Sincresis presenta Vít Pavlík e Cecilia Chiavistelli: due mostre tra paesaggio, memoria e pittura

Sincresis presenta Anima mundi di Vít Pavlík e Geografie dell’invisibile di Cecilia Chiavistelli, due mostre in concomitanza che, pur nascendo da percorsi artistici autonomi, trovano nella pittura un comune territorio di ricerca basandosi su paesaggio, memoria e esperienza individuale che si incontrano fino a rendere incerti i confini tra ciò che appartiene al mondo esterno e ciò che invece
prende forma dentro se stessi.

Una storia precede queste due mostre e riguarda proprio la possibilità dell'incontro. Cecilia Chiavistelli, nata a Poggibonsi, e Vít Pavlík, nato a Volary, nella regione della Šumava, provengono da due luoghi geograficamente lontani, ma nel corso degli anni i loro percorsi artistici si sono incrociati più volte. La loro relazione si è sviluppata anche attraverso il Volarismus, esperienza artistica testimoniata da un manifesto nata a Volary e fondata da Vit insieme ad altri artisti, tra cui Cecilia che ha agito come tramite permettendogli di conoscere Sincresis e di proporre un progetto nel’ambito del nostro programma di residenza.

Poggibonsi e Volary diventano così due coordinate reali, due luoghi di origine che permettono di leggere in una prospettiva più ampia il senso di questo doppio appuntamento. La distanza geografica tra Toscana e Boemia è attraversata da una rete di relazioni possibili, incontri, viaggi e scambi che nel tempo ha costruito una geografia diversa da quella delle mappe, costituita da
persone e da esperienze, per cui un luogo può condurre a un altro e un incontro può diventare il punto di partenza per un nuovo percorso. È in questo spazio intermedio, tra memoria e scoperta, che le nuove opere possono trovare la propria forma.

La pittura di Vít Pavlík nasce da un luogo preciso, la Šumava, la Foresta Boema nella quale l'artista è nato e cresciuto, ma il luogo di origine entra nel corpo e nella mente dell'artista e diventa
memoria, ritmo, energia; giunge in profondità, per cui gli elementi naturali, l’ acqua, la terra, la luce, liberandosi progressivamente dalla rappresentazione, si trasformano, attraverso i moti interiori, in colore, gesto e movimento. Ciò che esprimono le opere non è tanto l'immagine della natura quanto l’interiorizzazione di una esperienza che viene reimmaginata.

Le opere di Pavlík sembrano così muoversi continuamente tra il riconoscibile e l'astratto, tra la forma e la sua dissoluzione. Le pennellate, spesso energiche e dinamiche unitamente agli effetti di
textures ottenuti con pittura acrilica spray sul fondo della tela, tentano di restituire la sua incessante vibrazione e la natura appare come una forza vitale della quale l'essere umano non è spettatore
esterno, ma parte integrante.

È in questo senso che Anima mundi può essere letta come una chiave per entrare nella ricerca dell'artista. L'antica idea di un'anima del mondo, di un principio capace di attraversare e mettere in
relazione tutte le cose, trova nella pittura di Pavlík una forma sensibile. L’artista ricerca un contatto all’unisono con il cosmo, tenta di alimentare la sua ‘anima’ individuale tramite le energie dell’universo, che si esprimono nel colore, nel gesto, nella materia come aspetti pulsanti di un medesimo organismo in modificazione continua. La pittura diventa il luogo nel quale questa continuità può essere intuita, senza necessità di definizioni che comporterebbero un limite e una chiusura.

Nella ricerca di Cecilia Chiavistelli il segno costruisce territori che non possono essere ricondotti a una geografia convenzionale. Intrichi, sovrapposizioni, addensamenti e gorghi di materia generano superfici che evocano mappe, trame organiche, percorsi, stratificazioni. La pittura sembra procedere per accumulo e per sedimentazione, come se ogni gesto conservasse la memoria di quelli precedenti. Il territorio viene ricostruito attraverso una materia cromatica che ne restituisce la complessità e l’invisibile profondità. Le sue opere suggeriscono che ogni luogo possiede una
dimensione nascosta, fatta di tracce e di presenze che non possono essere fissate attraverso coordinate geografiche, ma che riemergono dall’interiorità attraverso il gesto pittorico.

Il titolo Geografie dell’invisibile nasce proprio da questa tensione, in quanto la geografia tradizionale individua, misura, delimita; quella evocata dalla pittura di Cecilia procede invece attraverso ciò che non può essere misurato: la memoria di un luogo, la percezione del tempo, l'esperienza di chi lo attraversa. La superficie diventa così una mappa senza legenda, nella quale lo sguardo è chiamato a inoltrarsi, seguendo i percorsi imprevedibili del segno e della materia.

La residenza di Pavlík presso Sincresis introduce a questo dialogo un ulteriore elemento: lo spostamento. L'artista arriva in Toscana portando con sé il proprio paesaggio originario e si
confronta con un territorio nuovo.

Anche la presenza di Cecilia accanto a Pavlík assume significanza, poiché nella sua storia personale e artistica da diversi anni viaggia dalla Toscana alla Repubblica Ceca e anche verso altri paesi
dell’est per motivi artistici, e il suo rapporto con Pavlík rappresenta concretamente uno dei fili attraverso i quali queste due geografie sono entrate in contatto. Se Poggibonsi e Volary sono i
luoghi dai quali i due artisti provengono, Sincresis diventa il luogo nel quale le loro traiettorie si incontrano nuovamente.

Le mostre diventano così anche il risultato di tutto ciò che non è immediatamente visibile nelle opere: i percorsi che le hanno precedute, le relazioni che le hanno rese possibili, i luoghi attraversati, le persone incontrate. Due ricerche differenti orientate verso un unico linguaggio, ma con la consapevolezza che l'arte possa costruire connessioni là dove la geografia sembrerebbe stabilire separazioni, mente cancella le distanze e alimenta prossimità e un legame di amicizia. La pittura di Cecilia Chiavistelli e quella di Vít Pavlík ci invitano a sostare in questa zona di confine, dove il segno diventa memoria, la materia diventa esperienza tra esperienza e memoria, tra visibile e invisibile, tra due artisti e le geografie che li hanno formati.

È forse questo il filo invisibile che unisce Anima mundi e Geografie dell’invisibile. I luoghi continuano a vivere nelle persone che li hanno abitati; le persone, a loro volta, diventano strumenti attraverso i quali i luoghi possono incontrarsi.

Le due mostre trovano il loro punto di maggiore vicinanza: nell'idea che ciò che vediamo non esaurisca mai ciò che un luogo, una persona o un'opera possono contenere.

Sincresis diventa così, per un tempo, un luogo di convergenza tra esperienza e memoria, tra visibile e invisibile, tra due artisti e le geografie che li hanno formati. Rimane una traccia, una forma di
appartenenza, forse, semplicemente, quel filo invisibile che continua a unire ciò che la distanza non è riuscita a separare.

Fonte: Ufficio stampa


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