
Di Giacomo: "Formazione scarsa e organici insufficienti, non sia sempre lui il capro espiatorio"
Dopo la sparatoria al pronto soccorso di Prato, con l'agente di Polizia Penitenziaria ora indagato per tentato omicidio, interviene il Sindacato Polizia Penitenziaria: secondo il segretario Aldo Di Giacomo le responsabilità vanno cercate nella scarsa formazione e nella carenza di organici, non solo nel gesto del singolo agente.
"Il caso dell’agente di Polizia Penitenziaria indagato per tentato omicidio per aver sparato al pronto soccorso di Prato, colpendo a una gamba un detenuto 22enne del Marocco mentre tentava di fuggire, necessita di una lucida analisi, senza farsi prendere dall’emotività, per evitare che il capo espiatorio sia sempre e soltanto il servitore dello Stato". Così il Sindacato Polizia Penitenziaria F.S.A.-C.N.P.P./S.PP. in una nota a firma del segretario Aldo Di Giacomo.
"Le immagini diffuse in tv sono chiare e non ammettono difese di ufficio ma, almeno per noi, sfuggendo al rito dei soliti "innocentisti" e "colpevolisti" di principio – aggiunge – è necessario andare oltre individuando le reali responsabilità che sono prioritariamente in capo al Ministero della Giustizia. Alla base ci sono due verità: la scarsa formazione con soli tre mesi di attività teorica a scuola che ogni agente penitenziario realizza prima dell’entrata a lavoro in carcere e l’assenza in questa circostanza di un superiore gerarchico in grado di impartire istruzioni e comando nell’operazione di cattura del detenuto. È quindi indispensabile che la vicenda si inquadri nella sua reale situazione che – aggiunge – denunciamo da tempo e che è fortemente aggravata in questa stagione estiva da ulteriore carenza di organico con l’effetto devastante di accentuare lo stato di tensione e di stress per quanti sono in servizio sino a 12 ore consecutive. Non è casuale – continua Di Giacomo – che negli ultimi tempi almeno un migliaio di agenti neoassunti dopo pochi mesi di servizio nei penitenziari abbiano rassegnato le dimissioni non reggendo ritmi di lavoro e situazioni specifiche. Per queste ragioni il comportamento dell’agente a Prato va giudicato con proporzionalità e pensando a sanzioni amministrative disciplinari con un corso adeguato di formazione".
Nel sostenere che "non sono tollerabili strumentalizzazioni politiche sia contro che per solidarietà al personale penitenziario perché il Corpo non ha alcun bisogno né di paladini e né di ulteriori detrattori" Di Giacomo lancia un nuovo SOS: si ridefiniscano strumenti e modalità di formazione e si proceda rapidamente all’incremento degli organici fortemente sottodimensionati specie rispetto al sovraffollamento delle carceri (sino al 160 per cento) accentuati dai casi di accompagnamento e sorveglianza dei detenuti in ospedale o in Tribunale che sottraggono ulteriore personale dagli istituti.
Fonte: Ufficio stampa Sindacato Polizia Penitenziaria
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