
Gli operai lavoravano senza contratto e dormivano in spazi di fortuna ricavati nei locali della stireria. L'attività sarebbe stata gestita attraverso un prestanome. Indagato anche il consulente per la sicurezza italiano per falsi attestati di formazione
Lavoravano 13 ore al giorno, sette giorni su sette, senza regolare contratto e con appena dieci minuti per mangiare. Alcuni lavoratori dormivano in giacigli costruiti con cartoni e legno all'interno dell'azienda. È quanto emerso da un'indagine della procura di Prato su una stireria riconducibile alla confezione Orchidea, che ha portato a misure cautelari nei confronti di cinque cittadini cinesi. Dagli accertamenti sono inoltre emerse irregolarità in materia di sicurezza sul lavoro e la presunta falsificazione degli attestati di partecipazione ai corsi di formazione dei dipendenti.
Secondo quanto ricostruito dalla guardia di finanza, i lavoratori coinvolti sarebbero sette cittadini cinesi e un pakistano, tra cui una persona irregolare sul suolo nazionale. Tra gli operai sarebbe stata individuata anche una cittadina cinese formalmente titolare di un'altra stireria, ma di fatto impiegata in nero nell'azienda Orchidea.
Dalle indagini, condotte attraverso l'analisi della documentazione aziendale anche extracontabile, è stato possibile individuare i gestori effettivi della confezione Orchidea, e per loro e l'interdizione per 12 mesi dall'esercizio di imprese e da incarichi direttivi. Secondo gli investigatori, dietro la stireria ci sarebbe un gruppo familiare che, negli ultimi cinque anni, attraverso un turn over fittizio, avrebbe fatto succedere tre diverse imprese individuali nella stessa sede. Gli indagati sarebbero stati gli unici ad avere un regolare contratto di lavoro.
Il giudice per le indagini preliminari ha disposto il divieto di dimora nella provincia di Prato e l'interdizione per 12 mesi dall'esercizio di imprese e da incarichi direttivi per due imprenditori cinesi, un uomo di 41 anni e una donna di 39, entrambi originari dello Zhejiang. La sola interdizione, per la stessa durata, è stata disposta anche per altri tre connazionali: un uomo di 38 anni, formalmente amministratore e rappresentante legale dell'impresa, e due collaboratori familiari, un uomo di 69 anni e una donna di 64.
Nel corso delle ispezioni sarebbero state riscontrate anche gravi carenze in materia di sicurezza. All’interno dei locali, nascosti dietro pile di scatoloni, gli investigatori avrebbero trovato strutture di fortuna realizzate con cartone e legno e adibite a camere da letto, prive dei requisiti minimi di abitabilità. Gli impianti elettrici, con prese multiple sovraccariche, avrebbero comportato un rischio di incendio. Le attrezzature di lavoro sarebbero inoltre risultate prive di adeguata manutenzione e delle protezioni necessarie a evitare contatti accidentali tra macchinari e operatori. Sarebbe mancata anche la formazione obbligatoria dei lavoratori.
Perquisito anche il consulente per la sicurezza italiano, indagato per aver presumibilmente preparato falsi attestati per far risultare che i lavoratori avevano frequentato i corsi di formazione richiesti dall'Asl e permettere così ai datori di lavoro di chiudere una contestazione.
Secondo la procura, l'azienda sarebbe stata coinvolta anche in un sistema di tipo 'apri e chiudi', volto a evitare il pagamento di imposte e contributi. Durante le indagini sono stati sequestrati circa 20mila euro, corrispondente al profitto del reato individuato.
L'inchiesta è partita anche grazie alla collaborazione di un lavoratore pakistano, che ha denunciato le condizioni di lavoro a cui sarebbe stato sottoposto insieme a tre colleghi. La procura di Prato ha infine riferito che, da febbraio 2025, sono state registrate 225 collaborazioni di lavoratori stranieri e che per 103 di loro è stato richiesto il rilascio del permesso di soggiorno.
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