A Firenze la mostra fotografica "A Misura Duomo" di Massimo Pacifico

Alla Libreria Brunelleschi 27 scatti inediti sui visitatori del Museo dell'Opera del Duomo


Giovedì 30 luglio 2026, alle ore 17.30, negli spazi della Libreria Brunelleschi dell’Opera di Santa Maria del Fiore a Firenze si inaugurerà la mostra A MISURA DUOMO con le foto di Massimo Pacifico.

Visibile fino al 31 ottobre 2026, con ingresso gratuito, l’esposizione a cura di Vincenzo Circosta e Giuseppe Giari presenta una selezione di 27 immagini (formato 40 x 60) realizzate dal fotografo nel Museo dell’Opera del Duomo a Firenze. Ad eccezione di due, tutte le altre sono esposte per la prima volta al pubblico.

Massimo Pacifico, fotografo e giornalista, ha realizzato centinaia di reportage nel mondo e ha fondato e diretto riviste internazionali di stili di vita.

Le fotografie in mostra sono parte di un più ampio progetto fotografico, “Effetto Museo”, a cui Pacifico si dedica da dieci anni, e che pone l’attenzione sulle persone che visitano i musei e il loro rapporto con lo spazio e le opere d’arte. Pacifico ha immortalato i visitatori nei musei di ogni parte del mondo cogliendo le loro emozioni: meraviglia, commozione, noia, gioia, sorpresa, ammirazione.

"Sono immagini, spiega Giuseppe Giari, allo stesso tempo disincantate e antiretoriche, e ci schiudono uno spaccato di realtà, che solo un reporter attento e curioso poteva ritrarre".

Nelle foto di Pacifico, afferma Vincenzo Circosta: “L’essere umano diventa protagonista allo stesso modo delle opere esposte nei Musei, attraverso l’obiettivo, Massimo lo racconta in tutte le sue sfumature, dalla più intima alla più ironica”.

Antonio Natali, consigliere dell’Opera di Santa Maria del Fiore, mette in evidenza la similitudine dello sguardo di Pacifico con quello di Edward Hopper: "Il tempo dei visitatori del Museo del Duomo che attraggono Massimo è quello sospeso, quello dell'incanto. In questo, il suo occhio è simile a quello di Edward Hopper: entrambi sono spettatori (non già distaccati però, bensì affettivamente partecipi) di esistenze riservate, di gesti lenti e silenziosi, di presenze quiete e rarefatte. Vite sconosciute che si muovono all'interno d'ambienti rappresentati come se fossero sorvegliati da fuori".

Prosegue Natali: "Come gli attori del celebre dipinto di Hopper Nighthawks le due persone nella sala del museo (così lontana dal bar del dipinto, eppure affine nell'atmosfera ferma in cui la scena è figurata) sono uno accanto all'altra, e il rapporto che li lega, a dispetto di rare parole bisbigliate, ha le sembianze d'un incontro in cui ciascuno di loro è in quel momento ripiegato su pensieri che non sono spartiti con l'altro. Ognuno alla fine è solo; come soli sono quasi tutti i visitatori del museo di Massimo. Ma la solitudine non è da lui prospettata come una condizione connessa all'incomunicabilità. È piuttosto l'attitudine che di fronte a un'opera d'arte assume chi davvero voglia instaurare una relazione spirituale con la poesia altrui".

A MISURA DUOMO di Massimo Pacifico è la settima esposizione dedicata alla fotografia che l’Opera di Santa Maria del Fiore realizza, a partire dal 2023, nello spazio della Libreria Brunelleschi a Firenze. Le mostre realizzate fino ad oggi hanno avuto come tema le opere e i monumenti della Cattedrale di Firenze visti attraverso lo sguardo di artisti diversi.

INFO

A MISURA DUOMO, Massimo Pacifico

Libreria Brunelleschi, Antica Canonica di San Giovanni

Firenze, Piazza San Giovanni 7

31 luglio - 31 ottobre 2026

Orari di apertura: lunedì-sabato 08:00-19:00 | domenica 10:15-17:45.

Ingresso gratuito

MASSIMO PACIFICO (Sulmona, 1951) dopo la laurea in Scienze Politiche alla Cesare Alfieri di Firenze, diventa fotografo professionista nel 1977.

Dapprima lavora per il teatro sperimentale, per il cinema e per la pubblicità; inizia quindi una collaborazione con riviste illustrate (italiane, tedesche, americane e giapponesi, di attualità, di viaggi e di stili di vita) realizzando centinaia di reportage dai cinque continenti. Dal 1991 è giornalista professionista.

Sue mostre personali si tengono a Prato; Pisa; Algeri; Firenze (Museo Archeologico Nazionale 2019, Museo di Antropologia 2000, Museo Marino Marini 2021, Biblioteca Nazionale Centrale 1996 e 2026); Boston (Public Library) 1996; Lowell MA 1996, Milano (Libreria Sozzani) 1997; Modica 2010; Noci 2011; Forte dei Marmi 2014; Williamsburg VA (Muscarelle Art Museum) 2019; Napoli (Museo Archeologico Nazionale) 2019; New Delhi (Istituto Italiano di Cultura) 2020; Matera 2021; Davos CH (Hotel Belvedere) 2026.

Partecipa alla Biennale di Venezia del 1995 nella mostra della “Fratelli Alinari. Un secolo di ritratto fotografico in Italia” ed è nel primo, e nell'ultimo, gruppo di fotografi selezionati dalla Provincia di Milano per il progetto decennale di documentazione del territorio (1987/1997) "Archivio dello Spazio". Nel 2005 fonda, a Milano, la rivista Verve che dirige fino al 2010 e quindi, nel 2011, la rivista Bogart. Nel 2014 inizia la pubblicazione on line della visual web review Barnum. Vive a Bagno a Ripoli in provincia di Firenze.

APPROFONDIMENTI

Giuseppe Giari: "Il poeta si diverte" scriveva Palazzeschi e così ha fatto Massimo Pacifico, l’uomo con la macchina fotografica sempre al collo, nelle sue innumerevoli visite al Museo dell’Opera del Duomo. Si è divertito a scattare queste foto, ma lo ha fatto in maniera discreta, osservando, in disparte, quel dialogo continuo e mutevole dell’umanità con le opere d’arte.

Le foto di Massimo non vogliono cogliere solo lo sguardo stupito e ammirato del visitatore, vogliono documentare le interazioni, i legami, i collegamenti, che vengono a crearsi tra le persone e le opere. Queste immagini, così disincantate e antiretoriche, ci schiudono uno spaccato di realtà, che solo un reporter attento e curioso poteva ritrarre”.

Vincenzo Circosta: "L’emisfero fotografico di Massimo Pacifico spazia dai ritratti di artisti allo still-life per la pubblicità, dalla cronaca politica al teatro sperimentale, fino alla fotografia di viaggio. Tra le ricerche che più lo contraddistinguono vi è quella dedicata al mondo dei Musei."

In una mia passata intervista chiesi a Massimo quanto fosse d’ispirazione il rapporto con le fotografie di Thomas Struth e lui rispose: “...l’essere umano è il soggetto che prediligo, e il rapporto dell’uomo con il suo contenitore...”. L’essere umano, nei Musei, diventa protagonista allo stesso modo delle opere esposte e Massimo, attraverso l’obiettivo, lo racconta in tutte le sue sfumature, dalla più intima alla più ironica”.

Antonio Natali: "Il Museo del Duomo di Firenze - ch'è da reputare fra i più importanti al mondo per il numero e la qualità delle sculture medievali, umanistiche e del pieno Rinascimento - s'avvale di spazi, talora financo grandiosi, che danno agio ai visitatori di godersi una lettura riposata delle opere esibite. Per di più, le sue molte sale non sono soffocate dalle folle che scomposte si muovono in città per andare a ingolfarsi agli Uffizi o all'Accademia. Massimo Pacifico, che ama osservare il contegno di chi nei musei si ferma al cospetto di un'opera d'arte, non ne sarebbe d'altronde attratto, giacché il suo interesse va a quell'umanità che sa stare da sola; che, anzi, aspira a guardare il mondo standosene appartata, e ha in uggia l'invadente pressione di quelli che, avendo come unico interesse quello di poter dire d'esserci stati, s'intruppano e non vedono.

Il tempo dei visitatori del Museo del Duomo che attraggono Massimo è quello sospeso, quello dell'incanto. In questo, il suo occhio è simile a quello di Edward Hopper: entrambi sono spettatori (non già distaccati però, bensì affettivamente partecipi) d'esistenze riservate, di gesti lenti e silenziosi, di presenze quiete e rarefatte. Vite sconosciute che si muovono all'interno d'ambienti rappresentati come se fossero sorvegliati da fuori.

I due giovani - seduti su una panca marmorea della sala del Paradiso con l'aria di chi è prostrato da un soggiorno costipato d'impegni belli ma faticosi - intrecciano un muto dialogo sullo sfondo mirabile di statue ch'erano sulla facciata di Santa Maria del Fiore. Massimo li ritrae stando in piedi davanti a una porta bronzea del Battistero e si contiene come Hopper nel celeberrimo Nighthawks, quando, dal buio della strada, ferma l'immagine dell'interno d'una tavola calda col solito bancone dei locali americani, a cui siedono una figura di spalle e una coppia, in cui l'uomo, a guardarlo da vicino (borsalino in testa e sigaretta fra le dita) par gemello d'un Humphrey Bogart sortito direttamente da Casablanca (film girato nel 1942, che forse non a caso è lo stesso anno del quadro di Hopper).

Come gli attori di Nighthawks, i due giovani nella sala del museo (così lontana dal bar del dipinto, eppure affine nell'atmosfera ferma in cui la scena è figurata) sono uno accanto all'altra, e il rapporto che li lega, a dispetto di rare parole bisbigliate, ha le sembianze d'un incontro in cui ciascuno di loro è in quel momento ripiegato su pensieri che non sono spartiti con l'altro. Ognuno alla fine è solo; come soli sono quasi tutti i visitatori del museo di Massimo. Ma la solitudine non è da lui prospettata come una condizione connessa all'incomunicabilità. È piuttosto l'attitudine che di fronte a un'opera d'arte assume chi davvero voglia instaurare una relazione spirituale con la poesia altrui.

Tutti gli attori, ritratti da Massimo mentre s'aggirano nelle sale del Museo del Duomo o pensosi sostano a guardare le sculture che vi sono esposte, si isolano, ora presi da meditazioni personali, ora per annotare idee su quaderni d'appunti, ora per disegnare su taccuini di studio, ora per fermare nella memoria d'un telefono portatile un dettaglio degno d'essere serbato o la persona con la quale condividono le sensazioni di quel momento.

Le fotografie di Massimo, senza volersi imporre come moniti didattici, finiscono per additare la disposizione culturale che sarebbe più conveniente nell'approccio a un'opera d'arte. Più conveniente, ma anche intellettualmente più proficua; giacché qualsiasi opera d'arte è una poesia, di figura e non di parola, ma poesia pur sempre. E la relazione con una poesia è intima. Si potrà anche ascoltare quando sia degnamente recitata, ma goderne è cosa ch'esige l'isolamento. Non c'è poesia che si possa apprezzare e amare quando si legga in mezzo alla calca. Né più né meno di un'opera d'arte.

La regina dei feticci turistici - la Gioconda - si può forse vedere (intravedere, si dovrebbe dire) nella bolgia della sala che il Louvre le ha votato. Ma pochi, pochissimi potranno asserire d'averla guardata. Di sicuro la sua poesia è ammutolita. La voce lirica della Maddalena di Donatello l'avrà invece sentita chi, riflesso come un ectoplasma nel vetro di protezione, l'ha osservata sbalordito, entrando ignaro nel gioco di riverberi suggestivi che Massimo s'è inventato per sdoppiare l'emaciata Maria di Magdala; e, insieme a lei, il Crocefisso trecentesco con la sua ammiratrice. Solitaria, ovviamente".

Fonte: Ufficio Stampa Opera di Santa Maria del Fiore

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