
La Rete Toscana per la Tutela dei Beni Comuni interviene nel confronto politico che nelle ultime settimane si è sviluppato attorno a Plures e Alia e che negli ultimi giorni si è concentrato in particolare sul futuro del ciclo dei rifiuti e sulla possibile realizzazione di nuovi impianti. Nel comunicato, la Rete contesta inoltre le letture che attribuiscono le attuali difficoltà della Multiutility allo stop alla quotazione in Borsa, sostenendo che le criticità economiche, gestionali e tariffarie siano invece legate a scelte e investimenti effettuati negli anni precedenti.
La nota
"I problemi che oggi stanno emergendo in Plures e Alia sono il risultato di quello che è stato fatto, non di quello che è stato interrotto. Per questo lasciano davvero sconcertati gli interventi di questi giorni. Da Forza Italia Erica Mazzetti torna sostanzialmente a indicare nell’abbandono del progetto originario e nello stop alla quotazione in Borsa la causa dei problemi della Multiutility, dal PD Marta Logli riapre invece la strada agli impianti di incenerimento e Matteo Biffoni rilancia immediatamente, definendo un nuovo impianto "il tassello fondamentale per chiudere il ciclo dei rifiuti" e ricordando che questa è la posizione che sostiene "da sempre".
Ed è proprio questo il problema: non si può presentare oggi come soluzione ciò che Biffoni sostiene “da sempre” senza prima verificare se proprio quel modello, costruito negli anni passati, abbia contribuito a produrre i problemi economici, gestionali e tariffari che oggi cittadini e imprese stanno pagando.
Non è una questione di destra o di sinistra, da schieramenti diversi sta riemergendo la stessa impostazione che ha accompagnato la costruzione della Multiutility: grande aggregazione societaria orientata alla quotazione in Borsa e nuovi impianti di incenerimento come asset finanziario e unica risposta al problema dei rifiuti.
Prima di riproporre quella ricetta bisognerebbe almeno fare i conti con ciò che è accaduto, invece oggi chi rilancia quella strada evidentemente non vuole mettere in discussione un'operazione che ha sempre condiviso e sostenuto, anche da schieramenti politici diversi, e non sembra disposto a rinunciarvi neppure davanti alle conseguenze negative che oggi possiamo leggere nei conti e riscontrare nella gestione della società e del servizio.
E basta mettere in fila le date per capire perché.
Gli enormi costi che stanno generando i pesanti aumenti delle tariffe dei rifiuti che pagheremo oggi sono riferiti a spese sostenute negli anni precedenti e quando quelle spese venivano fatte e quegli investimenti realizzati si stava lavorando proprio alla costruzione della società destinata alla quotazione in Borsa.
Lo stesso vale per i numeri che leggiamo oggi nei bilanci.
Il bilancio approvato nel 2026 fotografa l’attività svolta nel 2025, non quello che è accaduto negli ultimi mesi. Quei numeri hanno quindi una data e quella data viene prima dello stop definitivo alla Borsa.
Prima sono state fatte le scelte, prima sono arrivati gli investimenti e i costi, prima è cresciuto l’indebitamento e solo dopo è stata fermata la quotazione.
Non si possono attribuire a una decisione presa dopo costi prodotti prima. Ed è quindi paradossale che proprio adesso Forza Italia faccia appello a Matteo Biffoni perché intervenga e che dal PD si rilancino soluzioni che erano alla base dell’operazione finanziaria della quotazione in borsa.
Biffoni non è un soggetto esterno chiamato oggi a risolvere problemi creati da altri. È stato, insieme a Dario Nardella, Brenda Barnini e Alessandro Tomasi, uno dei protagonisti politici della costruzione di questo modello di Multiutility ed è oggi l’unico tra quei sindaci ancora alla guida dello stesso Comune.
Chiedere a uno degli artefici politici di quel modello di risolverne le gravi conseguenze rilanciando proprio le scelte che sostiene “da sempre” è esattamente ciò che dovrebbe preoccupare. E infatti l’altra scelta che viene immediatamente rimessa sul tavolo è quella degli inceneritori. Qui il problema non è essere ideologicamente favorevoli o contrari a un impianto, ma partire dai dati: prima di decidere che serve un nuovo inceneritore bisogna sapere quanti rifiuti dovremo realmente trattare nei prossimi venti o trent’anni dopo averne ridotto la produzione e massimizzato riuso e riciclo, quale capacità impiantistica esiste già e quali siano costi, alternative e conseguenze ambientali e sanitarie.
Nelle dichiarazioni di questi giorni tutto questo non c’è, ma c’è già la soluzione: bisogna fare l’impianto. E praticamente scompare proprio la prima scelta prevista dalla gerarchia europea dei rifiuti: prima prevenzione, riutilizzo e riciclo e solo dopo eventuale recupero energetico. Non è ideologia: è l’ordine delle priorità stabilito dalla normativa europea per ridurre gli impatti ambientali, economici e recuperare materia.
E anche economicamente raccontare che un inceneritore “abbatterebbe i costi” citando soltanto il fattore dell’energia prodotta significa strumentalizzare mostrando una sola parte del conto.
L’impianto lo pagano gli utenti e gli investimenti riconosciuti a chi costruisce vengono pagati nella tariffa dai cittadini e in più ARERA ci farà pagare nel 2026-2029 una quota aggiuntiva del 6,1% sempre su quegli investimenti. Poi ci sono gestione, manutenzione e trattamento dei rifiuti sempre a nostro carico. L’energia produce quindi un ricavo, ma non rende gratuiti né l’impianto né lo smaltimento.
C’è poi un dato enorme quasi assente dal dibattito. Nel 2024 in Italia 988.822 tonnellate di soli imballaggi plastici sono state avviate a incenerimento con recupero energetico e quindi non riciclate, mentre come cittadini abbiamo pagato all’Unione europea 800 euro per ogni tonnellata di imballaggi plastici non riciclati per un totale di circa 750 milioni di euro l’anno. Quando bruciamo materiale che potrebbe essere riciclato perdiamo il possibile ricavo dal recupero di materia che contribuirebbe a ridurre la tariffa e paghiamo alla UE per non averlo riciclato; sono conti che ricadono entrambi sulla collettività. Già questo dovrebbe bastare a capire perché un inceneritore non possa essere economicamente conveniente per i cittadini, che alla fine ne pagano tutti i costi.
E il conto potrebbe crescere ancora: nel luglio 2026 la Commissione europea ha proposto l’ingresso progressivo degli inceneritori nell’EU ETS. La sua valutazione d’impatto stima un costo della CO₂ di circa 39-66 euro per tonnellata di rifiuti, con un possibile aumento del 39-66% del costo di conferimento all’impianto. Un nuovo inceneritore progettato oggi a Montale o a Prato avrebbe gran parte della propria vita economica dentro questo scenario. A seconda della tecnologia e del regime applicabile potrebbero inoltre esserci incentivi alla produzione energetica finanziati attraverso il sistema elettrico e quindi, in ultima analisi, ulteriori costi da pagare anche attraverso le nostre bollette elettriche.
Il vero confronto economico è quindi un altro: prima bisogna stabilire quanti rifiuti possiamo evitare di produrre e quanti possiamo effettivamente riciclare, e solo sul residuo che rimane ha senso valutare se e quanto incenerimento sia realmente necessario. Costruire invece nuovi impianti dimensionati sui rifiuti che produciamo oggi significa rischiare di far pagare ai cittadini per decenni investimenti, remunerazione del capitale, gestione e CO₂ per bruciare rifiuti che dovremmo progressivamente evitare di produrre o recuperare come materia evitando ai cittadini tutti questi costi.
È questo il conto che manca nelle dichiarazioni di questi giorni: si è già deciso che serve l’inceneritore senza aver prima stabilito quanti rifiuti avremo realmente bisogno di bruciare e quanto costerà davvero ai cittadini.
E allora il punto politico diventa molto semplice. Davanti a costi cresciuti, bollette aumentate, enorme indebitamento e perdita di controllo dei Comuni invece di fermarsi a capire cosa non abbia funzionato, si stanno riproponendo quotazione e inceneritori: esattamente le scelte che hanno caratterizzato il progetto sostenuto per anni e che ci hanno portato alla condizione attuale.
Pensare di risolvere un problema continuando a fare ciò che ha contribuito a generarlo è già difficile da comprendere, ma chiedere a chi quel modello ha contribuito a costruirlo di risolverne le conseguenze riproponendo le stesse ricette è ancora peggio, soprattutto perché le conseguenze di quelle scelte non le stanno pagando coloro che le hanno fatte e condivise, ma le stanno pagando cittadini e imprese nelle loro bollette e continueranno a pagarle per anni".
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