Montemurlo ricorda i deportati del 1944: inaugurata una nuova installazione della memoria

Nel giardino Erasmo Meoni di Bagnolo l’opera dell’artista Ignazio Fresu dedicata ai nove montemurlesi deportati dopo gli scioperi del marzo 1944


In occasione dell’82esimo anniversario degli scioperi del marzo 1944, il Comune di Montemurlo ha inaugurato oggi, 7 marzo, una nuova installazione artistica al giardino "Erasmo Meoni" di via Micca a Bagnolo. Un presidio fisico di memoria, voluto con forza dal Comune di Montemurlo, che non vuole essere non solo un monumento, ma un "impegno attivo" per le generazioni presenti e future. Un luogo per ricordare i nove deportati montemurlesi, per luogo di nascita, di residenza o di arresto a seguito degli scioperi del 7 marzo 1944. Le colonne in cemento grezzo, donate al Comune di Montemurlo dall’artista Ignazio Fresu, che da oggi svettano poco lontano dal campetto da calcio, ricordano il valore della dignità della persona, l’umanità e l’impegno di gente comune - lavoratori, padri di famiglia - contro la barbarie nazifascista. Particolarmente toccante è stata la presenza alla cerimonia dei familiari di due dei deportati, Roberto Meoni e la famiglia di Silvio Chiti.

A loro è andato il ringraziamento più profondo delle autorità presenti per aver "custodito il fuoco della memoria tra le mura di casa" per decenni e che oggi è patrimonio collettivo di tutti.

Chi ha perso un familiare a seguito delle retate, messe in atto dai nazifascisti come ritorsione contro gli scioperi, non può dimenticare. Nonostante siano trascorsi 82 anni da quei giorni, il dolore rimane immutato. Roberto Meoni aveva sei anni quando, esattamente il 7 marzo 1944, vide per l’ultima volta il padre Erasmo, che quel giorno aveva fatto sciopero ed era rimasto a casa. L’8 marzo fu arrestato e morirà nel dicembre dello stesso anno nel campo di sterminio di Gusen. Alessandro Chiti non ha mai conosciuto il nonno Silvio Chiti, nato il 10 febbraio 1902 a Montemurlo e deceduto a Mauthausen il 14 febbraio 1945. Si commuove Alessandro quando ricorda il dolore sopportato dal padre che, al momento dell’arresto di Silvio, era un bambino di appena dieci anni. Silvio Chiti faceva il cardatore, probabilmente aveva fatto sciopero ma le informazioni sulla sua storia sono pochissime perché per il figlio quel dolore fu talmente forte e profondo che per tutta la vita volle celarlo nel silenzio. "Come si fa a dire a queste persone che il fascismo ha fatto cose buone. Queste ferite non si rimarginano e devono essere un monito per il nostro presente", sottolinea Iozzelli.

Alla cerimonia hanno preso parte il sindaco Simone Calamari, il presidente della Fondazione Museo della Deportazione e Resistenza di Prato Massimo Chiarugi e il direttore della didattica Enrico Iozzelli, l’onorevole Christian Di Sanzo, la presidente del Consiglio Comunale, Federica Palanghi che ha voluto con forza l’installazione, l’assessore alla Memoria Valentina Vespi e l’artista Ignazio Fresu.

Un passato che interroga il presente: "La memoria non è una semplice commemorazione del passato, ma uno strumento per leggere la nostra attualità" ha dichiarato Enrico Iozzelli del Museo della Deportazione che ha introdotto la cerimonia di inaugurazione - "La deportazione fu il frutto di scelte: da un lato chi scelse l'opposizione al nazi-fascismo, dall'altro chi appoggiò la barbarie. Ricordare oggi significa capire e riconoscere quando rischiamo di imboccare nuovamente i binari della discriminazione e dell'odio verso il diverso".

Iozzelli ragiona poi sull’emergere delle nuove autocrazie e sul presente fatto di guerre e violenze: "Oggi il rischio è quello della ricerca di un unico capo, che pretende di avere il potere assoluto e di andare sopra qualsiasi legge".

Il sindaco Simone Calamai nel suo intervento ha sottolineato la determinazione dell'amministrazione comunale nel segnare il territorio con simboli tangibili della memoria della deportazione: "Questo da oggi non è più solo un’area verde per il gioco e lo svago ma è un luogo di riflessione e memoria. Abbiamo scelto la data del 7 marzo perché rappresenta il momento in cui i pratesi e i montemurlesi alzarono la testa contro il nazifascismo, anteponendo la dignità umana e il valore del lavoro alla dittatura. Con quello sciopero, quei 133 pratesi arrestati e deportati, ci hanno insegnato a non essere indifferenti e a non voltarsi dall’altra parte di fronte alla violenza e alla sopraffazione".

Il sindaco ha poi collegato il sacrificio dei deportati all'attualità internazionale: "La nostra Costituzione all’articolo 11 ripudia la guerra. Oggi, di fronte a nuovi scenari di conflitto e logiche di potenza, gridare quel 'ripudio' è il modo migliore per onorare il sangue di chi è caduto. Fare memoria significa difendere la democrazia e i nostri valori costituzionali". Il sindaco Calamai ha fatto riferimento esplicito alla manifestazione sulla remigrazione in programma oggi a Prato: "Non si può infangare la memoria di Prato con una manifestazione che ha a che fare con l’intolleranza e la discriminazione in spregio ai valori costituzionali".

L’installazione si inserisce in un percorso che ha già visto l'intitolazione di luoghi simbolo, come il cippo per Marcello Martini e la rotonda dedicata ad Anna Pardini e ai Martiri di Sant'Anna di Stazzema. "Questo spazio vuol essere un presidio di libertà contro ogni forma di intolleranza.- spiega la presidente del Consiglio comunale, Federica Palanghi - La scelta di materiali "brutali" nel senso architettonico del termine - cemento a vista, superfici grezze, forme essenziali - non è casuale quando si tratta di commemorare eventi tragici. Questi materiali parlano un linguaggio di verità, di durezza, di permanenza che si oppone simbolicamente alla fragilità della vita umana e alla brutalità storica che si intende commemorare"

Vicino all’installazione si trova una targa dove sono elencati i nomi dei nove deportati montemurlesi. La lista è stata elaborata grazie al lavoro di ricerca storica e documentazione della Fondazione Museo e Centro di Documentazione della Deportazione e Resistenza di Prato, su iniziativa del Comune di Montemurlo.

Infine, l’artista Ignazio Fresu racconta una vicenda emblematica. Un suo post, dove racconta la sua installazione dedicata alla deportazione, è stato rifiutato per ben tre volte da Meta, proprietario di Facebook e Instagram: "Purtroppo non si può più parlare di nazifascismo». Questo il testo del post contestato da Meta: "È un'installazione permanente che riflette sul rapporto tra memoria e spazio pubblico. Le steli menhir che la compongono si presentano come presenze essenziali, forme verticali sobrie e silenziose, che evocano le più antiche architetture della memoria e invitano il visitatore a un attraversamento lento e consapevole dello spazio. Il titolo dell’opera “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, tratto dalla poesia di Cesare Pavese, introduce il tema della finitudine, non come immagine di chiusura, ma come occasione di consapevolezza. L'opera non si propone come monumento celebrativo o figurativo, ma come luogo di meditazione in cui il ricordo individuale e quello collettivo portano a emergere liberamente. Nel contesto di Montemurlo l'installazione entra in un dialogo con la memoria dello sciopero del 7 marzo 1944, della repressione nazifascista che colpì la comunità locale. Le steli non rappresentano singoli nomi, ma alludono a una dimensione collettiva di quell'evento storico, restituendo allo spazio pubblico un luogo di memoria condivisa e di riflessione civile"

Fonte: Ufficio stampa Comune di Montemurlo

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