Bagnoli (Pd): "Di fronte a un disagio sociale crescente, la risposta non può essere soltanto la repressione"

Il segretario del Pd di Empoli, Gianni Bagnoli, interviene dopo le violenze durante le manifestazioni del 18 ottobre e critica la scelta del governo Meloni di puntare su un nuovo decreto sicurezza, chiedendo interventi concreti su salari, sanità, scuola e diritto alla casa


"Le violenze vanno condannate con fermezza. Il governo Meloni ha perso il contatto con il Paese e, invece di ascoltare il significato profondo delle legittime proteste, decide di emanare l'ennesimo decreto sicurezza". Così scrive in un post il segretario del Pd di Empoli, Gianni Bagnoli, commentando le scelte del governo Meloni dopo gli episodi di violenza verificatisi durante le manifestazioni dello scorso 18 ottobre in diverse città italiane.

Bagnoli prende le distanze dagli scontri, definiti "inaccettabili", ma invita a non fermarsi alla loro condanna e a guardare alle ragioni sociali ed economiche che hanno portato migliaia di persone in piazza: "di fronte a un disagio sociale crescente - sottolinea Bagnoli - la risposta non può essere soltanto la repressione, né possono bastare nuovi decreti".

Il segretario dem conclude richiamando la responsabilità del centrosinistra nel "trasformare il disagio sociale in una concreta speranza di cambiamento, costruendo un programma credibile e capace di dare risposte ai problemi reali delle persone, partendo dai territori: salari più alti, una sanità pubblica più forte, maggiori investimenti nella scuola e politiche abitative che garantiscano a tutti il diritto a una casa".

"Se la destra continua a guardare il dito, concentrandosi sulla repressione, noi, partendo dai territori, dobbiamo avere il coraggio di osservare la luna: le disuguaglianze, le difficoltà quotidiane, le speranze tradite e le opportunità che mancano. È lì che si gioca la credibilità della politica. Ed è lì che il centrosinistra deve dimostrare di saper dare le risposte che il Paese aspetta", conclude Bagnoli.

Il testo integrale

"Penso che nella complessità del dibattito sulle proteste di questi giorni possiamo fondamentalmente scegliere due posizioni: o guardare il dito, fermandoci alla giusta condanna delle violenze che si sono verificate il 18 ottobre in diverse città italiane, oppure, a mio avviso più saggiamente, guardare la luna, cercando di cogliere il significato sociale e politico che ha portato e sta portando decine di migliaia di persone anche molto diverse tra loro a scendere in piazza in tutta Italia, per la stragrande maggioranza pacificamente.

Le violenze vanno condannate con fermezza. Sono inaccettabili e oltretutto finiscono per inquinare e le ragioni legittime di chi è sceso in piazza a far sentire la sua voce.

Bisogna però essere chiari nel dire che questo passaggio non esaurisce l’analisi di quello che è successo e sta succedendo in questi giorni ed è qui che si misura la capacità della politica di comprendere ciò che sta accadendo nel Paese.

Il governo Meloni ha perso il contatto con il paese reale da diverso tempo e procede con il paraocchi. Invece di ascoltare il significato profondo delle legittime proteste, decide di emanare l’ennesimo decreto sicurezza (per l’esattezza il nono) scegliendo di mostrare muscoli evidentemente sempre più deboli.

E qui emerge tutta la loro retorica: è evidente che di fronte a un disagio sociale crescente, la risposta non può essere soltanto la repressione, né possono bastare nuovi decreti. Questo approccio è fallimentare in partenza dato che affronta le conseguenze senza intervenire sulle cause. E siccome la sicurezza è fondamentale, è indispensabile costruirla garantendo protezione sociale e condizioni di vita dignitose, non sbandierarla a suon di proclami repressivi.

Se proviamo ad andare oltre la superficie del dibattito che si è innescato, ci accorgiamo che le proteste di studenti, agricoltori e autotrasportatori, nate da rivendicazioni specifiche, hanno portato al centro dell'attenzione questioni che riguardano tutti.
Il caro vita, il costo dei carburanti, gli affitti sempre più insostenibili, le difficoltà di chi lavora e di chi studia stanno mettendo sotto pressione una parte crescente del Paese. La classe media si assottiglia sempre di più e si indebolisce quella sicurezza economica che per decenni ha rappresentato un punto fermo per tante famiglie. Avere una casa, un'automobile, fare la spesa senza dover rinunciare a qualcosa, affrontare una spesa imprevista o addirittura curarsi senza che tutto questo diventi un problema economico sono diritti che sembravano acquisiti, ma che oggi diventano sempre più difficili per un numero crescente di persone. E per le nuove generazioni, rischiano addirittura di trasformarsi in privilegi.

Ed è sempre più evidente come queste dinamiche nazionali si riflettano inevitabilmente anche sui territori. Empoli è città con una qualità della vita invidiabile e con un sistema di protezione sociale rodato ma non è immune a questi processi: gli affitti sempre più cari, a fronte di salari che non crescono allo stesso ritmo, pesano sui bilanci familiari e fanno sì che, accanto alle situazioni di più grave emergenza abitativa, aumenti il numero di persone che, pur lavorando, faticano a sostenere il costo della propria casa. Il taglio del fondo nazionale per il sostegno all'affitto lascia i Comuni con meno risorse proprio mentre aumentano i bisogni delle famiglie. Lo stesso vale per scuola e sanità pubblica, con un i governi locali costretti a fare i conti con risorse statali insufficienti.

Ed è chiaro che a pagare il prezzo maggiore sono soprattutto le persone più fragili e le nuove generazioni. È da queste mancate risposte che nasce il disagio di tanti giovani che, anche a Empoli, scelgono di manifestare e farsi sentire in forma pacifica.

E quindi di fronte a questo non possiamo rassegnarci a un modello di sviluppo nel quale i benefici della crescita si concentrano nelle mani di pochi, mentre le difficoltà e le incertezze ricadono su tanti. Se il progresso non migliora la vita delle persone e non amplia le opportunità, allora non è vero progresso. E noi che ci definiamo progressisti abbiamo il dovere di mettere in discussione questo paradigma e di cambiarlo democraticamente, costruendo un'idea di futuro nella quale la crescita economica sia accompagnata da maggiore giustizia sociale, diritti e dignità.

Il governo Meloni ha completamente ignorato questi temi e mentre i problemi si moltiplicano, aumenta il rischio che la sfiducia nelle istituzioni e nella politica si trasformi in rassegnazione.

Ed è proprio qui che il centrosinistra deve inserirsi per fermare questo pericoloso ristagno della democrazia.
Abbiamo questa grande responsabilità: trasformare il disagio sociale in una concreta speranza di cambiamento, costruendo un programma credibile e capace di dare risposte ai problemi reali delle persone, partendo dai territori: salari più alti, una sanità pubblica più forte, maggiori investimenti nella scuola e politiche abitative che garantiscano a tutti il diritto a una casa.

Se la destra continua a guardare il dito, concentrandosi sulla repressione, noi, partendo dai territori, dobbiamo avere il coraggio di osservare la luna: le disuguaglianze, le difficoltà quotidiane, le speranze tradite e le opportunità che mancano. È lì che si gioca la credibilità della politica. Ed è lì che il centrosinistra deve dimostrare di saper dare le risposte che il Paese aspetta".

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