché, nonostante le leggi esistano, nonostante i vantaggi fiscali siano chiari, nonostante le reti territoriali capaci di ritirare e redistribuire i prodotti esistano già, il recupero continua troppo spesso a dipendere dalla sensibilità del singolo direttore, del responsabile di reparto o dell’azienda che decide di assumersi questa responsabilità. Il risultato è che tonnellate di prodotti ancora utilizzabili continuano a non entrare in circuiti solidali strutturati.
Fin dall’inizio, il rapporto con Unicoop Firenze e con gli altri (pochissimi) supermercati e aziende del territorio ha permesso a Re.So. di costruire un sistema di recupero stabile e continuo, capace ogni settimana di sostenere centinaia di persone. Ma negli ultimi anni, mentre la povertà alimentare è cresciuta e i bisogni sono diventati più complessi e continui, il "semplice" recupero ha iniziato a non bastare più.
Ed è qui che il ruolo delle nuove aziende che donano può fare una differenza enorme.
Molti prodotti che oggi diventano uno scarto — eccedenze, confezioni imperfette, prodotti vicini al TMC, surplus di magazzino — potrebbero invece trasformarsi in un aiuto concreto per migliaia di persone. E spesso donare è molto più semplice di quanto si immagini.
Ogni volta che un’azienda decide di non buttare, succede qualcosa di molto concreto: si riduce uno spreco, ma soprattutto si rafforza una rete che prova ogni giorno a rispondere a bisogni reali del territorio.
E forse il punto è proprio questo: il cibo non manca. Quello che manca, ancora troppo spesso, è il collegamento tra ciò che viene scartato e chi ne ha bisogno.
Fonte: Re.So. Recupero Solidale
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