Tetto del 30% agli studenti stranieri in classe, le reazioni dalla Toscana

Le reazioni della politica toscana all'annuncio di Meloni sul decreto che dovrebbe rendere operativo il tetto del 30% previsto dalla circolare del 2010 di Mariastella Gelmini


La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha annunciato che nel prossimo Consiglio dei ministri arriverà un provvedimento che introdurrà per legge un tetto massimo del 30% di studenti stranieri per classe. Una soglia analoga era già stata introdotta nel 2010 da una circolare ministeriale dell'allora ministra dell'Istruzione Mariastella Gelmini, con possibilità di deroga. La novità sarebbe quella di trasformarla in norma legislativa. La misura riguarderebbe anche l'obbligo di imparare l'italiano per i genitori degli studenti con gravi difficoltà di integrazione, e il divieto di burqa e niqab a scuola. L'annuncio ha suscitato reazioni anche in Toscana: per la sinistra si tratterebbe di una strategia per recuperare consensi in vista delle elezioni: "è una sparata con cui provano a riprendersi qualche voto migrato verso Vannacci", ha detto Alessandra Nardini.

A criticare duramente la proposta sono i consiglieri regionali del Pd Simone Bezzini e Simona Querci, che la definiscono una "proposta scellerata". Secondo i due esponenti dem, "pensare di mettere un'etichetta a bambine e bambini sulla base della loro origine significa imboccare una strada profondamente sbagliata". Bezzini e Querci sostengono invece che, nei casi in cui la presenza di alunni con difficoltà linguistiche richieda un maggiore sostegno, la risposta debba essere un investimento in personale, servizi e attività per favorire l'apprendimento dell'italiano e l'integrazione. In previsione della legge di bilancio, secondo i consiglieri dem, è su questo che il Governo "dovrebbe concentrare risorse e attenzione", ricordando che in Toscana il sistema scolastico continuerà a "accogliere e offrire le stesse opportunità, indipendentemente dalla famiglia in cui è nato o dal Paese da cui proviene".

Sulla stessa linea anche l'assessora regionale all'Istruzione Alessandra Nardini, che in un post sui social ha definito la proposta di Meloni e Valditara una "sparata" con cui il Governo proverebbe a "riprendersi qualche voto migrato verso Vannacci". Secondo Nardini "della scuola non gli frega niente, come vediamo bene quotidianamente - dichiara l'assessora regionale -, e usano le bambine e i bambini per fare propaganda. Se a Meloni e Valditara interessasse davvero l'aspetto educativo e didattico, interverrebbero con investimenti sulla scuola, non con i tagli e le misure sbagliate a cui assistiamo". L'assessora richiama quindi la necessità di aumentare gli insegnanti di italiano L2, contrastare povertà educative, abbandono e dispersione scolastica e ridurre il numero di studenti per classe. Quanto al tetto del 30%, Nardini lo definisce di fatto "inapplicabile": "basterebbe conoscere la scuola per saperlo - ha detto Nardini -. Soprattutto nelle scuole dell'infanzia e primarie, per come sono composte le classi nei territori, vorrebbe dire svuotarle e spostare le bambine e i bambini in altri istituti, se non addirittura in altri comuni".

Infine sul tema del divieto di burqa e niqab nelle scuole, per Nardini si tratterebbe di un "problema agitato fuori proporzione rispetto alla sua diffusione reale": "i casi sono pochissimi e le scuole hanno già strumenti per garantire l'identificazione. Il rischio concreto, nelle famiglie più tradizionaliste, è che un divieto assoluto produca l'effetto che alcune ragazze vengano tenute lontane da scuola. Se vogliamo emancipazione e libertà, la risposta è farle studiare, accompagnarle, dare loro strumenti e autonomia, non creare nuove barriere all'accesso all'istruzione. Sempre che sia questa la preoccupazione di Meloni e Valditara".

"La scuola pubblica deve essere il luogo in cui differenze di origine, lingua e cultura diventano convivenza, conoscenza, arricchimento. Questo Governo invece soffia sul vento della paura e della discriminazione, perfino a scuola", conclude Nardini.

Critiche arrivano anche dal sindaco Matteo Biffoni, che ha scritto una lettera aperta alla premier chiedendole di confrontarsi con la realtà di una città come Prato, caratterizzata da una forte presenza di studenti di origine straniera. Secondo Biffoni, in diverse scuole dell'infanzia e primarie pratesi il tetto del 30% sarebbe "semplicemente inapplicabile": rispettarlo, sostiene il sindaco, significherebbe rischiare di "negare il diritto allo studio a bambini residenti nel nostro comune o costringere famiglie ed educatori a complessi trasferimenti verso plessi distanti chilometri dalle proprie abitazioni, minando il principio fondamentale della scuola di prossimità".

Nella lettera Biffoni richiama anche i problemi che, secondo il sindaco, dovrebbero essere affrontati attraverso maggiori risorse: "a Prato l'indicatore di dispersione e ritardo scolastico si attesta intorno all'11%, posizionando la città tra quelle con i valori più alti a livello nazionale, con una stima di oltre 500 giovani che lasciano la scuola ogni anno senza completare il percorso o conseguire un titolo superiore. A questo si aggiunge il fenomeno specifico di circa 300 minorenni residenti che non risultano mai stati iscritti ad alcun istituto scolastico (di cui quasi il 75% di nazionalità cinese) e una carenza di competenze di base per cui quasi 1 studente su 2 conclude il ciclo delle scuole medie senza raggiungere competenze alfabetiche adeguate negli standard nazionali".

Per il sindaco, dunque, la scuola "non ha bisogno di vincoli numerici ma di strumenti concreti e risorse che permettano di gestire l'integrazione con competenza e serenità". Tra le misure indicate ci sono insegnanti specializzati nell'insegnamento dell'italiano L2 per i ragazzi neo arrivati, mediatori linguistico-culturali, 'educatori di corridoio' e facilitatori nelle classi, con l'obiettivo di favorire anche un rapporto più costante con le famiglie.

Da qui l'invito rivolto direttamente alla premier: "Presidente venga a Prato. Non in campagna elettorale, ma come Presidente del Consiglio, vorrei mostrarle quanto la sua proposta sia inapplicabile e non utile al futuro di questo Paese".

Anche la sindaca di Firenze Sara Funaro è intervenuta sulla vicenda con un post sui social, definendo la proposta della premier "puro populismo in vista della campagna elettorale". Per Funaro, il vincolo agli studenti stranieri sarebbe un "tetto ideologico inutile e dannoso" che rischia di non tenere conto della realtà delle classi, dove ci sono anche bambine e bambini nati in Italia e cresciuti nel territorio, ma "che per la legge attuale rientrano ancora in quelle percentuali di studenti stranieri".

La sindaca invita quindi il Governo investire sulla scuola, a partire dai centri di alfabetizzazione e la mediazione culturale. "Ci tengo a ricordare che l'accoglienza e il diritto all'istruzione per tutti gli studenti sono principi sanciti dalla nostra Costituzione - ha scritto Funaro nel post -, quella stessa Costituzione che questa destra ha già provato a cambiare, fallendo. L'integrazione non si fa con i numeri o con le esclusioni, ma con i servizi, la presenza e la comunità. Meno slogan elettorali, più investimenti reali per la scuola".

Di segno opposto la posizione di Fratelli d'Italia. Francesco Torselli, parlamentare europeo di FdI, rispondendo al post di Funaro, ha difeso l'annuncio del Governo, definendolo un provvedimento di "puro buon senso" e contestando le critiche arrivate dal centrosinistra. Secondo Torselli, "se in una classe ci sono pochi alunni stranieri, questi imparano la nostra lingua, si assimilano al contesto e si integrano davvero", mentre in una classe "ad altissima concentrazione straniera" la didattica rischierebbe, a suo giudizio, di fermarsi.

Torselli ha accusato inoltre la sinistra di fare "propaganda d'accoglienza" e ha sostenuto che il tetto agli studenti stranieri serva a tutelare sia il livello di istruzione sia il percorso di integrazione degli alunni. "La vera integrazione passa dall'apprendimento dell'italiano e dal rispetto dei nostri valori, non dalle scorciatoie ideologiche dello Ius Scholae o dalle cittadinanze da propaganda elettorale".

Sul divieto di burqa nelle scuole, infine, l'esponente di FdI ha parlato di un "irrinunciabile principio di civiltà, trasparenza e sicurezza", sostenendo che nelle aule scolastiche si debba stare "a viso scoperto, nel rispetto delle leggi".

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