Regione lancia una rete e un progetto per preservare la fertilità delle giovani pazienti

L’assessora Monni: “Bambine che per una patologia rischiano di non poter domani diventare madri ora potranno scegliere di esserlo”. Grazie ad un prelievo di tessuto sano e la crioconservazione


Il sistema sanitario pubblico toscano prenderà in carico le bambine ed adolescenti che - per vari motivi: una malattia, un intervento chirurgico o una terapia salvavita – potrebbero avere problemi di fertilità, restituendo loro un domani la scelta e possibilità di diventare madri senza ricorrere a tecniche di procreazione medicalmente assistita. Pratiche di crioconservazione del tessuto ovarico sano, prima ancora che le giovani donne producano ovuli, e successivo reimpianto a distanza anche di anni già esistono. L’innovazione e il passo in avanti  - primo progetto del genere in Italia, in strutture pubbliche - è l’aver codificato una procedura valida per qualsiasi presidio sanitario della Toscana decidendo di dar vita ad una rete, che spieghi l’opportunità a tutte le pazienti e alle loro famiglie, ovunque abitino e per tempo. Il prelievo infatti funziona se fatto prima di intervenire chirurgicamente o di avviare le terapie.  La rete servirà a far circolare le informazioni e formare professioniste e professionisti, ma anche per una migliore presa in carico.

Il progetto è stato illustrato stamani nel corso di un incontro per addetti ai lavori al Meyer Health Campus di Firenze e di fatto da oggi è operativo. Naturalmente nel tempo dovrà crescere ulteriormente. Sono coinvolti i ginecologi delle Asl e degli ospedali toscani, è punto di riferimento il Meyer che è l’eccellenza (non solo toscana) per quanto riguarda la cura di bambine e bambini e la ricerca pediatrica. Fa parte della rete l’azienda ospedaliero universitaria di Careggi, un’alleanza strategica per la crioconservazione dei tessuti, e c’è pure la collaborazione dell’università de L’Aquila.

“Curare un paziente non vuol dire solo limitarsi alla sua guarigione” commenta l’assessora alla sanità della Toscana, Monia Monni. Il progetto è partito dal suo assessorato. Guarire e far sopravvivere un malato è sicuramente il primo obiettivo di ogni medico e struttura sanitaria. “Ma una persona non è solo la sua malattia – aggiunge l’assessora – e curarla e prendersene carico vuol dire anche vederla tutta intera e guardare agli aspetti di tutta la sua vita, al suo domani e alle sue relazioni”.

Oltre il 94 per cento delle bambine con serie patologie all’apparato genitale sopravvive, rischiando però non poter più domani avere figli. Almeno fino a oggi. Il progetto ben si sposa con l’agire sull prevenzione e sulla preservazione di funzione, che è una delle essenze dell’essere medico.

Dietro questa innovazione c’è di fatto una doppia sfida: la multidisciplinarietà, a cui si punta con decisione e che vuole sempre più diventare la parola chiave nei sistemi sanitari (almeno in Toscana), e l’umanizzazione delle cure, di cui questa rete ed attenzione al futuro di mamme delle pazienti è una  faccia.

“Che questo contributo  molto innovativo e concreto – evidenzia Monni - arrivi dall’interno del sistema sanitario pubblico è un vanto e non era per niente scontato, anche per la tempesta perfetta (meno risorse, maggiori costi e calo anche della vocazione per professioni sanitarie) che la sanità italiana vive. La soddisfazione dunque è ancora più grande”.  “Domani – spiega l’assessora, con orgoglio -  una bambina che senza questa procedura avrebbe molto probabilmente perso la possibilità di diventare madre  potrà essere sottoposta al prelievo di cellule ovariche che saranno congelate a Careggi e che quando avrà finito le terapie importanti a cui deve essere sottoposta le saranno reimpiantate per restituirle la possibilità di procreare. Un sistema sanitario pubblico offre così, in un ambito di eccellenza assoluta, non solo la capacità  di guarire ma anche di poter scegliere e decidere se il loro futuro sarà un futuro di mamme”.

Dietro il progetto c’è innovazione e ricerca, che non riguarda solo crioconservazione e reimpianto.
“Una bambina può perdere la sua fertilità anche per una patologia acuta, ad esempio per una torsione di cisti ovarica – racconta Alberto Mattei, direttore del dipartimento materno-infantile dell’Asl Toscana Centro - . Creare una rete vuol dire far sì che ogni chirurgo, anche alle tre di mattino, abbia la formazione adatta per operare nel modo più adatto a preservare la fertilità”.

Ci sono poi i casi in cui, per un tumore o altra patologia benigna, la bambina ha la necessità di sottoporsi ad una terapia che crea un danno ovarico. “In quel caso – spiega ancora Mattei - nelle bambine prima della pubertà, e cioè prima che cominciano a ovulare, asporteremo in modo mini-invasivo un piccolo pezzetto di tessuto ovarico e lo congeleremo, per reimpiantarlo in caso di necessità a distanza anche di anni. Per le bambine che hanno invece già ovulato, si procede prima della terapia con la stimolazione degli ovociti che poi si conservano e potranno essere utilizzati, anche molti anni dopo, nel caso la ragazza non riesca ad avere una gravidanza”.

Tutte le strutture regionali potranno affidarsi direttamente al Meyer o, se lo desiderano, creare un loro percorso interno sfruttando le conoscenze dell'azienda ospedaliera universitaria.

Ci sono tante situazioni in cui si può perdere la fertilità in modo precoce. In tutte occorre agire presto. Nel corso dell’incontro di stamani la ginecologa pediatrica Erica Bencini ha spiegato come nell’ambulatorio del Meyer vengano seguite bambine e ragazze con bassa riserva ovarica, accompagnandole passo dopo passo verso la scelta migliore. Per la professoressa Elisabetta Coccia dell’Università degli studi di Firenze la sinergia Meyer-Careggi trasforma la speranza in concretezza  con la vitrificazione ovocitaria e la crioconservazione del tessuto ovarico, senza ritardare l'inizio della terapia salvavita.

L’intervento di prelievo è rapido, sicuro e mini-invasivo, dura meno di un’ora e richiede una sola notte in ospedale, tranquillizza Enrico Ciardini, direttore della chirurgia pediatrica toracica neonatale e urologica del Meyer.  Il successo dell’autotrapianto successivo, per risvegliare gli ormoni e cercare una gravidanza, è già dimostrato dai primi bimbi nati sani grazie a questa tecnica.
Il tessuto, spiega la ginecologa pediatrica del Meyer Federica Perelli, può essere inserito nella sua sede naturale per favorire una gravidanza spontanea, oppure sotto la pelle della pancia per recuperare gli ovociti tramite fecondazione assistita.

Dall’Università de l’Aquila la professoressa Carla Tatone evidenzia il ruolo fondamentale della ricerca biologica per migliorare efficacia e sicurezza delle procedure.  Per la dottoressa Valentina Tibizova della Preis School - istituzione internazionale con sede a Firenze e dedicata all'alta formazione, alla ricerca e all'innovazione nella medicina materno-fetale, perinatale, neonatale e riproduttiva - anche la simulazione è importante e non di meno il lavoro multidisciplinare. Antonio Pellicer, pioniere dell’oncofertilità, professore dell’IVI di Roma, polo di eccellenza per la procreazione medicalmente assistita ha chiarito come crioconservazione ovocitaria o del tessuto ovarico possono succedersi anche sulla stessa persona nell’arco della vita.

“Del progetto presentato oggi occorre sicuramente sottolineare la particolare visione e innovazione – conclude Rino Agostiniani, presidente della Società italiana di pediatria -. Non è assolutamente banale e riuscire a mettere in atto strategie che consentano di preservare la fertilità in modo precoce può contribuire a ridurre gli interventi di procreazione medicalmente assistita, che in Italia sono un numero sicuramente rilevante”.

Fonte: Regione Toscana

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