Da 30 anni accoglienza per i bambini Saharawi, l'Ass. Hurria di San Miniato si racconta

In 30 anni accolti oltre 300 bambini: nel 2026 tornerà in Italia un bambino per un intervento al cuore


Le condizioni in cui versa il popolo Saharawi, comunità stabilitasi nel deserto del Sahara a seguito della duplice occupazione del territorio di origine da parte di Marocco e Mauritania, sono a dir poco precarie e proibitive, ma troppo poco conosciute. Sono venuti a parlarne negli studi di Radio Lady il Presidente dell'Associazione di solidarietà con il popolo Hurria - Saharawi Andrea Mezzetti e la volontaria Alessia Corsi, i quali hanno inoltre testimoniato l'esperienza di accoglienza dei bambini Saharawi in Toscana, noti come 'piccoli ambasciatori di pace'.

Nei campi profughi si stima ci siano circa 170mila persone, che vivono in condizioni di vita precarie, una vicenda che va avanti da oltre 50 anni; nonostante ciò la storia di questo popolo è pressappoco sconosciuta, tanto che persino la loro bandiera è spesso confusa con quella molto simile della Palestina (da cui si differenzia per la mezzaluna e la stella).

Parliamo del Sahara Occidentale, territorio dell'Africa nord-occidentale affacciato sull'Oceano Atlantico di fronte alle Isole Canarie. Dopo la fine del dominio coloniale spagnolo nel 1975, un abbandono che per molti storici e analisti equivalse a una cessione illegittima, la regione venne invasa dal Marocco a nord e dalla Mauritania a sud. Una parte della popolazione autoctona è rimasta sotto occupazione, mentre decine di migliaia di persone sono fuggite verso il deserto algerino, dando vita ai campi profughi in cui ancora oggi nascono e vivono i bambini Saharawi.

Dopo anni di scontri, nel 1991 le Nazioni Unite promossero un Piano di Pace con l'impegno di svolgere, entro il 1992, un referendum d'autodeterminazione che permettesse al popolo Saharawi di scegliere liberamente tra l'indipendenza e l'integrazione con il Marocco. A distanza di oltre trent'anni, quel referendum non si è mai tenuto: le ragioni della 'realpolitik' hanno prevalso sulle garanzie e sul diritto internazionale solennemente sanciti dalle risoluzioni dell'ONU.

Dall'analisi politica alla risposta umanitaria, è questo il cuore dell'associazione, vivere in un territorio privo di riconoscimento internazionale significa essere condannati a condizioni di vita drammatiche, con gravissime carenze sul piano abitativo e sanitario. L’associazione, con sede a San Miniato, nasce nei primi anni ’90 per unire le sensibilità del volontariato e della cooperazione della Valdelsa attorno a una causa comune.

"Se da un lato è inaccettabile che questa crisi duri ormai da 51 anni, dall'altro fa grande merito alla nostra civiltà - commenta Mezzetti - che si continui a tenere fede a un patto di solidarietà che non deve mai venire meno".

"La nostra attività principale - continua Mezzetti - è l'accoglienza estiva: ogni anno offriamo a circa 10 bambini provenienti dai campi profughi del deserto Saharawi la possibilità di trascorrere due mesi in Italia. Un'opportunità fondamentale per sottrarli alle temperature proibitive dell'estate nel Sahara e garantire loro uno screening sanitario completo, che quest’anno ci ha permesso anche di proseguire con i cicli di vaccinazione preventiva". Accanto al supporto medico e nutrizionale, l'accoglienza offre una straordinaria esperienza di crescita culturale: "dal mare alla montagna, dai musei al gioco, mostriamo loro un mondo altrimenti inaccessibile", spiega Corsi. Ma soprattutto, offre la testimonianza di un’Europa e di un "Occidente accogliente" che spesso è guardato in quei luoghi in modo negativo. Un bagaglio di esperienze che permetterà a questi piccoli di diventare, domani, consapevoli artefici del proprio futuro.

Sono circa 300 i bambini accolti dall'Associazione in 30 anni spiega Corsi: "Negli anni, l’associazione guidata da Andrea ha accolto oltre trecento bambini, con l’auspicio che, a prescindere dall'evoluzione del quadro politico, tali iniziative di cooperazione possano proseguire".

Il contesto di provenienza resta di estrema fragilità: l'accesso all'istruzione primaria è spesso un traguardo difficile, quello agli studi universitari una rara eccezione, e il presidio ospedaliero più vicino dista circa cento chilometri dai campi. L'impegno profuso, da una squadra di circa venticinque volontari, dediti all'organizzazione e al coordinamento delle attività, ha permesso a questi piccoli di confrontarsi con realtà del tutto inedite rispetto al deserto del Sahara: "Dalle esperienze didattiche e ricreative, come l'osservazione delle stelle al telescopio o la pratica sportiva in palestra, fino al primo contatto con il mare, il cui accesso è loro precluso nei territori d'origine, la permanenza offre loro uno sguardo concreto su un orizzonte di possibilità diverso da quello a cui sembravano destinati" conclude la volontaria.

I bambini vivono in contesti in cui sembrerebbe normale abbandonarsi alla rabbia o allo sconforto,  eppure, ciò che caratterizza questi bambini, così come testimoniano tutti i volontari che si occupano dell'accoglienza, è sempre un'immensa gioia di vivere: "Un'energia contagiosa che va oltre qualsiasi barriera linguistica - sorride parlandone Corsi -. L'esperienza con i bambini saharawi lascia un'impronta profonda: il loro entusiasmo, l'affetto e la capacità di inventarsi di fronte alle avversità rappresentano una lezione di vita. Una spinta che ridimensiona le nostre preoccupazioni quotidiane e mostra la forza straordinaria di chi, crescendo in un contesto privo di risorse, sviluppa una resilienza unica".

Nel corso dei tre mesi di accoglienza si istaura tra volontari e bambini un legame breve, ma profondo. I bambini, che non si conoscono alla partenza, ricreano nuovi legami e nuove dinamiche relazionali, sia tra di loro che con gli sconosciuti che li accolgono. Nonostante esista anche una barriera linguistica, i bambini parlano spesso solo arabo, riesce ad esserci un proficuo dialogo umano: i bambini iniziano a fidarsi, a giocare e a comunicare con con i volontari attraverso azioni, gesti, sguardi o singole parole in lingue diverse. Un legame profondo che deve sempre contemplare un addio: "I bambini non ritornano, significa che dobbiamo imparare a gestire un addio. Un addio emotivo e difficile, ma positivo".

È grazie ai volontari e alla rete di associazioni ed Enti che supportano il progetto che i bambini possono fare questa importante esperienza. Sostenere i costi delle attività, delle visite, del viaggio e pernottamento, o anche solo trovare il personale che può accompagnare i bambini o i luoghi per permettere un'attività, richiede un grande sforzo. Per questo l'associazione invita chiunque voglia dare una mano, piccola o grande, a contattarli e sostenere il progetto.

Nel 2026 uno di questi bambini tornerà in Italia

Di regola l'esperienza d'accoglienza non si ripete per gli stessi bambini. Quest'anno, però, ci sarò un "arrivederci". Grazie all'impegno dell'associazione, infatti, un bambino affetto da una grave cardiopatia tornerà in Italia per un delicato intervento cardiochirurgico.

"Quest'anno si farà un'eccezione per uno di questi bambini - racconta emozionato Mezzini -. L'operazione sarà sostenuta gratuitamente dalla Fondazione Monasterio presso l'Ospedale Pediatrico Apuano di Massa. L'associazione si farà invece carico del viaggio dai campi profughi, dell'alloggio e dell'assistenza alla famiglia per due mesi, avviando a tal fine una campagna di solidarietà i cui dettagli saranno resi noti nei prossimi giorni"

Teresa Vitrano

Notizie correlate



Tutte le notizie di San Miniato

<< Indietro

torna a inizio pagina