
Anche sul territorio il bilancio di vittime e danni fu drammatico. "Corremmo a vedere l'Arno, era al pari della strada", "montammo sul tetto per essere portati via in elicottero. Vedevo galleggiare di tutto"
"Quella notte, tra il 3 e il 4 novembre, ero al circolo quando intorno alla mezzanotte arrivarono i pescatori a chiedere aiuto. Corremmo a vedere, l’Arno era al pari della strada". "La mattina del 4 novembre, un’ora prima che mi suonasse la sveglia, sentii confusione in strada. L’Arno era in cima". "Ci vennero incontro con la barca, ci chiesero di andare sul tetto per essere portati via in elicottero. Vedevo galleggiare di tutto". "I giorni dopo andammo ad aiutare nei paesi più colpiti". "È un bruttissimo ricordo. Non me ne dimenticherò mai".
Sono passati sessant’anni dall’alluvione del 1966 e, anche nell’Empolese Valdelsa, i ricordi di chi ha vissuto quei giorni drammatici sono ancora ben impressi nella mente. Dopo giorni di pioggia ininterrotta Firenze fu travolta dall’Arno: acqua e fango invasero la città, case, luoghi di cultura, patrimonio storico e artistico. Una calamità che interessò non solo il capoluogo, ma colpì più zone della Toscana comprese le vicine, tra loro, Valdera, Cuoio ed Empolese. Mentre il centro di Empoli fu allagato, come mostrano le foto dell’epoca, gli affluenti travolsero paesi e frazioni, per giorni isolati, con strade e comunicazioni interrotte. Poi fu il momento di rialzarsi, con il supporto della grande ondata di solidarietà dei giovani arrivati da tutto il mondo, conosciuti come "angeli del fango", che si unirono ai soccorsi per aiutare Firenze ma anche le città limitrofe. E la grande solidarietà dei giovani tra paesi vicini, in cammino armati di pale e stivali di gomma verso le zone più colpite, per ripulire case, negozi e attività economiche devastate dalla furia dell’acqua.
Un disastro che lasciò dietro di sé enormi danni e, in provincia, 36 vittime. Mentre nel capoluogo furono 17 a perdere la vita, il tragico bilancio contò nell’Empolese Valdelsa quattro morti a Castelfiorentino, Guido Borghi, Giovanni e Vittorio Cortini, Rosa Orassi. Due le vittime a Montelupo Fiorentino, Orfea Casini e Giovanni Chiarugi, a cui il Comune ha dedicato il sottopasso ferroviario di Viale Umberto I, che fu completamente sommerso dall’acqua, intitolandolo alle Vittime dell’Alluvione. Empoli dovette dire addio a Palmiro Mancini di Brusciana, a cui nel 2019 è stato intitolato un giardino pubblico, mentre un altro empolese, Agostino Bini, morì alcuni giorni dopo.
Alluvione nell’Empolese Valdelsa nel libro "Piovve sul bagnato"
A raccogliere le voci della zona, dieci anni fa per il 50esimo anniversario, ci ha pensato il giornalista e attuale vicesindaco di Capraia e Limite Edoardo Antonini nel libro "Piovve sul bagnato, 4 novembre 1966 - Le testimonianze più significative sull’alluvione nell’Empolese Valdelsa" edito da Ibiskos Editrice Risolo. "I luoghi più colpiti dell’Empolese Valdelsa sono stati quelli vicini all’Arno, ma soprattutto vicini agli affluenti dell’Arno" spiega Antonini. "Perché, se si va a vedere fino in fondo, in due luoghi molto colpiti come Montelupo Fiorentino o la stessa Empoli, in gran parte il problema principale derivò a Montelupo dalla Pesa e a Empoli dall’Elsa. Gli affluenti si gonfiarono, si riempirono d’acqua e non trovavano poi il canale di sfogo in Arno, perché era ad un livello troppo alto. Ci furono vittime dovute proprio anche agli affluenti, oltre ovviamente all’Arno che provocò danni importanti anche alle abitazioni. Per esempio a Capraia e Limite non ci furono fortunatamente vittime ma danni ingenti, in particolare a Capraia dove crollò un pezzo di argine e rese inagibili abitazioni in via Mazzantini, vicino al ponte attuale tra Capraia e Montelupo. E poi tanti allagamenti, la stessa Bassa, anche a Castelfiorentino fu l’Elsa che provocò grossi problemi", così come a Ponte a Elsa, Brusciana, Marcignana. "Montespertoli essendo in altura non ebbe danni" al contrario delle frazioni "come all’Anselmo, con la Pesa e il Virginio".
Mennuti: "Salimmo sul tetto, ci portarono via in elicottero"
L’attuale vicesindaco di Empoli, Nedo Mennuti, all’epoca aveva 14 anni e abitava a Marcignana, che fu travolta dall'Elsa. "I miei avevano un negozio di prodotti da agricoltura e cemento, io ero ragazzino ma già lavoravo in negozio" racconta. "Si sentì dell’alluvione di Firenze. In molti vennero da noi a comprare cemento per murare la porta di casa, con il pensiero che potesse arrivare l’acqua". Poi la sera, "mentre eravamo a cena, mi accorsi che entrava acqua dalla porta. Chiamai babbo, la aprì e si trovò inondato da mezzo metro d’acqua. Arrivò a 3 metri e 30". La casa era al primo piano, ma il negozio a piano terra: "Tutta la roba fu da buttare. C’erano quintali di concime e 50 di granturco in balle, scoppiò tutto". Fu allarme per le case sul ponte della frazione, che furono evacuate: "Con la barca ci vennero incontro e ci chiesero di andare sul tetto, per essere poi portati via in elicottero". E, prosegue Mennuti, "dal tetto vedevi passare di tutto: ballini di zolfo che uscivano dal nostro magazzino e andavano via ma soprattutto animali morti, presse di paglia con le galline sopra che galleggiavano". Prima di essere allontanati "venivano a portare da mangiare con i gommoni, a sentire i bisogni delle persone". Enormi i danni nel paese: "I giorni dopo si passarono a ripulire tutto. La gente di Bassa ci aiutò tanto, da Empoli venivano a pulire. Ci fu un grande aiuto da parte di tutta la popolazione".
"Nessuno se l’aspettava. Saltarono tutte le comunicazioni"
"Ogni storia è importante a sé" continua Antonini, che in base alle memorie scritte nero su bianco, aggiunge: "Nessuno immaginava che potesse accadere un’alluvione di tale portata. Perché il problema dell’Arno, nelle serie storiche, spesso è che fa una grandissima alluvione circa ogni secolo, poi ne fa una medio grande ogni 25 circa. Pensiamo che è accaduto nel 1966, nel ’92 una piena importante, poi la grande piena nel 2019". Sessant'anni fa "erano passati cento anni dall’altra piena degli anni ’50 dell’Ottocento. La memoria era un po’ scemata. Come ho raccolto nelle varie testimonianze, si pensava che fosse una grande piena ma che poi l’acqua sarebbe riuscita a defluire. A Montelupo ricordavano la grande piena della Pesa nel 1949, che aveva provocato allagamenti, ma non con quella intensità. Quello che colpì nel 1966 fu la rapidità, la velocità con cui crebbe l’Arno in poche ore, dalla sera del 3 al 4 novembre, e la grande portata, la forza della corrente che si riversava su tutto quello che trovava". Ad aggravare le difficoltà anche "l’assenza pressoché totale di previsioni meteo e di comunicazioni, di un sistema coordinato di protezione civile. Gli interventi erano affidati solo ai vigili del fuoco o a volontari che si trovavano lì in quel momento. Anche i Comuni erano isolati rispetto alle prefetture e agli altri enti. Le linee telefoniche saltarono rapidamente. Dunque anche gli amministratori dell’epoca dovettero trovare sul momento soluzioni arrangiate. Le uniche comunicazioni furono grazie ai radioamatori o ai casellanti". La mancanza di informazioni "provocò anche tanti danni per l’impossibilità di cercare di prevedere o prevenire un po’ l’ondata. E poi non solo l’assenza di coordinamento dei soccorsi, ma anche di mitigazione del rischio idraulico, con le opere che poi sarebbero arrivate nei decenni successivi".
I ricordi. "Un evento che ha segnato la mia vita"
In occasione del sessantesimo anniversario, alcune delle voci del libro tornano a raccontarsi. "La mattina del 4 novembre dovevo andare a lavorare, avanti che mi suonasse la sveglia sentii confusione dal paese" racconta Alfredo Bedogni de La Torre di Montelupo Fiorentino, all’epoca 17enne che lavorava in vetreria. La sera prima, "a mezzanotte insieme a due amici andammo a vedere la Pesa, alla pescaia dei Capitani per andare alla Ginestra. Vedemmo che aveva già iniziato ad uscire nei campi. Per non rischiare si decise di tornare a casa e si andò a rivedere l’Arno. Alla Torre era abbastanza basso, era alla seconda scala e mezzo, ce ne sono tre. La Pesa destava preoccupazione ma l’Arno no. Andai a letto perché dovevo svegliarmi alle 5". L’indomani "dove ora c’è la Coop era uscita la Pesa, c’era un metro d’acqua. Tornai a vedere l’Arno, mi fece paura, salì di metri in poche ore. Non l’avevo mai visto crescere in modo così repentino". Alla Torre "l’acqua non ci arrivò. A Montelupo in qualche punto c'erano anche 3 metri d’acqua. Avevo dei parenti, rimasero sott’acqua, per giorni si andò ad aiutarli" così come i tanti che arrivarono da fuori, "anche dalla Germania, arrivarono militari. Ci fu grossa partecipazione".
"Nel ’66 stavo in via Fattori e l’acqua che arrivò ad alluvionare quella zona lì era quella dell’Elsa, aveva allagato tutta la zona di Santa Maria" ricorda Silvano Salvadori di Empoli, oggi presidente del Circolo Amatori Arti Figurative. "Avevo 18 anni, ero al primo anno di architettura. In garage avevo diverse sculture che avevo fatto in terracotta, si sciolsero tutte". Nei giorni dopo "s’era tutti a comprare stivali di plastica, per poter lavorare e ripulire. Ammassi di roba da buttare, marciti nei garage rimasti sott’acqua, cucine e mobili si accumularono nelle strade". A Empoli i giovani, racconta Salvadori, si rimboccarono le maniche: "Io andai a spazzare la scuola di Marcignana, per buttare via la mota".
Nei giorni dopo "salii a Pietramarina, dall’alto vedevi tutto un lago". Sergio Sostegni, di Limite, al tempo 20enne atleta nei Canottieri e ancora oggi consigliere, quella notte si precipitò verso l’Arno. "Alle cinque del pomeriggio era pieno, ma niente di che. La sera ero al circolo quando intorno alla mezzanotte arrivarono i pescatori, che a quel tempo c’erano ancora in Arno, chiedendo aiuto perché non ce la facevano a legare le barche. Prima per legarle c’erano delle campanelle di ferro a svariate altezze. In quel momento l’Arno era al pari della strada e la barca andava legata a una casa. Tutti stavano mettendo le cateratte alle porte. L’Arno a Limite non andò di fuori, ma fece danni specialmente nei giorni successivi, appena iniziò a ritirarsi. A Capraia crollò un palazzo, da Limite a Spicchio c’era una strada golenale che l’Arno portò via". Grossi danni anche alla strada che da Limite porta a Empoli, "per andarci dovevamo passare da Montelupo". In quelle ore "si vide galleggiare una draga. Al ponte d’Empoli, che prima era pari, l’Arno batteva sotto la spalletta. Si partì in bici per andare a vedere - continua Sostegni - la draga picchiò sul ponte, che nei giorni dopo si piegò e diventò impraticabile". Mancava "la luce, non c’erano i telefonini come oggi. Ognuno sapeva quello che succedeva nel suo paese. In quel periodo il Comune mi assunse per andare, insieme ad un geometra, a fare le verifiche alle domande dei danni, ne arrivarono una valanga". Con il gruppo di amici "si andò a Montelupo a dare una mano. C’era un ristorante, dove ora c’è l’ufficio postale, che rimase sott’acqua. E poi c’era da fare nel nostro paese, si andò dai contadini, c’erano da spostare le mucche, portare da mangiare. Noi rispetto alla Valdelsa e alle zone della Pesa s’è sentito meno, ma l’Arno faceva paura". E, come raccontano altri testimoni, "dalle cinque del pomeriggio a mezzanotte è impossibile che potesse riempirsi in quella maniera. Era quattro giorni che pioveva. Per me - aggiunge Sostegni - è un bruttissimo ricordo, mi ha segnato. Non me ne dimenticherò mai".
"Alcuni testimoni non ci sono più. La loro storia non andrà dispersa"
"È stata un’esperienza dal punto di vista storico molto importante ma soprattutto dal punto di vista umano incredibile. Mi ha arricchito molto" aggiunge Antonini, parlando del libro, affiancato tra le pagine per la Valdelsa e Castelfiorentino da Alessandro Spinelli, addetto stampa del Comune. "Tanti mi dissero, finalmente posso morire potendo raccontare quello che ho vissuto. A distanza di dieci anni me ne rendo conto, perché purtroppo tante e tanti che intervistai sono venuti a mancare, e aver impresso sulle pagine questa storia significa non averla dispersa nell’oblio del tempo, averla salvaguardata. Ancora ringrazio l’editore per l’opportunità".
Margherita Cecchin
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