Empolese Valdelsa, approvata la mozione del PCI sul diritto di scelta: la destra vota contro

Susanna Rovai

La proposta riguarda l’obiezione di coscienza e la possibilità di dichiararsi contrari all’uso delle armi. La capogruppo Rovai: "Informare i giovani è dovere democratico"


È stata approvata dall’Assemblea dell’Unione dei Comuni del Circondario Empolese Valdelsa la mozione “Diritto di scelta”, presentata dal gruppo del Partito comunista italiano (PCI). La destra ha votato contro. Il documento affronta il tema dell’obiezione di coscienza, della sospensione del servizio militare obbligatorio e del diritto dei giovani a scegliere se partecipare ad attività che prevedano l’uso delle armi.

A presentare la mozione e a illustrare la dichiarazione di voto è stata Susanna Rovai, capogruppo del PCI, che ha richiamato anche l’iniziativa del Partito democratico sullo stesso tema, sottolineando la diversa tempistica di presentazione delle due proposte.

«Provo davvero grande piacere vedendo che il Partito Democratico si è accodato alla mozione proposta dal mio Partito. Sottolineo che ci sia venuto dietro perché la nostra mozione è stata protocollata il 23 luglio mentre quella firmata dal collega Giorgio Benassi il 23 ottobre, una settimana fa», ha dichiarato Rovai. «Detto questo, più siamo a promuovere la cultura della pace meglio è».

Il servizio di leva non è stato abolito

Nel suo intervento, la capogruppo del PCI ha ricostruito le tappe legislative dell’obiezione di coscienza in Italia, a partire dalla prima legge del 1972.

«Parliamo di un argomento ignorato da molti e cioè che il servizio di leva non è stato abolito, ma solo sospeso», ha affermato Rovai.

La capogruppo ha ricordato le mobilitazioni che portarono al riconoscimento dell’obiezione di coscienza e la nascita della Lega obiettori di coscienza (LOC), fondata da un gruppo di radicali guidati da Roberto Cicciomessere. La legge del 1972 prevedeva condizioni restrittive: chi chiedeva di non svolgere il servizio militare doveva motivare la propria scelta sulla base di ragioni etiche o religiose e superare un colloquio con una commissione. Il servizio civile alternativo aveva una durata di 20 mesi.

La normativa venne modificata nel 1998, quando il servizio civile fu equiparato ai 12 mesi del servizio militare e venne abolito il colloquio con la commissione.

Rovai ha quindi richiamato la legge 226 del 2004, che ha disposto la sospensione delle chiamate per il servizio militare obbligatorio a partire dal 2005.

«In sostanza, avendo sospeso il servizio di leva obbligatorio, è stata depotenziata e di fatto abolita l’obiezione di coscienza», ha sostenuto la capogruppo, ricordando che i Comuni continuano a predisporre le liste di leva per i giovani che compiono 17 anni.

L’esempio del Comune di Capaci

Tra gli esempi citati durante la presentazione della mozione c’è quello del Comune di Capaci, in Sicilia, che con la delibera di giunta numero 80 del 6 maggio 2026 ha introdotto un’iniziativa di obiezione di coscienza preventiva.

La misura invita i diciassettenni, insieme ai genitori trattandosi di minorenni, a presentare un’istanza al Comune per dichiararsi contrari all’uso delle armi per motivi etici e personali e manifestare la volontà di servire il Paese in modo disarmato e non violento.

L’amministrazione si è impegnata ad allegare le dichiarazioni agli elenchi annualmente trasmessi al Ministero della Difesa.

Rovai ha precisato che l’iniziativa ha un valore di sensibilizzazione e non determina effetti giuridici automatici. «Questa dichiarazione sensibilizza i giovani e non ha un valore giuridico ma fortemente morale», ha spiegato.

La dichiarazione, secondo quanto illustrato dalla capogruppo, non impedisce in seguito di arruolarsi in un corpo militare o di svolgere professioni che contemplino la possibilità di utilizzare armi. Non equivale, inoltre, al riconoscimento dello status di obiettore di coscienza.

Il caso della sfilata del 2 giugno e il porto di Ravenna

Nel suo intervento, Rovai ha citato anche l’episodio di un gruppo di giovani impegnati nel Servizio civile universale che, in occasione della sfilata del 2 giugno a Roma, si sarebbero rifiutati di marciare al passo militare, sostenendo di non appartenere a un corpo militare. Secondo quanto riferito dalla capogruppo, il Ministero della Difesa avrebbe intimato loro di adeguarsi, pena l’esclusione dalla manifestazione.

Un altro passaggio ha riguardato il porto commerciale di Ravenna e una controversia sull’accesso ai dati relativi ai movimenti delle merci. Rovai ha ricordato l’iniziativa della giornalista Linda Maggiori, che ha presentato un’istanza di accesso generalizzato all’Agenzia delle Dogane per conoscere i dati registrati nell’ultimo anno, dopo sospetti su possibili trasferimenti di armi destinati al fronte ucraino e ad altri contesti.

Dopo il rifiuto dell’amministrazione, la giornalista ha presentato ricorso al Tar dell’Emilia-Romagna, che ha accolto parzialmente la richiesta. La vicenda, ha riferito Rovai, è stata successivamente portata davanti al Consiglio di Stato.

La capogruppo ha richiamato in particolare le argomentazioni contenute nell’appello dell’Avvocatura generale dello Stato, secondo cui la richiesta di informazioni sarebbe da respingere perché «l’interesse pubblico non sempre coincide con l’interesse del pubblico». Nel documento, sempre secondo quanto riferito nell’intervento, si affermerebbe inoltre che «l’Italia sarebbe parte di una guerra mondiale a pezzi ed ibrida ed il porto di Ravenna avrebbe una rilevanza militare all’interno del dispositivo marittimo complessivo della Nazione».

Da qui la preoccupazione espressa dalla capogruppo: «In parole povere, senza avere coinvolto minimamente il Parlamento, come prevede espressamente la Costituzione, scopriamo che “l’Italia sarebbe parte di una guerra mondiale a pezzi ed ibrida e che il porto di Ravenna (che è un porto commerciale) avrebbe una rilevanza militare”».

«Credo che vi siano elementi sufficienti per nutrire una fortissima preoccupazione», ha aggiunto.

Il dibattito sulla diserzione e sull’obiezione di coscienza

Rovai ha citato anche le recenti dichiarazioni pubbliche di Virginia Libero, segretaria dei Giovani democratici, che avrebbe invitato i giovani alla diserzione nel caso in cui l’Italia entrasse in scenari di guerra.

La capogruppo del PCI ha giudicato positivamente il senso dell’intervento, contestando però la scelta del termine “diserzione”, che a suo avviso assume nel linguaggio comune una connotazione negativa.

«Non è stato un brutto intervento, solo che al posto del termine “diserzione”, che nel linguaggio comune e corrente assume un’eccezione negativa e spregiativa (come se ci si volesse sottrarre ad un obbligo precedentemente assunto), avrebbe dovuto usare il termine “obiezione”, che ha un significato eticamente forte e che lascia intendere un rifiuto preventivo verso una pratica ed un esercizio come quello della guerra», ha affermato.

Rovai ha concluso la presentazione della mozione richiamando il valore dell’informazione e della consapevolezza individuale: «Informare i giovani sulla possibilità di scegliere sulla propria vita sia un dovere democratico di tutti noi».

La dichiarazione di voto e le critiche al Pd

Nella dichiarazione di voto, Rovai ha confermato il sostegno alla mozione presentata dal Partito democratico, riconoscendo la convergenza sui contenuti, ma ha criticato la mancata consultazione preventiva tra i gruppi.

«Trovo non sia possibile per me essere contraria a quanto scritto nella mozione del Pd. Praticamente, anche se in maniera più estesa, dice le stesse identiche cose che hanno mosso il mio Partito a presentare la nostra mozione», ha dichiarato.

La capogruppo ha però contestato la scelta di presentare una seconda proposta a distanza di tre mesi dalla protocollazione di quella del PCI: «Quello però che mi sento di dire è che, cari colleghi del Pd, in tre mesi di tempo ci sarebbe stata la possibilità di consultarsi prima di presentare la vostra mozione una settimana fa».

Rovai ha definito la decisione «una mossa politica molto spiacevole», ricordando che il collega Giorgio Benassi avrebbe più volte auspicato, fin dall’inizio del mandato, un’azione condivisa da parte dell’Unione dei Comuni.

Infine, la capogruppo ha rivolto al Partito democratico una critica sulla coerenza tra le posizioni espresse e le scelte politiche in materia di difesa e politica internazionale.

«O si sposa appieno l’articolo 11 della nostra Costituzione o siamo per il “Rearm Europe”, per l’invio di armi all’Ucraina e favorevoli all’invio di missioni militari italiane all’estero!», ha concluso Rovai.

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